Antidoto allo stupidario sulle adozioni

di Cecilia Greco Spesso è una questione lessicale, mascherata da una non richiesta ironia. "Dove lo avete comprato?". È la domanda rivolta con sorriso malizioso alla coppia che annuncia l'arrivo di un bimbo adottato. A volte è una questione di "beneficio del dubbio": "Ma lo sentite davvero vostro?", la reazione allo stesso annuncio della stessa coppia con in braccio quello stesso bimbo adottato. Ignaro di tutte le parole che si muovono attorno a lui. Uno stupidario che è una collezione di domande (c'è anche "chi è la sua vera mamma?") ma che è anche un elenco di esperienze, dati e norme che semplicemente non si conoscono. L'antidoto è la risposta documentata su quattro temi ricorrenti.

Andrea ha 17 anni: "Adottato? Mi dicono, dai che bello! Ma parli ancora la tua lingua? Ehm no, sono arrivato in Italia dalla Russia quando avevo quattro anni. Io passo i miei giorni a dimenticarmene. Alcune volte si scade nel disumanizzare un bambino adottato, come fosse un giocattolino nuovo. Un bambino adottato è uguale a ogni altro bambino"

Lo senti tuo?

Parlare di adozione significa avere a che fare con storie individuali che si mettono in relazione reciprocamente e formano un sistema, un nuovo nucleo. “Le famiglie si sviluppano all’interno di un intreccio di processi che connettono gli aspetti personali a quelli inter–individuali, ed entrambi a quelli socio–economico–istituzionali. La famiglia adottiva è il punto di arrivo di un lungo percorso di conoscenza e consapevolezza che coinvolge coppie che diventano genitori e ragazzi adottati che diventano figli”, spiega Paola Cimbolli, psicologa e psicoterapeuta del Centro Clinico Nemo Pediatrico e Adulti del Policlinico Gemelli a Roma.

“La stupidaggine più grossa - racconta Elena Poma, che sul suo percorso di adozione ha scritto un libro, “Aspettando Andrea” (San Paolo Edizioni, 2008) - è questa: non hai paura di qualcuno che non hai fatto tu? Oppure: povero bambino come è fortunato! Io rispondo sempre, come sono fortunata io".

"Siamo una classica famiglia tradizionale in cui c'è stato un tocco di colore. Riteniamo che i figli siano di chi li cresce. La differenza rispetto al parto naturale è che l'adozione è vissuta alla pari, stesse emozioni, stessi abbracci. Lo senti perché lo hai vissuto. Chi non lo ha vissuto può dubitarne" Luca Guerrieri

A casa della famiglia Zappa, a Milano, i figli adottati sono tre: Sandra, 15 anni, nata in Colombia, Kakà e Chenchèn, entrambi nati in Cina, rispettivamente di 10 e 3 anni.

"Con Sandra ci sentivamo bravissimi, non avevamo capito niente. Siamo ripartiti da zero e ci abbiamo messo un annetto per trovare un equilibrio familiare" Famiglia Zappa

Questo equilibrio si costruisce e si rafforza giorno dopo giorno “dovendo rispondere a due bisogni diversi e complementari. “È in questo che l'adozione si differenzia dalla cosiddetta famiglia di sangue - specifica Cimbolli, psicologa e psicoterapeuta - poiché deve assicurare un contesto affettivo ed educativo a un bambino che ne è privo e insieme soddisfare il desiderio di maternità e paternità di una coppia. L’incontro tra la coppia e il bambino, basato sull’amore e sul rispetto, sancito da un patto adottivo, darà vita a due genitori e un figlio che si riconosceranno e si sceglieranno durante tutto il percorso di vita.”

"Gli puoi dare tutto quello che vuoi: da mangiare, vestiti. Se non gli dai l'affetto della mamma e del papà... ci sono dei bambini che in istituto si lasciano morire. Ogni Natale lo festeggiamo un anno colombiano e uno cinese. Siamo italiani, cinesi e colombiani, ci siamo adottati a vicenda" Famiglia Zappa

Quanto si adotta in Italia?

In Italia i bambini dichiarati adottabili sono molti meno rispetto alle coppie che desiderano adottare. A questo va aggiunto che il nostro Paese è al primo primo posto in Europa per numero di minori adottati, secondo al mondo solo agli Stati Uniti.

Partendo da questi dati positivi, bisogna però segnalare un lieve calo delle dichiarazioni di disponibilità all’adozione nazionale e un calo molto più significativo che riguarda le richieste di idoneità per l’adozione internazionale.

