L'Atlante dei migranti

Dalla falsa emergenza sbarchi ai migranti del clima, dai paesi che ospitano più rifugiati alle ragioni per cui si scappa: le coordinate per orientarsi in uno dei fenomeni più complessi del nostro tempo

NAZIONALITA' DEI MIGRANTI SBARCATI IN ITALIA AL
31 AGOSTO 2018

NUMERO DI SBARCHI 3.000 2.000 1.000 900 700
2018

Nazionalità dichiarate al momento dello sbarco

Fonte: Ministero dell'Interno

3.279Tunisia

3.027Eritrea

1.595Sudan

1.248Nigeria

1.237Pakistan

1.150Iraq

1.047Costa d'Avorio

875Mali

840Algeria

809Guinea

20.001TOTALE

SBARCHI: L’EMERGENZA
CHE NON C’E’

Nell’estate della proibizione alle navi delle ONG di approdare nei nostri porti e dei vertici UE fiume sull’immigrazione i dati del Ministero dell’Interno ci raccontano una realtà diversa. E' di 20.001 il numero di persone sbarcate sulle nostre coste nel corso dei primi mesi del 2018.

Una flessione di circa il -79,8% rispetto al 31 agosto dell’anno scorso, quando i profughi che avevano raggiunto l'Italia via mare ammontavano a 99.119. Un’istantanea assai diversa quindi dalla diffusa percezione emergenziale e dalle narrazioni usate per fini politici o elettorali.

Cambia invece la nazionalità dichiarata da coloro che sbarcano sulle nostre coste. La maggior parte di quelli che sono approdati in Italia nei primi mesi del 2018 si è dichiarata di nazionalità tunisina (3.279), con varie unità sopra gli eritrei (3.027) e sudanesi (1.595). Un aumento giustificato essenzialmente da un mix di difficoltà economiche e sociali che attanagliano tutto il Nord Africa e dall'impossibilità di ottenere visti di ingresso regolari in Europa. “È un fenomeno che osserviamo dallo scorso settembre, e deriva essenzialmente da una crescente difficoltà economica del Paese” spiega Flavio Di Giacomo portavoce dell’Organizzazione Mondiale delle migrazioni (OIM). “A differenza del profugo che viene dalla Libia che, a nostro avviso, ha quasi sempre subito violazione di diritti umani, qui ci troviamo di fronte a migranti di tipo economico. In ogni caso, considerando il calo dell’80% degli sbarchi, non parliamo di numeri alti”.

NAZIONALITA' DEI MIGRANTI SBARCATI IN ITALIA AL
31 DICEMBRE 2017

NUMERO DI SBARCHI 10.000 8.000 7.000 6000 3000
2017

Nazionalità dichiarate al momento dello sbarco

Fonte: Ministero dell'Interno

18.153Nigeria

9.693Guinea

9.504Costa d'Avorio

8.995Bangladesh

7.114Mali

6.172Sudan

6.953Eritrea

6.092Tunisia

5.994Senegal

5.928Marocco

119.310TOTALE

IL NODO LIBICO

In generale, l’andamento degli sbarchi in Italia subisce un netto decremento a partire dall’anno scorso dopo il picco registrato nel 2016 con oltre 181 mila arrivi. Un risultato consolidato anche grazie agli accordi stipulati dall’ex ministro dell’Interno Marco Minniti con i sindaci libici a inizio 2017. L'intesa è tuttavia fortemente contestata dagli attivisti per i diritti umani per il trattamento subito dai migranti nei centri di detenzione del Paese nord africano. “Assistiamo a uno stato di violazione dei diritti umani costante. I migranti vengono stipati arbitrariamente in centri di detenzione senza aver commesso alcun reato, centri in cui le condizioni sono spesso inaccettabili e in cui sono presenti anche donne incinte e bambini” sottolinea Flavio Di Giacomo (OIM)

GLI SBARCHI IN ITALIA DAL 2013 AL 2017

Fonte Ministero dell'interno

IN FUGA DALLA VIOLENZA

Se l’etnia più rappresentata, negli sbarchi in Italia del 2017 è quella nigeriana con 18.153 nuovi arrivi certificati dal Ministero dell’Interno, percentuali rilevanti sono costituite anche dagli arrivi dal Bangladesh,con 8.995 sbarchi nello scorso anno, e da paesi dell’Africa occidentale contigui: Guinea, Costa D’Avorio e Senegal. La maggior parte di chi giunge nelle nostre coste proviene dalla Libia e la fuga dalle violenze è un movente importante, come ricorda Flavio di Giacomo (OIM): “Pochi ricordano che la Libia non è solo un Paese di transito, ma anche un Paese di destinazione per molti migranti . Ci sono oltre 700.000 migranti stimati nel Paese: lì molti incontrano l’inferno, alcuni vengono rapiti e torturati, e per molti di loro nasce l’esigenza di fuggire in Europa”.

