Territorio de Zaguates

Il regno dei randagi

di Diana Letizia

Scalando la collina di Carrizal, quattro negozi e tremila anime in un minuscolo paese del Costa Rica a 30 chilometri da San Josè, c’è una strada che finisce e un’altra che inizia dietro un cancello blu. È la porta verso un mondo che capovolge la prospettiva degli umani per farli entrare in contatto diretto con quella dei cani, in un puro e reciproco coinvolgimento emotivo, cognitivo, sensoriale.

Quando si spalancano le porte del “Territorio de Zaguates”, il più grande Santuario per cani che esista al mondo, sono migliaia le zampe e i musi che corrono per vedere chi è entrato in “casa loro”, con un’accoglienza che letteralmente scaraventa in un luogo che non si può nemmeno immaginare finché non se ne entra a far parte e che nemmeno uno sceneggiatore di Hollywood potrebbe rendere più immaginifico di quel che realmente è.

Anche se si sono passati in rassegna tutti i video su YouTube, il documentario del National Geographic o la triste e foriera di polemiche puntata della serie “Dogs” su Netflix dedicata al Territorio, nulla può preparare un essere umano alla “verità” del Santuario fondato da Lya Battle. E’ solo quando dal virtuale di uno schermo i piedi calpestano terreno, acqua e vegetazione insieme a Luna, Cabezon, Baquera, Chancha, Franco, Pajarito, Willy e gli altri (al momento in cui si scrive) millecinquecentonovantatré cani che avviene l’epifania, nel senso etimologico del termine: “Apparizione, rivelazione della divinità”. Dove l’aspetto spirituale, in questo caso, diventa concreta possibilità di vivere in una comunione di intenti tra due specie che camminano insieme da secoli.

E al Territorio de Zaguates, tra migliaia di loro, la meravigliosa scoperta è proprio questa: incontrarne così tanti, liberi e indipendenti e riuscire a vedere in ognuno di loro sia l’unicità delle singole esistenze che quel desiderio spontaneo di condividere del tempo con gli umani. Una visione che accende, appunto, la sfera cognitiva e emozionale di entrambe le specie al punto tale da far mettere da parte libri e teorie cinofile e, nel silenzio di ogni giudizio, riconoscere che quel rapporto unico di interdipendenza è alla fine sempre lo stesso nonostante il passaggio di migliaia di anni.

Una relazione speciale che ha trasformato i canidi di un tempo in quelle anime da salotto che vivono nelle nostre case ma che si ritrova anche nel pieno della libertà di “cani senza padroni” che vivono in ogni luogo del mondo come quei meravigliosi e rumorosi zaguates di Carrizal. E non cani qualsiasi, ma esseri il cui destino di “condivisione” con gli esseri umani li aveva destinati in realtà a una vita di vessazioni, maltrattamenti, abusi o, nella migliore delle ipotesi, abbandoni da parte dell’altra specie a cui sono così evolutivamente legati.

I “perros” del Territorio, infatti, sono stati randagi “per forza”: nessuno è andato a accalappiarli per il puro scopo di portarli poi dietro a quel cancello. Toglierli dalle strade e inserirli nel Santuario è una scelta dovuta alle condizioni in cui Lya, suo marito Alvaro e le persone che collaborano con loro li hanno recuperati. E il senso ultimo della missione di questa donna canadese, che ha iniziato a dedicare la sua vita ai randagi più di dodici anni fa, è di trovare una famiglia per ogni “ospite” ma soprattutto di fare in modo che il “qui e ora” dei cani del Territorio sia consentirgli di vivere in un luogo dedicato al loro benessere, alla semplice possibilità di avere una vita dignitosa nel pieno rispetto della loro individualità.

Sulla montagna di Carrizal si respira tra la polvere e il vento leggero che soffia nella stagione secca proprio l’essenza, come se fosse un odore percepibile anche da un essere umano, di un rapporto tra due specie fondato sul quel mutuo e silenzioso - a livello emotivo, ben espresso tra abbai e latrati a livello uditivo - desiderio di condivisione delle esperienze. E ognuno ha i suoi tempi per farlo e, anche, per non farlo. Perché, appunto, il principio su cui si fonda la “terra dei randagi” è che questi siano liberi: di scegliere, di muoversi, di vivere ognuno secondo le proprie motivazioni e esperienze.