“Stiamo assistendo a un clima pesantissimo, nel 2016 solo 2.800 coppie hanno fatto richiesta di adozione internazionale, nel 2006 – per esempio – erano almeno 8/9 mila. Tra il 2011 e il 2017 abbiamo riscontrato un calo di circa il 60%”, afferma Marco Griffini, presidente dell'AIBI, uno degli enti riconosciuti dallo Stato per l'adozione internazionale.

Cristina Maggia, presidente del Tribunale dei Minori di Brescia, chiarisce le ultime statistiche: “Le dichiarazioni di disponibilità all’adozione nazionale, cioè l’intenzione che una coppia comunica al Tribunale di adottare un bambino nato in Italia, sono passate da 12.799 nel 2009, scendendo sino a 9.007 nel 2015. Così come risultano in forte calo le domande di idoneità all'adozione internazionale passate nel 2009 da 5.961 fino a 3.668 nel 2015”.

“La disponibilità delle coppie all’adozione è diminuita moltissimo. Nel 2006 erano 16.538, il doppio di quelle che hanno fatto domanda nel 2016. In dieci anni le coppie disponibili si sono dimezzate. Una vera e propria crisi”, afferma Monica Ravasi, avvocato e membro dell'associazione Italia Adozioni.

Va evidenziato anche che, nel 2017, secondo l'ultima rilevazione del Ministero della Giustizia, erano 424 i minori non ancora adottati in Italia: la maggior parte di loro avevano una grave disabilità, serie patologie o erano preadolescenti, approssimativamente dai 13 anni in su.

“Ci troviamo davanti a una concomitanza di situazioni – spiega Cristina Maggia - la crisi economica, l’incertezza nel futuro, le pratiche di fecondazione assistita sempre più diffuse, i pochi bambini piccolissimi adottabili in Italia e all’estero. I bambini adottabili sono invece sempre più problematici e traumatizzati. Ancora, i costi che la famiglia deve affrontare anche nel post adozione nella totale assenza dello Stato, per psicoterapie indispensabili e spesso lunghissime. Mancano sostegni scolastici di fronte a scuole non sempre accoglienti. A ciò si aggiunge l’esperienza di un gran numero di fallimenti adottivi (nati dalla superficialità di certe valutazioni troppo positive date alle coppie richiedenti, dalla superficialità degli abbinamenti da parte di Enti poco specializzati, oppure dall'effettiva impossibilità di rimediare a ferite troppo profonde scolpite nell’anima di bambini traumatizzati da esordi esistenziali terribili).

Per quanto riguarda le adozioni internazionali, Laura Laera, vicepresidente della Commissione per le Adozioni Internazionali, specifica: ”C’è stata una decrescita progressiva, non un crollo. Nei “tempi d'oro” avevamo circa 4 mila adozioni l'anno, ora siamo poco sopra le 1.400. Non è un trend solo italiano ma internazionale. Non dobbiamo assumere un'ottica delle colpe, anzi. L’Italia rispetto ad altri paesi ha un numero di adozioni internazionali molto alto, il doppio della Francia per esempio. Un altro dato che fa riflettere, è l’aumento dell’età media delle coppie che ottengono l’idoneità all’adozione: nel 2018 è stata di 43,2 anni per gli uomini e di 41,8 anni per le donne.

Perché nel mondo ci sono meno adozioni internazionali?

“I paesi di provenienza dei bambini - continua Laera - si stanno attrezzando con strumenti nazionali per risolvere il problema dell'infanzia abbandonata favorendo l’adozione e l’affido eterofamiliare. L'adozione internazionale diventa sussidiaria (come tra l'altro prescrive la convenzione dell'Aja).

La Commissione per le Adozioni Internazionali, per far fronte a questo calo, sta riattivando canali di relazioni internazionali con paesi che erano rimasti non coltivati. Siamo andati in Vietnam e Cambogia, abbiamo ospitato la delegazione del Burkina Faso e dell'Etiopia.

"Ci stiamo muovendo per migliorare o ripristinare rapporti con i paesi di provenienza dei bambini, magari attivando anche nuovi stati: è un percorso in progressione. Con una novità: quella dell'adozione trasparente un portale attivo dal 16 aprile consente alle coppie di accedere con un codice al loro fascicolo personale. Lì vengono inseriti dati e aggiornamenti dagli enti autorizzati e dalla Cai”. In questo modo la coppia avrà la possibilità di verificare lo stato del procedimento in totale trasparenza", afferma Laura Laera.