NON SOLO ITALIA: GLI ARRIVI NEGLI ALTRI PAESI DEL MEDITERRANEO

Grecia, Spagna e Italia sono generalmente considerati i paesi di primo ingresso per la maggior parte dei migranti provenienti da Medio Oriente, Asia e Africa. La maggioranza dei profughi sbarcati nel 2017 in Grecia fuggiva da quelli che sono i veri drammi dell’area mediorientale: dalla Siria, squassata da una guerra civile lunga ben 7 anni, dall’Iraq minacciato dal terrorismo e nel mezzo di una difficile normalizzazione, fino all’Afghanistan, dilaniato da una guerra ormai endemica contro le milizie talebane. Altra composizione ha invece il flusso migratorio diretto verso la Spagna originato dai paesi del Nord Africa limitrofi (Algeria e Marocco) e Africa Occidentale

SPAGNA:

Arrivi 2017 - Nazionalità dichiarate al momento dello sbarco

Fonte: UNHCR

5.500Marocco

5.100Algeria

4.000Guinea

3.800Costa D'Avorio

2.700Gambia

2.200Siria

900Camerun

600Mali

600Altre nazionalità

300Guinea-Bissau

28.349Totale

GRECIA:

Arrivi 2017 - Nazionalità dichiarate al momento dello sbarco

Fonte: UNHCR

12.300Siria

5.800Iraq

3.400Afghanistan

900Costa D'Avorio

800Algeria

700Palestina

500Apolidi

500Camerun

500Pakistan

400Kuwait

300Marocco

29.718Totale

IL CALO DEGLI SBARCHI

In generale dal 2015, anno di esplosione dell’immigrazione in tutta l’area del Mediterraneo, alimentata soprattutto dalla fuga di siriani, iracheni e afghani, si assiste dal 2016 in poi a una netta diminuzione degli sbarchi. Un calo fortemente influenzato dall' accordo di Ue e Turchia, siglato il 18 marzo 2016 L’accordo ha virtualmente chiuso la "rotta balcanica", ma è stato contestato dagli attivisti per i diritti umani: molti dubbi permangono inoltre sulle garanzie offerte dalla Turchia ai migranti (alcuni respingimenti sono stati bocciati dalla Corte d'Appello greca per questo motivo).

SBARCHI NEI PAESI MEDITERRANEI DAL 2014 AL 2017

Fonte UNHCR

MEDITERRANEO: AUMENTANO LE VITTIME

Al calo degli sbarchi fa da contraltare un aumento delle vittime del Mediterraneo, particolarmente evidente in questi mesi estivi. Per Flavio Di Giacomo (OIM) questo incremento è anche un prodotto delle polemiche scatenate contro le ONG: "Aumenta" il numero dei morti: a giugno 2018 sono stati 564, contro i 529 del 2017, i 388 del 2016 e addirittura i 5 del 2015 per quanto riguarda la rotta del Mediterraneo Centrale. Se si considera che, solo in Italia si è assistito finora a un calo dell’80% degli sbarchi, sono dati che fanno riflettere. C’è un evidente problema di salvataggio in alto mare: le tanto ‘discusse’ ONG hanno finora portato a termine il 30/ 35 % dei salvataggi sostituendosi di fatto all’operazione Mare Nostrum. La narrazione che vede meno imbarcazioni delle ONG nel Mediterraneo e meno partenze dalla Libia non sta in piedi: la volontà di partire e sfuggire da situazioni degradanti è più forte dei rischi di un mancato salvataggio in alto mare”.

EUROPA: COME SONO DISTRIBUITI I RIFUGIATI

(I pallini più scuri indicano il numero di rifugiati, i pallini più chiari i nativi. Ogni pallino corrisponde a 10 abitanti. A fianco la percentuale di rifugiati ogni mille abitanti)

Malgrado gli allarmi mediatici e le richieste di restrizione per le domande di protezione internazionale, la percentuale di rifugiati (ovvero di persone che hanno visto accolta una domanda di protezione internazionale in Italia) da noi ospitata, è nettamente inferiore a quelli di altri paesi europei. Ospitiamo in media tre rifugiati ogni mille persone, molte meno della maggior parte dei paesi europei occidentali come Svezia (24,3 su 1000), Germania (11,8) o Francia (5,1). Sotto potete osservare graficamente come sono distribuiti i rifugiati in alcune nazioni chiave del nostro Continente.