«Fin quando la società umana non diventerà più sensibile, empatica nei confronti di se stessa e di altre specie, questa è la mia soluzione: una montagna su cui i cani possono giocare, sporcarsi, divertirsi, riposarsi, stare al caldo o al fresco e forse un giorno trovare una casa - spiega Lya Battle - Ma qualora non dovessero essere adottati non importa: hanno comunque speso la loro vita in un luogo a dimensione delle loro necessità, lontano soprattutto da abusi compiuti da chi ritiene che il mondo sia un pianeta occupato solo dalla nostra specie con una continua violenza nei confronti delle altre. Questo è il mio modo di vivere la relazione con i cani, questo è ciò in cui io credo: ogni cane ha diritto a vivere una vita dignitosa fino all’ultimo respiro».

Il tempo passato su questa montagna ha due flussi narrativi diversi. Quello della storia del Santuario così come potrebbe essere raccontata con una sequenza di date e dati che hanno portato a far diventare il Territorio de Zaguates un posto unico e simbolo per il mondo dell’etologia e della cinofilia in particolare. E i tempi delle storie personali - sia di cani che di umani - di chi è entrato a far parte di una enorme famiglia composta da due specie che convivono su una montagna. Questa è la loro storia.

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    Lya Battle, fondatrice del Territorio de Zaguates
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    Lya Battle, fondatrice del Territorio de Zaguates
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    Lo scopo di Lya Battle è dare a ogni cane la possibilità di vivere una vita serena all’interno del Territorio e farli adottare
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    Lo scopo di Lya Battle è dare a ogni cane la possibilità di vivere una vita serena all’interno del Territorio e farli adottare
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    Lya Battle, fondatrice del Territorio de Zaguates
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    Lya Battle, fondatrice del Territorio de Zaguates
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    Lya Battle, fondatrice del Territorio de Zaguates
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    I cani vivono in totale libertà sulla montagna in cui sorge il santuario
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    Lya Battle, fondatrice del Territorio de Zaguates
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    Lya Battle, fondatrice del Territorio de Zaguates
Donna Lya

I miei milleseicento amici

C’è una scritta a caratteri cubitali sulla parte destra del muro che delimita il cancello di entrata del Territorio de Zaguates: “In un mondo perfetto ogni cane ha una casa e in ogni casa c’è un cane”. Dall’altro lato ci sono i simboli del Costa Rica: la bandiera, un vulcano, il motto “pura vida” e un ritratto di un meticcio felice che risalta tra i colori. E’ il principio in cui crede Lya Battle, origini canadesi e costaricensi, classe 1967.

E’ così sicura che la vita degli esseri umani e non solo dei cani migliorerebbe se quello che c’è su quel muro fosse realtà da averne fatto il motto del Territorio e la sua stessa ragione di vita. E’ lei - “donna Lya” come la chiamano i suoi collaboratori e le persone che la incontrano per strada - ad aver dato inizio a tutto. «Da bambina amavo i serpenti, i ragni e le lucertole. Pensavo che nessuno proteggesse quel tipo di animali mentre tutti avevano cura dei cani e dei gatti. Poi ho scoperto che non è così: c’è un mondo di persone che amano gli animali ma per le strade del mondo sono tanti ancora i cani abbandonati, maltrattati o che vengono lasciati a morire di stenti e privazioni. Qui al Territorio noi ci prendiamo cura di loro e anche loro di noi».

Questa è stata, sin dalle prime battute, la storia d’amore tra Lya, suo marito Alvaro e i compagni a quattro zampe che a migliaia vivono sulla montagna di Carrizal. Un percorso che li ha portati a trasformare la loro vita agiata di coppia a cui piacevano i cani in una missione chiamata Territorio de Zaguates: «Tutto è cominciato circa dodici anni fa. Vivevamo in una villa con un patio e abbiamo iniziato a ospitare cani che non avrebbero avuto alcuna speranza in strada. In poco tempo, però, gli spazi non bastavano più e le persone intorno si lamentavano. Avremmo dovuto scegliere tra il mantenere il nostro tenore di vita o iniziare questa grande avventura. Sin dall’inizio, con alti e bassi, dentro di me non ho mai avuto dubbi di aver fatto la scelta giusta. Ci sono alcuni cani che riescono a trovare adozione più facilmente: i cuccioli, quelli di taglia piccola… ma tanti rimangono soli e nell’abbandono più totale. Qui al Territorio sono tutti vaccinati, sterilizzati e castrati e hanno assistenza veterinaria ma, soprattutto, possono scegliere ogni giorno in piena libertà cosa fare».

