la Repubblica

Jungle Europa

Il podcast di #Eu4You

Un podcast per accompagnarvi verso le elezioni europee, cruciali per il destino dell'Unione. Un dialogo a due, corredato da dati e approfondimenti, per raccontare l’Europa attraverso le voci di giovani professionisti italiani che vivono e lavorano all’estero, dai freelance ai ricercatori universitari. Voci fresche per sciogliere la complessità di un progetto troppo spesso non conosciuto abbastanza.

Un podcast per accompagnarvi verso le elezioni europee, cruciali per il destino dell'Unione. Un dialogo a due, corredato da dati e approfondimenti, per raccontare l’Europa attraverso le voci di giovani professionisti italiani che vivono e lavorano all’estero, dai freelance ai ricercatori universitari. Voci fresche per sciogliere la complessità di un progetto troppo spesso non conosciuto abbastanza.

Episodio 1 - 4 aprile 2019

Lavoro: un’Europa a due velocità

Episodio 1 - 4 aprile 2019

Lavoro: un’Europa a due velocità

Ascolta

Perché il mercato del lavoro in Europa è asimmetrico? Com'è la situazione dell'occupazione nel Vecchio Continente e come è messa l’Italia? Lo abbiamo ricostruito con un occhio agli obiettivi Ue per il 2020, alla piaga della disoccupazione giovanile, al gap storico tra Nord e Sud del Vecchio Continente e sul perché costituisca sempre più una minaccia per la tenuta stessa del progetto europeo. Dati, mappe, statistiche e link di approfondimento per orientarsi su uno dei temi fondamentali delle prossime elezioni europee.

Dopo gli anni burrascosi della crisi, che avevano visto lievitare il tasso di disoccupazione in tutta l’Unione, le stime di gennaio 2019 di Eurostat riportano un po’ di sereno. In tutta Europa la disoccupazione ha fatto segnare una decisa flessione, attestandosi sul 7,8% per quanto riguarda l’area euro e sul 6,5% per quello che invece riguarda l’area dell’Europa a 28.

Ci troviamo, in entrambi i casi, ai dati più bassi dal 2004. Scendendo però nel dettaglio delle singole nazioni, il quadro è ben meno roseo. A esempi particolarmente virtuosi come Germania o Olanda, che fanno registrare rispettivamente tassi minimi di disoccupazione del 3,2% e 3,6%, si contrappone un sud Europa che soffre e che sembra non aver mai attraversato realmente gli anni della crisi da un punto di vista occupazionale. La Grecia rimane infatti il fanalino di coda UE con un tasso di disoccupazione record di ben 18,5% seguito dalla Spagna 14,1% e dal nostro Paese dove, a scanso di riforme frequenti del mercato del lavoro, la percentuale rimane a un preoccupante 10,5%. Ma la piaga della disoccupazione interessa anche la Francia, scossa dai moti dei gilet gialli, anche oltralpe il tasso si attesta all’8,8% un punto di più dell’area UE e più di due punti rispetto a quello dell’Europa a 28.

Secondo gli obiettivi 2020 che la Commissione Europea si è data, l’obiettivo per l’intera area Ue è arrivare a un tasso del 75% di piena occupazione per la popolazione lavorativamente attiva compresa tra i 20 e i 64 anni. Nel 2017 l’area Ue si attestava sul 72,2%, mentre la media italiana era del 62,3%, molto distante dal target nazionale 2020 fissato al 67%. E le cose vanno anche peggio se si guarda alla disoccupazione giovanile: la media italiana è del 32,6% contro una media UE del 15,2%. Dinamiche che separano l’Italia dal resto d’Europa e che potrebbero influire sulle prossime elezioni.

I CONSIGLI DI LETTURA

The EU might well reach its employment rate target for 2020, European DataJournalism Network, 04.03.2019

The polarisation of jobs is a question of policy, European DataJournalism Network, 11.02.2019

Precarious employment on the rise in Europe, European DataJournalism Network, 17.12.2019

Labour mobility in the European Union: a brief history, National Institute of Economic and Social Research, 2015

European Employment and Labour Market Policy, Open Mind

How far away is a Single European Labour Market?, IZA, 2014

Continua a leggere

Episodio 2 - 11 aprile 2019

Ricerca: un asset indispensabile per la crescita

Episodio 2 - 11 aprile 2019

Ricerca: un asset indispensabile per la crescita

Ascolta

L'obiettivo è il 3% del PIL speso entro il 2020 per la ricerca, vi sembra poco? In realtà molti in Europa, Italia in primis, sono molto indietro. Ecco quali sono gli stati che in Europa spendono di più per ricerca e innovazione ed ecco perché è un requisito indispensabile per la crescita economica. Dati, mappe, statistiche e link di approfondimento per orientarsi su uno dei temi fondamentali delle prossime elezioni europee.