Mentre calano gli sbarchi, Italia, Grecia e Spagna continuano, non di rado, a essere percepiti come paesi di primo approdo. Spesso il viaggio dei migranti continua verso il Nord Europa, anche se i flussi sembrano essere nettamente inferiori a quelli degli scorsi anni.

“Sono diverse e molteplici le motivazioni che spingono rifugiati e richiedenti asilo ad affrontare viaggi ulteriori dal Paese di arrivo verso altre destinazioni europee. Tra queste, legami familiari o con le comunità di appartenenza, motivi linguistici, la percezione di mancanza di opportunità nel Paese d’arrivo e di maggiori prospettive d’integrazione in paesi con un migliore sistema di welfare.”

Carlotta Sami: portavoce UNHCR

L’85% DEI RIFUGIATI OSPITATI NEI PAESI IN VIA DI SVILUPPO

Ma dove approda la maggior parte dei profughi che non giunge sulle nostre coste? Nonostante la narrazione spesso allarmistica, l’Italia e gli altri stati europei non sono i paesi che accolgono maggiormente nel mondo: quattro rifugiati su cinque si fermano in paesi limitrofi a quello dal quale fuggono. A uno sguardo globale è la Turchia a ospitare il numero più alto di rifugiati (3.5 milioni), seguita dal Pakistan (1.9 milioni) e dall’Uganda (1.9 milioni). L’85% dei rifugiati risiede nei paesi in via di sviluppo , molti dei quali versano in condizioni di estrema povertà e non ricevono un sostegno adeguato ad assistere tali popolazioni. Dai siriani ai nigeriani, dagli eritrei agli afgani, nel grafico sotto sono riportati i maggiori paesi di destinazione dei profughi che approdano sulle coste mediterranee.


“Se si considera l’impatto dell’accoglienza dei rifugiati, bisogna considerare diversi fattori centrali, quali la popolazione dello stato ospitante, la sua economia e il suo livello di sviluppo, e non solo l’entità della popolazione rifugiata.”

Carlotta Sami

IN FUGA DA CONFLITTI E VIOLENZE

Sono state più di 11 milioni le persone costrette a lasciare le proprie case nel corso del 2017 per conflitti e persecuzioni. È ancora la Siria il Paese da dove si fugge maggiormente. Secondo le stime del Norwegian Council, gli sfollati interni per una guerra che sembra ormai endemica, e che dura ormai da 7 anni, sono stati quasi 3 milioni nel corso del 2017. L’emigrazione interna è il primo passo di quella che, in molti casi, si trasforma in una vera e propria emorragia di abitanti dai loro stati di appartenenza.

2017

Gli sfollati interni per guerre e persecuzioni

Fonte: IDMC

2.9 milioniSiria

2.2 milioniRepubblica democratica del Congo

1.4 milioniIraq

857.000Sud Sudan

725.000Etiopia

645.000Filippine

539.000Repubblica Centrafricana

474.00Afghanistan

388.000Somalia

296.000El Salvador

Dai conflitti tribali, come quelli che, nella Repubblica Democratica del Congo hanno provocato oltre 2 milioni di sfollati nel corso dello scorso anno, alle persecuzioni religiose, fino alle crisi regionali irrisolte come quella che continua a caratterizzare l’Iraq: non si arresta la grande fuga di chi scappa dalla violenza. Complessivamente sono circa 40 milioni le persone che nel mondo sono ad oggi sfollate come risultato di conflitti e persecuzioni.

IN FUGA DAL CLIMA

Non solo conflitti e persecuzioni: su 30,6 milioni di persone che sono state costrette ad abbandonare le proprie case nel corso del 2017, ammontano a ben 18,8 milioni quelle che sono state costrette a spostarsi a causa di eventi climatici.

2017

Gli sfollati interni per disastri climatici

Fonte: IDMC

4.5 milioniCina

2.5 milioniFilippine

1.7 milioniCuba

1.7 milioniUSA

1.3 milioniIndia

946.000Bangladesh

899.000Somalia

633.000Vietnam

434.000Etiopia

384.000Nepal

Una dinamica in cui il surriscaldamento globale e il cambiamento climatico gioca un ruolo non marginale. Se ciò è ben verificabile per i cosiddetti effetti a lungo termine del “global warming”, come la desertificazione o l’innalzamento del livello dei mari, lo è anche per gli eventi climatici estremi. Secondo gran parte della comunità scientifica infatti, esiste un nesso tra fenomeni come tempeste, alluvioni, ondate di siccità straordinarie e riscaldamento globale. Un rapporto ONU del 2016 metteva in luce come la probabilità di questi eventi aumentasse di 10 volte a causa dei cambiamenti climatici innescati dalle attività umane.