Il calo delle adozioni internazionali, per Griffini, presidente Aibi, ha origini diversificate: “C’è un cambiamento nella cultura, anche in quella degli operatori che si occupano di adozione, molte volte, a quanto ci risulta, le coppie non vengono adeguatamente preparate e rinunciano. Non solo, per quanto ci riguarda, l'adozione, come tutte le altre forme di genitorialità dovrebbe essere gratuita, non bastano i rimborsi, servirebbero tutele maggiori. Anche il post adozione ha le sue criticità: dobbiamo sempre ricordare che il bambino adottato è “malato di abbandono”, può avere problemi psicomotori, ritardi. Il male dell’abbandono è reale e dovrebbe esserci un sistema assistenziale più forte ed efficiente”.

Solo i ricchi possono adottare?

La scelta dell'adozione internazionale porta con sé inevitabilmente dei costi. Per iniziare l'iter, la coppia deve affidarsi a uno degli Enti riconosciuti dallo Stato. Le spese possono variare a seconda del Paese d’origine del bambino, del numero di viaggi e, naturalmente, dai costi dell'Ente stesso.

“Non è un discorso corretto quello di considerare i costi come causa del calo delle adozioni – chiarisce Laera - non è che non si adotta perché non si possono sostenere costi. Ci sono moltissime famiglie in attesa di un bambino. A fronte di poco meno di 1.400 adozioni, gli enti autorizzati hanno circa 4 mila domande. Il problema vero è la mancanza di bambini adottabili. La Commissione per le Adozioni Internazionali, comunque, sta lavorando a uno strumento che risolva le questione dei rimborsi che per ora sono fermi al 2011. Ma è un problema in via di risoluzione. Quando si parla di sussidi, si parla del 50%, che le famiglie che adottano possono dedurre dal reddito e sull'altro 50%, nel 2011, c'è stato un rimborso molto cospicuo. Anche le famiglie non benestanti, ma con reddito medio e medio basso hanno fatto domanda di adozione”.

La dichiarazione di disponibilità all’adozione nazionale, invece, non costa nulla. “L'adozione non è un percorso per ricchi – afferma Cristina Maggia - ma certamente è un percorso complesso in cui una discreta sicurezza economica aiuta. In questa fase di carenza sempre maggiore da parte dei servizi al welfare, una riflessione va fatta anche sui costi, ma su quelli del dopo-adozione, sempre in un’ottica di lungo periodo e sempre al fine di garantire al bambino una situazione più serena possibile”.

L'adozione è una scelta da supereroi?

La paura di molte coppie che scelgono l’adozione, è quella di non essere in grado di portare a termine il lungo procedimento che porta alla creazione di una nuova famiglia.

“Il fatto di essere nati ci mette in una condizione di attesa di accudimento. Quando questa promessa non è mantenuta porta con sé una ferita profonda che potrà rimarginarsi, ma il cui segno sarà presente per sempre nella memoria emotiva della persona - spiega Paola Cimbolli, psicologa e psicoterapeuta - Il tempo emotivo e cronologico è un elemento di grande importanza nella costruzione di un legame tra genitori e figli soprattutto quando parliamo di emozioni”.

Non ci aspettavamo che una bambina così piccola ponesse domande così grandi. Voleva incontrare la 'mamma della pancia', quando le ho chiesto perché mi ha detto: 'Voglio dirle, guarda cosa ti sei persa" Mamma di Silvia

Una delle emozioni con cui si trova a dover fare i conti un bambino adottato, e di conseguenza la sua famiglia, è quella del dolore per l'abbandono: “L’aspettativa dell’adozione per un bambino è un tempo di attesa. Spesso nei ragazzi adottati assistiamo a comportamenti oppositivi e provocatori: ti metto alla prova aspettando di vedere quando e se mi lascerai. Il rischio maggiore è quello di perdere gradualmente il senso e il significato di essere figlio - continua Cimbolli - spesso questi ragazzi manifestano problemi nelle relazioni di attaccamento, sia nelle prime fasi di sviluppo e poi in quelle di inserimento in famiglia, che saranno riproposte in adolescenza, non riconoscendo le funzioni che un padre e una madre svolgono per un figlio.

“Chi ha chiesto di essere adottato? Tu non sei mia madre o mio padre. Chi ti ha chiesto di farmi venire qui?”. Queste provocazioni hanno lo scopo di verificare quanto questi bambini possono fidarsi e affidarsi di nuovo agli adulti. I genitori, se non preparati, si sentono smarriti, disorientati. È necessario spiegare loro che un atteggiamento di ferma accoglienza, che non raccolga tali provocazioni, aiuterà a rendere più fluidi i passaggi comunicativi nelle differenti età”.