Un miliardo di investimenti in ricerca e sviluppo farebbe crescere il PIL più del reddito di cittadinanza avvertiva l’Istat a novembre dello scorso anno. Un’affermazione fatta non a caso, la ricerca è da sempre un nervo scoperto del nostro Paese e il problema caratterizza da sempre il deficit di sviluppo italiano. L’obiettivo della Commissione europea per il 2020 è di arrivare a investimenti in ricerca e sviluppi pari al 3% del PIL. Una media dalla quale siamo, al momento assai lontani. L’Italia spende infatti appena l’1,35% del suo prodotto interno lordo nella ricerca, una percentuale che ci pone assai lontani da Paesi come Svezia, Austria, Danimarca o Germania, tutti sopra al 3%. L’asticella per gli obiettivi 2020 è fissata per l’Italia a 1,53% del PIL, un target che ci separa decisamente dal resto del Continente.

E per quanto riguarda l’istruzione le cose non vanno per nulla meglio. Il nostro Paese ha speso infatti appena il 3,8% del PIL nel 2017 in educazione, quasi un punto al di sotto della media UE fissata al 4,6%. Una percentuale distante, anche in questo caso anni luce da quella svedese con un investimento del 6,8% del PIL, danese o belga (rispettivamente 6,5 e 6,3% del PIL). Ma il nostro Paese in questo settore riesce addirittura a fare peggio della Grecia e della Spagna, ponendosi fra gli ultimi dell’Unione. Nonostante tutti i governi che si sono avvicendati hanno tenuto a specificare come l’educazione sia un asset irrinunciabile per lo sviluppo e per la cittadinanza, l’Italia resta ancora il fanalino di coda d’Europa.

I CONSIGLI DI LETTURA

Vienna ranked as most liveable city in the world, BBC, 2018

Ricerca e sviluppo, quali sono le 5 regioni più competitive d’Europa, Wired, 2018

Ricerca, l’Italia dodicesima in Europa. Calano i fondi, ma aumentano pubblicazioni e brevetti, Repubblica, 2018

Politica in materia di ricerca e sviluppo tecnologico, Parlamento europeo

Visualising how much countries spend on R&D, Visual Capitalist, 2018

Infrastrutture per uno sviluppo sostenibile: la strategia della Banca Europea degli Investimenti, ISPI, 2018

A majority of Europe's voters do not consider migration to be the most important issue, according to major new poll, ECFR, 2019

Continua a leggere

Episodio 3 - 18 aprile 2019

Povertà: quasi un europeo su 4 è a rischio

Episodio 3 - 18 aprile 2019

Povertà: quasi un europeo su 4 è a rischio

Ascolta

È il più proibitivo tra gli obiettivi che la Commissione si è data per il 2020 e rappresenta un allarme per tutta la UE. Entro il prossimo anno i poveri in Europa dovevano calare di 20 milioni di unità, ma nel 2017 quasi 113 milioni di europei era a rischio povertà. Ecco quali sono gli stati e le categorie sociali più in difficoltà e perché è urgente cambiare il modello di sviluppo e di Welfare. Dati, mappe, statistiche e link di approfondimento per orientarsi su uno dei temi fondamentali delle prossime elezioni europee.

Quasi un europeo su 4 è in povertà o a rischio povertà ed esclusione sociale. I numeri impietosi sono di Eurostat e si riferiscono al 2017. I parametri considerati sono essenzialmente tre: scarso reddito (al netto di deduzioni o integrazioni di welfare), forte deprivazione materiale e l’essere parte di famiglie messe alla prova da disoccupazione e sotto-occupazione.