GLOBAL WARMING: CHI PAGA IL PREZZO PIU' ALTO

E a pagare lo scotto sono anche e soprattutto le aree più povere e meno sviluppate del pianeta. Se l’uragano Irma ha prodotto circa 2 milioni di sfollati in tutta l’area caraibica fino alle coste degli Stati Uniti, sono soprattutto i Paesi del Sud Est asiatico ad essere molto esposti agli effetti di alluvioni e tempeste con milioni di senzatetto in un’area che va dalle Filippine fino ad arrivare all’India e al Bangladesh. Ma non solo. Tempeste e alluvioni hanno prodotto un enorme numero di sfollati (nell’ordine dei milioni) anche in Cina, mentre la siccità ha messo in ginocchio il Corno D’Africa con più di 1 milione di sfollati tra Somalia, Etiopia ed Eritrea.

2017: I MAGGIORI DISASTRI CLIMATICI MONDIALI MESE PER MESE

“È difficile collegare l’elemento del cambiamento climatico al disastro ambientale, i migranti ambientali rientrano solitamente nell’ambito dei cosiddetti ‘migranti economici’. Per le stesse organizzazione umanitarie la nozione di ‘migrante ambientale’ rischia, a mio avviso, di allargare eccessivamente le maglie della protezione internazionale. Ma se è vero che in molti casi ci troviamo di fronte a una molteplicità di fattori che mettono in moto questi profughi, spesso alla base abbiamo un ambiente ormai trasformato irreversibilmente”.

Maurizio Cossa (Associazione per gli Studi Giuridici sull’Immigrazione).

NAZIONALITA' DEI RIFUGIATI, RICHIEDENTI ASILO E SFOLLATI INTERNI ASSISTITE DALL'UNHCR

DATI ESPRESSI IN MILIONI > 13 > 4 > 1 > 100.000

UN NUOVO TIPO DI MIGRAZIONE

I disastri naturali e gli effetti, a medio e lungo termine, prodotti del cambiamento climatico, continuano a generare sfollati e potenziali migranti che non hanno al giorno d’oggi una formale copertura umanitaria. Il diritto internazionale fonda lo status di rifugiato sulle persecuzioni su basi razziali, religiose, etniche e politiche, così come indicato dalla Convenzione di Ginevra sui rifugiati del 1951. Una normativa che ha retto per gran parte del ‘900 ma che sembra insufficiente a tener conto di una nuova categoria di profughi figlia delle dinamiche che hanno portato alla modernità. Nella mappa sotto, le aree dove l’UNHCR (l’agenzia ONU per i rifugiati) è particolarmente attiva. Secondo l’OIM i rifugiati ambientali potrebbero ammontare a 200 milioni entro il 2050, ma la comunità internazionale sembra ancora lontana dal riconoscere il problema.

PROTEZIONE INTERNAZIONALE: UNO STRUMENTO INSUFFICIENTE

Un impatto che è più incisivo all’equatore e molto profondo nelle aree meno sviluppate del pianeta: è l’indice di cambiamento climatico che la NASA analizza anno per anno a ogni latitudine e longitudine del globo.
Sovrapponendo la mappa delle variazioni climatiche dell'Agenzia spaziale americana a quella di quanti usufruiscono di una qualche forma di protezione internazionale e vengono assistiti dall’UNHCR, emergono due dati: sono spesso i Paesi più poveri a pagare lo scotto di variazioni climatiche che saranno molto probabilmente irreversibili, mentre gli effetti, spesso drammatici di questo processo, si vanno a sovrapporre e probabilmente a esacerbare gli effetti di conflitti e tensioni tribali; una dinamica che sembra essere evidente nelle regioni africane. La protezione internazionale inoltre, sembra essere oggi insufficiente in alcune aree che vedono di anno in anno un numero crescente di sfollati come nei paesi del Sud Est asiatico, minacciati da tempeste ed eventi.

Indice di cambiamento climatico

Le aree più rosse indicano le variazioni di temperatura più rilevanti secondo i dati NASA nel corso del 2017.

“Si potrebbe pensare a ideare un nuovo trattato ad hoc per quanto riguarda i migranti ambientali o si potrebbe lavorare con i rifugiati, ma temo che nulla di tutto ciò sarà possibile senza una presa di coscienza da parte dell’Occidente. Abbiamo grandi responsabilità in questo processo come occidentali; il cambiamento climatico parte dalla fine dell’800 dai paesi industrializzati, mentre a pagarne il prezzo sono soprattutto i paesi poveri e non industrializzati. In questo contesto accogliere è solo cercare di restituire quanto abbiamo tolto a queste nazioni

Maurizio Cossa (Associazione per gli Studi Giuridici sull’Immigrazione).