Elena Poma, mamma di Andrea, racconta: "Qual è la preoccupazione di un genitore quando adotta un figlio già 'grandicello'? Quella di non essere in grado di colmare i suoi vuoti e supportare la sua sofferenza. La cosa importante è dire: in questi vuoti, in questi buchi neri, ci saltiamo insieme e ne veniamo fuori insieme. Gli anni di buio si possono attraversare mano nella mano. Non bisogna avere paura della sofferenza, ogni bambino amato rifiorisce”.

I bambini adottati in alcuni casi possono presentare dei ritardi nello sviluppo, che si manifestano dal punto di vista psicomotorio.

“Si può definire in termini generali il ritardo psicomotorio come la mancata acquisizione di competenze posturali, cognitive affettive e linguistiche in rapporto all’età cronologica - spiega Cimbolli - i bambini in età prescolare e poco stimolati, possono avere difficoltà, non solo nel camminare ma presentare anche una goffaggine o una lentezza – che a volte è scambiata per pigrizia - nell’effettuare dei movimenti molto semplici, perché non abituati a farli. Spesso rimangono immobili quando qualcosa gli va incontro, ad esempio una palla, perché non hanno mai visto il gioco.

“Negli istituti c'è silenzio - ricorda Elena Poma - alcuni bambini non sanno nemmeno masticare. Ci sono delle strutture dove, per esempio, si beve solo brodo con qualche patata schiacciata perché non ci sono fondi. Quando escono da lì i bambini sono come uccellini rimasti chiusi in gabbia, devono essere aiutati a conoscere il mondo".

“Alcune volte - analizza Cimbolli - soprattutto nei maschi, si manifesta una spiccata attività motoria, quasi eccessiva, che compensa un ritardo nello sviluppo emotivo. Le bambine invece possono presentare dei comportamenti seduttivi, concilianti e assertivi. Sviluppano l’idea di una bambina idealizzata, perfetta, che possa andare bene all’adulto. In questi casi, esplosioni dopo piccoli insuccessi o frustrazioni vanno accolte e contenute con amore, non vanno evitate ma condivise e spiegate”.

“Mio figlio - racconta Elena Poma - i primi anni mi diceva: facciamo il ‘piango senza motivo’. Poi, mi abbracciava e piangeva. Buttava fuori il dolore. Non bisogna però avere paura della sofferenza. Un genitore deve medicare gli strappi e gli addii”.

I disturbi o ritardi del linguaggio possono rappresentare un problema frequente nei bambini adottati: “Oltre alla differenza tra idiomi quando provenienti da un altro paese, c’è una notevole differenza tra comprensione ed espressione - afferma Cimbolli - la comprensione di solito è buona per la necessità di tradurre e capire il contesto al quale si adeguano con facilità. Spesso però la produzione è compromessa o in ritardo per le difficoltà non solo dovute alla minore stimolazione verbale, ma anche per la poca abitudine ad esprimere quello che pensano o sentono. I genitori non devono spaventarsi, l’aiuto dei professionisti può essere un supporto a gestire, soprattutto nelle prime fasi, problemi di sviluppo che con interventi precoci saranno risolti. Particolare attenzione va posta nel periodo adolescenziale. La rabbia, l’aggressività e momenti di forte ansia o tristezza potranno contraddistinguere questa fase di trasformazione ma è bene sottolineare che questi aspetti non costituiscono un sintomo o una forma di psicopatologia, sono invece ingredienti fondamentali della crescita.

Se l’adolescenza è un periodo difficile per i genitori biologici lo è ancora di più per i genitori adottivi che vedono amplificate le loro fragilità e insicurezze. La crisi adolescenziale verrà superata da genitori e figli come momento di crescita se un figlio si sente amato, accettato e accolto con tutto il suo bagaglio di esperienze e se trova una famiglia che non lo giudichi per ciò che è ma per quello che fa. Come ogni ragazzo si aspetta che i genitori condividano gli eventi positivi e quelli avversi della vita”.

"Un genitore - racconta Elena Poma, mamma adottiva - rinasce un'altra volta, insieme al figlio. Andrea mi chiamava 'mamma pasticciona'. A volte sbagliavo, ma capivamo come fare insieme, fianco a fianco, con rispetto".

"Guardate che se ci siamo riusciti noi, potete farlo anche voi. Non è una cosa da supereroi" Luca Guerrieri