E la distanza tra gli obiettivi designati per il 2020 e la realtà, è forse il sintomo più evidente di quanto sia ormai urgente un'accelerazione o un cambio di strategia. Erano 112,9 milioni gli europei in povertà o a rischio povertà nel 2017, un numero enorme che, malgrado il calo registrato rispetto agli anni difficili della crisi (si era arrivati al 25%), mal si concilia con quella riduzione di ben 20 milioni di unità* che la Commissione si era prefissata per la fine del decennio.
(*) L’obiettivo è di 96,1 milioni di unità entro la fine del decennio

E le percentuali diventano addirittura vertiginose in paesi come Bulgaria (38,9%), Romania (35,7%) e Grecia (34,8%). Ma anche il nostro Paese, con un tasso di persone povere o a rischio povertà ed esclusione social del 28,9% è uno dei più critici dell’intera area UE. Analizzando le categorie più a rischio inoltre, risulta evidente che le misure di Welfare che hanno accompagnato il Continente per tutto il Secolo Breve, necessitano di aggiornamenti e risorse aggiuntive. Sono le donne, con una percentuale del 23,3% (confrontato al 21,6% degli uomini), il genere più esposto al rischio povertà.

Analogamente sono i più giovani con un tasso del 24,9% rispetto a quello del 18,2% degli ultra 65enni a essere in evidente disagio. E spesso nemmeno l’istruzione è un fattore di esclusione: nella Ue il 10,9% inoltre delle persone con in mano una laurea è ugualmente a rischio povertà, una percentuale che in Grecia sale addirittura al 19,7% e in Italia si attesta sul 14,5%.

E rimanendo in Italia le cose non sono messe benissimo. Secondo l’Istat il numero di poveri assoluti nel 2017 era di ben 5 milioni e 58mila individui, più di un milione e mezzo di famiglie. Una media che rappresenta l’8,4% della popolazione complessiva, in aumento sostanziale rispetto all’anno precedente e la cifra più alta dal 2005. E per quanto riguarda la cosiddetta povertà relativa, le cose non vanno meglio. Per l’Istat nel 2017 ha riguardato ben 9 milioni e 368mila individi, passando così dal 14,0% del 2016 al 15,6%. Dati che sono stati al centro del dibattito politico di questo ultimo anno e che, ci possiamo scommettere, saranno fondamentali anche nella prossima tornata elettorale europea.

I CONSIGLI DI LETTURA

People at risk of poverty or social exclusion, Eurostat

International Day for the Eradication of Poverty, Eurostat

Poverty in the EU, euronews

The rise of poverty among EU workers since the financial crisis, Financial Times

Travailleurs pauvres en Europe : des chiffres alarmants, La Tribune

5 milioni di poveri assoluti. Ocse: in Italia la scuola non è più ascensore sociale, rainews

La povertà in Italia, Istat

Continua a leggere

Episodio 4 - 24 aprile 2019

Clima: una sfida che passa per l’energia

Episodio 4 - 24 aprile 2019

Clima: una sfida che passa per l’energia

Ascolta

La parola chiave è una sola: riconversione energetica. Il target che l’Europa si è data per il 2020 è arrivare al 20% di energia prodotta grazie alle rinnovabili, un obiettivo che vede, ancora una volta, una Unione spaccata in due, con vere e proprie eccellenze e paesi che arrancano. E l’Italia? Per una volta tanto ci sono buone notizie. Dati, mappe, statistiche e link di approfondimento per orientarsi su uno dei temi fondamentali delle prossime elezioni europee.

L’obiettivo è di quelli che, a prima vista, possono sembrare ambiziosi: osservando invece i report periodici degli scienziati è solo l’inizio di una gara contro il tempo che parte dalle nostre scelte odierne. La Conferenza sul Clima di Parigi (COP 21) ha stabilito che bisogna provare a limitare l’innalzamento della temperatura entro fine secolo, di una stima compresa fra i +1,5° e i +2°. Un target recepito anche dall’Unione, negli obiettivi stabiliti dalla Commissione per il 2020 che ha fissato al 20% per l’intera Unione, la quota di consumo energetico proveniente dalle rinnovabili. Una media, quella del 20%, che viene poi ripartita in singoli obiettivi nazionali, che variano da nazione a nazione. Sì, perché in Europa le fonti rinnovabili godono di alterna fortuna. Dal primato della Svezia che vanta circa il 54,5% di fabbisogno coperto da fonti energetiche, si passa all’appena 6,4% del Lussemburgo, una media che colloca il piccolo stato dell’Europa centrale come vero e proprio fanalino di coda nella UE.

E la corsa verso gli obiettivi UE fa registrare anche singole eccellenze, con i due paesi dell’ex Jugoslavia, come Croazia e Montenegro, rispettivamente leader nella transizione energetica verso le rinnovabili: essendo rispettivamente già, oltre 7 punti percentuali sopra la media che si sono dati per il 2020. E l’Italia? Il nostro paese è, al momento al di sopra della media UE per l'utilizzo di fonti di energia rinnovabile, ma la grande transizione energetica sembra essersi arrestata nel 2014 e il settore richiede sempre più investimenti, specialmente nel settore più critico e inquinante: quello dei trasporti.

I CONSIGLI DI LETTURA

Climate Action, Eurostat

Climate change: How is my country doing?, Eurostat

Se il mondo assomigliasse alla Svezia o alla Valle D’Aosta, il riscaldamento globale non esisterebbe, Giornalettismo

It's time for nations to unite around an International Green New Deal, The Guardian

Rivoluzione "green", stop a fondi Ue per investimenti legati a combustibili fossili, la Repubblica.it

Climat : l’inertie coupable de l’Union européenne, le Monde

Continua a leggere

Episodio 5 - 2 maggio 2019

Istruzione: il gap è tra donne e uomini

Episodio 5 - 2 maggio 2019

Istruzione: il gap è tra donne e uomini

Ascolta

Un primato tutto femminile: sono le donne a far registrare i tassi di istruzione più alti in Europa. Nel vecchio Continente sono addirittura il 44,9% le donne con un diploma di laurea con un'età compresa fra i 30 e i 34 anni. Non ci sono buone notizie per l’Italia invece: il nostro Paese è penultimo per numero di persone laureate, mentre il tasso di abbandono scolastico continua a essere molto alto, superiore alla media UE. Dati, mappe, statistiche e link di approfondimento per orientarsi su uno dei temi fondamentali delle prossime elezioni europee.

Se l’Europa fosse abitata solo da donne, gran parte degli obiettivi relativi all’educazione, che la Commissione si è data per il 2020, sarebbero praticamente assolti. Il target è infatti quello di portare il tasso di abbandono scolastico al di sotto del 10% e quello delle persone laureate, comprese tra un’età di 30 e 34 anni, al 40% entro il prossimo anno in tutto il Continente. E Il tasso di abbandono femminile era del 2017 dell’8,9% contro il 12,1% di quello maschile, numeri che sono ancora più evidenti per quanto riguarda il possesso di un titolo di laurea che vede il 44,9% delle donne laureate contro appena il 34,9% degli uomini.

A livello globale invece è del 10,6% il tasso di abbandono scolastico, mentre il tasso di laureati nel 2017 era del 39,9%, molto vicino alla media che la UE si è data per il 2020. Tutto ok quindi? Non esattamente. Come si evince dalla mappa sotto, il tasso di istruzione nel Vecchio Continente non è equamente distribuito.

E le cose non vanno meglio per quanto riguarda il tasso di abbandono scolastico, misurato nella fascia compresa tra i 18 e i 24 anni. Le media delle persone che nel 2017 non aveva terminato un percorso di educazione secondaria nel nostro Paese ammontava al 14% contro una media UE del 10,6%. Una statistica che, unita all’alto tasso di disoccupazione giovanile (30,6%), e una spesa in istruzione del 3,8% del PIL nel 2017, contro una media UE del 4,6%, tratteggia tinte fosche il futuro del Belpaese.

RASSEGNA STAMPA

A Maastricht, si è tenuto il primo dibattito della campagna elettorale fra i candidati di punta dei Gruppi politici del Parlamento europeo. Si è parlato di economia, ambiente e politiche sociali. Unico assente: Manfred Weber del Partito popolare europeo (Politico)

Ha fatto discutere l’intervento del Primo ministro polacco, Morawiecki, sulla testata di Bruxelles, Politico. Il leader del Paese dell’Est critica il centralismo della Commissione europea e propone 5 punti per rilanciare l’Unione (Politico)

Il Presidente della Romania, Klaus Iohannis, ha invitato i cittadini del suo Paese a partecipare al voto del 26 maggio. Lo stesso giorno si terrà anche un referendum su una controversa riforma della giustizia voluta dal Partito socialdemocratico al governo (Agerpres)

La Commissione elettorale spagnola, ha negato la partecipazione alle elezioni europee all’ex Presidente catalano, Charles Puigdemont, oggi domiciliato in Belgio. Puigdemont era fuggito dalla Spagna nel 2017, dopo il referendum sull’indipendenza catalana, dichiarato illegale dalle autorità di Madrid (El Diario)

In Italia, invece, i sondaggi danno la Lega primo partito. A seguire, il Movimento 5 Stelle e il Partito democratico. Secondo gli ultimi dati, non supererebbero lo sbarramento +Europa - Italia in comune, La Sinistra e Articolo1 - MDP (la Repubblica)

Continua a leggere

Episodio 6 - 9 maggio 2019

Immigrazione: l'emergenza è la mortalità nel Mediterraneo

Episodio 6 - 9 maggio 2019

Immigrazione: l'emergenza è la mortalità nel Mediterraneo

Ascolta

Si parte di meno, ma in proporzione si muore di più. È questa l’evidenza più chiara che si evince dei dati 2019 sull’immigrazione, uno dei temi cardini delle prossime elezioni europee. Un’evidenza che, secondo stime OIM, fa segnare un record particolarmente inquietante proprio dalla rotta del Mediterraneo Centrale, quella che dal Nord Africa porta sulle nostre coste. Dati, mappe, statistiche e link di approfondimento per orientarsi su uno dei temi fondamentali delle prossime elezioni europee.

Diminuiscono gli sbarchi, ma aumenta il tasso di mortalità. Sembra essere questo il riassunto più efficace della situazione degli sbarchi nel Mediterraneo. Secondo le stime UNHCR sono 20.274 le persone approdate in Europa nel corso del 2019 (stime aggiornate a fine aprile n.d.r.), di cui 14.580 via mare. Una tendenza che sembra in linea con quanto già evidenziato nel corso degli ultimi anni, caratterizzati da un calo costante degli arrivi (e conseguentemente degli sbarchi) lungo le coste del Vecchio Continente. E se il record, con oltre un milione di profughi e migranti, è stato toccato nel corso del 2015 con l’aggravarsi della crisi siriana e la risalita dei profughi lungo la rotta balcanica, da quell’anno in poi il numero di arrivi tende a diminuire anche per via degli accordi fra UE e Turchia e di quelli controversi tra Italia e Libia, che hanno di fatto limitato l’afflusso dei migranti sulle nostre coste. È sufficiente guardare il grafico sotto per rendersi conto che non ci si trova di fronte a nessun tipo di emergenza per quanto riguarda l’immigrazione in Europa: un’evidenza vera da quasi 4 anni ormai, al di là della retorica della narrazione nazionalista e xenofoba.

Quello che questa narrazione mistifica è invece la riduzione delle vittime che affrontano la traversata mediterranea. Perché se è vero che, come afferma Salvini e le estreme destre, che con il calo degli sbarchi è calato il numero dei morti nel “Mare Nostrum”, è anche vero che, con la scomparsa delle ONG nel Mediterraneo, è aumentata esponenzialmente la mortalità. Tradotto: chi parte ha molto più probabilità, rispetto a prima, di perdere la vita durante la traversata. Se nel 2015 si registrava un morto ogni 269 arrivi lungo le rotte del “Mare Nostrum”, nel 2018 la percentuale è salita vertiginosamente a uno su 51. Una proporzione che diventa spaventosa nel Mediterraneo Centrale: l’aumento della mortalità tra 2018 e 2019 passa dall’1,7% all’11,7% con 257 morti registrati dall’inizio dell’anno nel tentativo di raggiungere le nostre coste (stime OIM).

Se gli sbarchi diminuiscono in Italia (appena 720 gli sbarcati dall’inizio del 2019 fino a fine aprile), la maggior parte si concentra in Grecia (10.892) e Spagna (8.400). Ed è l’Afghanistan la terra da dove si scappa di più: sono stati circa 2.467 gli afghani che sono approdati in Europa (e quasi prevalentemente nelle coste greche) nel corso del 2019. Segno che le crisi che sconvolgono l’Africa e il Medio Oriente sono purtroppo strutturali, difficilmente risolvibili con qualche tweet o con qualche slogan usato per scopi elettorali.

CONSIGLI DI LETTURA

L’argine fragile all’antieuropeismo: l’informazione sull’Europa nel sistema italiano dei media, la Repubblica

L’Atlante dei migranti, Visual Lab

Fortress Europe: what happens to the refugees sent back to Libya?, the Guardian

Noi, in questa prigione chiamata Libia, L'Espresso

Salvini claims he is saving Europe from Islam, what are the facts?, euronews

«Salvini répète que les ports sont fermés, comment pourrait-il admettre qu’à Lampedusa, les migrants arrivent toujours ?», le Monde

Continua a leggere

Episodio 7 - 16 maggio 2019

Giovani: cresce la sfiducia nel futuro e nella democrazia

Episodio 7 - 16 maggio 2019

Giovani: cresce la sfiducia nel futuro e nella democrazia

Ascolta

Cosa pensano i giovani europei alla vigilia di elezioni chiave, in grado di mutare radicalmente l’assetto della UE? Lo abbiamo ricostruito grazie a un prezioso report redatto dall’Ong Tui Siftung, da tempo impegnata nell’educazione, nel dialogo e nello sviluppo professionale dei giovani del Vecchio Continente. L’inchiesta ha coinvolto migliaia di giovani europei con un’età compresa tra i 16 e i 26 anni: ecco cosa ci raccontano questi dati. Dati, mappe, statistiche e link di approfondimento per orientarsi su uno dei temi fondamentali delle prossime elezioni europee.

La maggior parte dei giovani europei ritiene che non avrà un futuro, inteso come reddito e qualità della vita, superiore ai propri genitori; l’unica eccezione è costituita da un paese dell’est come la Polonia, il solo con un Pil in costante e solida ascesa da anni. È questo il dato che forse colpisce di più del report realizzato dall’ONG anglo-tedesca Tui Siftung intervistando migliaia di giovani fra i 16 e i 26 anni in undici diverse nazioni europee. Un lavoro prezioso che, alle soglie delle prossime elezioni, traccia una vera e propria mappa degli umori e delle convinzioni dei giovani del Vecchio Continente.

Così si apprende che, il tasso di pessimismo per il futuro, è cresciuto in Italia dal 23% del 2017 al 29% del 2017, così come in Spagna, dove ha toccato il 25% nel 2018, dal 17% dell’anno precedente. E i più pessimisti sono i giovani francesi: il 38% dei giovani transalpini ha un’idea di ciò che li aspetta non esattamente positiva. Per quanto riguarda l’agenda delle tematiche ritenute “essenziali”, si nota invece che l’agenda populista e il relativo “allarme immigrazione” ha sparso i suoi “frutti”.

Malgrado il calo degli sbarchi, l’immigrazione è ancora il problema principale da risolvere all’interno della Ue per la maggior parte dei giovani europei, seguita dall’emergenza ambientale, dall’economia e dalla politica fiscale e dalla lotta alla disoccupazione. In generale i giovani europei vogliono più integrazione, ma credono molto di più alle elezioni nazionali che a quelle europee, viste ancora come elezioni di “secondo ordine”. E il paradosso è registrare come siano proprio i polacchi, ovvero i giovani che sembrano vantare più ottimismo per il futuro, a risultare i più scettici verso la UE, mentre il 22% dei giovani italiani voterebbe, in un ipotetico referendum sulla permanenza nella UE, per il “Leave”. Aumenta parallelamente, in maniera inquietante, lo scetticismo per la democrazia rappresentativa: solo il 38% dei francesi e solo il 46% dei giovani italiani e polacchi crede che la democrazia sua la migliore forma di governo esistente. Per il 33% dei francesi e degli italiani, sono la democrazia è sostanzialmente intercambiabile con altre forme di governo. Solo il 56% dei greci, fiaccati da dure politiche di austerità lunghe anni, sono invece insoddisfatti con il funzionamento della loro democrazia. Risposte impensabili fino a pochi anni fa, che indicano che la strada del nuovo Parlamento europeo potrebbe essere, fin da subito, in salita.

RASSEGNA STAMPA

Tsipras ha ridimensionato le elezioni descrivendole come una sorta di sondaggio utile a captare le tendenze nazionali (Ekathimerini)

Nigel Farage, è il candidato di punta del neonato “Brexit Party”. I sondaggi lo danno in testa (The Guardian)

Il figlio di Carla Bruni e Sarkozy sostiene l’uscita della Francia dall’Unione europea (Politico)

Sempre in Francia Macron vuole ricreare il duello con Marine Le Pen come nel 2017 e punta tutto sull’ecologia (Le Monde)

In Austria ha fatto notizia l’appello al voto di Helga Feldner-Busztin, una superstite dell’Olocausto (Der Standard)

Manfred Weber, dei Popolari, ha proposto di far votare il Parlamento europeo sulla chiusura della propria sede di Strasburgo (Handelsblatt)

Timmermans, il leader dei socialisti, in visita in Irlanda, ha promesso misure per combattere la crisi abitativa nell’isola (Irish Times)

Il Presidente della Repubblica, Sergio Mattarella, insieme ad altri 20 capi di Stato, ha firmato un appello al voto (la Repubblica)

Roberto Speranza, segretario di Articolo1 e alleato di Zingaretti, dice che il modello sia Jeremy Corbyn e non Macron (la Repubblica)

Continua a leggere

Episodio 8 - 23 maggio 2019

Elezioni: istruzioni per l’uso

Episodio 8 - 23 maggio 2019

Elezioni: istruzioni per l’uso

Ascolta

Tutto pronto per le elezioni europee: una tornata considerata importante da molti commentatori, che potrebbero stabilire addirittura il nuovo assetto dell’Unione. Dati, mappe, statistiche e link di approfondimento per orientarsi su uno dei temi fondamentali delle prossime elezioni europee.

Il primo atto si è tenuto nel 1979, quando nell’Italia sconvolta dal delitto Moro e dalla piaga del terrorismo, i cittadini italiani, insieme a quelli di Francia, Repubblica Federale Tedesca, Regno Unito, Paesi Bassi, Belgio, Danimarca, Irlanda e Lussemburgo, vennero chiamati alle urne per la prima volta per eleggere la composizione del Parlamento Europeo. Da allora si è votato regolarmente ogni cinque anni. Le elezioni che si svolgeranno in tutta Europa dal 23 al 26 maggio sono le none della UE e sanciranno ufficialmente l’avvio della IX legislatura. In tutta Europa sono chiamate al voto circa 400 milioni di persone. In Italia sarà possibile votare domenica 26 maggio 2019 e i seggi saranno aperti dalle 7 alle 23.

Si vota per eleggere i cittadini europei che andranno a comporre il Parlamento Europeo nei prossimi cinque anni. Il numero dei deputati di uno stato membro è calcolato in base alla sua popolazione; tuttavia si va da un minimo di 6 (Cipro, Estonia, Lussemburgo e Malta) a un massimo di 96 deputati (Germania) per ciascuno stato. L’Italia ne eleggerà complessivamente 73. In Italia possono votare tutti quelli che hanno già compiuto 18 anni. Nel Belpaese ci sono cinque circoscrizioni elettorali europee, di dimensione sovra-regionale. Un candidato può presentarsi in più circoscrizioni. Gli elettori scelgono tra i candidati presenti nelle liste della propria circoscrizione di residenza. Le circoscrizioni sono rispettivamente: Nord Occidentale, Nord Orientale, Centrale, Meridionale, Insulare. La soglia si sbarramento è fissata al 4% e ogni circoscrizione elegge un numero prestabilito di parlamentari su criteri proporzionali. Una volta eletti i deputati possono entrare o riunirsi in gruppi politici.
Al momento i gruppi politici all’interno del Parlamento Europeo sono ben otto: il Partito Popolare Europeo (PPE), l’Alleanza Progressista di Socialisti e Democratici (S&D), Sinistra Unitaria Europea / Sinistra verde Nordica (GUE / NGL), Verdi / Alleanza libera Europea (Greens / Efa Group), Europa delle nazioni e delle libertà (ENF), Europa della Libertà e della democrazia diretta (EFDD), Alleanza dei democratici e dei liberali per l’Europa (Aide), Conservatori e riformisti europei (ECR).

Il Parlamento Europeo ha essenzialmente funzioni legislative, di supervisione sulle istituzioni UE (ad esempio elegge il presidente della Commissione e approva la Commissione come organo) e di bilancio (elabora il bilancio dell’Unione Europea con il Consiglio). Funzioni che contribuiscono, sempre di più, a chiarire l’importanza di questa istituzione e delle elezioni del 26 maggio

CONSIGLI DI LETTURA

Guida alle elezioni europee, la Repubblica

EuroPartitometro: gioca, rispondi e scopri che elettore sei, la Repubblica

Le funzioni del Parlamento Europeo, Unione europea

Programmi elettorali europei, le Nius

La legge elettorale delle Elezioni Europee 2019, Giornalettismo

Continua a leggere