Così tutto è iniziato, e continua ogni giorno tra i sentieri che si trasformano in prati e tuffi negli stagni, nella tenuta che Lya Battle ha ereditato. Un luogo che rispecchia una filosofia di vita basata sul rispetto degli altri esseri viventi che è sempre appartenuta proprio alla sua famiglia: «Sono figlia di un biologo e mio nonno era un grande amante degli animali. I “nostri” zaguates sono cani liberi di essere ognuno ciò che è, in un ambiente in cui vengono rispettati come esseri viventi e non come oggetti da eliminare per imperizia, intolleranza. Fuori da questa tenuta tutto accade nel segno di una totale assenza da parte del governo locale e di un’ignoranza collettiva rispetto alle caratteristiche della specie. Al Territorio ogni cane vive fino al suo ultimo giorno in un ambiente che gli restituisce ciò che più gli aggrada: c’è chi scava una buca, chi decide di venire in passeggiata con noi, chi passa il tempo a dormire».

Un mondo, quello dietro al cancello blu, che si sostiene tra una continua e contagiante voglia di vivere e le scelte da fare ogni giorno per la gestione e il mantenimento degli cani: «Non abbiamo alcun supporto dal governo costaricense, anzi, solo ingerenze e interferenze. Tutto quello che facciamo è grazie alle nostre forze e soprattutto alle donazioni che riceviamo. Ci vogliono intorno ai 600 dollari al giorno solo per il cibo. Poi ci sono le altre spese: medicazioni, cure veterinarie e terapie riabilitative. La raccolta fondi funziona in modo trasparente attraverso il nostro sito. Ma quando le persone mi chiedono quanto valga la pena donare anche un dollaro, io rispondo sempre che è importante pure solo condividere i nostri post e mostrare a tutti i cani che sono qui».

Sono tanti quelli che seguono e sostengono il Territorio, ma Lya e i suoi collaboratori hanno dovuto subire non solo le pressioni governative nel corso degli anni: «Siamo in un’area che interessa a molti. Ci sono delle sorgenti d’acqua e i nostri vicini sono particolarmente interessati al terreno (poco lontano dall’entrata del Santuario c’è una delle aziende che si occupa proprio del sistema idrico locale n.d.r.) e abbiamo avuto diversi casi di avvelenamenti all’interno dei nostri confini. Per non parlare degli attacchi personali, a cui però sono abituata, e che devo dire nemmeno mi toccano più. C’è chi mi definisce “hoarder” (accumulatrice seriale di animali n.d.r.) ma se significa fare quello che facciamo al Territorio e se tutto questo serve a chè ci siano altre persone ispirate dalla nostra attività, a maggior ragione io non avrò mai problemi a gestire attacchi e critiche per la diffusione della causa».

Mentre Lya finisce di raccontare la sua storia, Victor, un meticcio nero focato, la bacia in volto e lei volge lo sguardo intorno, osservando uno per uno la trentina di cani che si lasciano cullare nel sonno dal tono determinato e improvvisamente dolce della sua voce mentre ancora una volta ribadisce che non ha nessun rimpianto, che ogni singolo giorno della sua vita dedicata ai randagi è stato a suo modo appagante: «Abbiamo raccolto e accolto cani in condizioni pietose. Continuiamo a provare a salvare esemplari con tutti i tipi di malattie o lesioni dovute, la maggior parte, da incidenti stradali. Alcuni sono morti qui, sì. Tanti. Ma almeno non hanno esalato l’ultimo respiro tra sofferenze atroci come “numeri” per le vie delle città. Nessuno dovrebbe morire da solo, cane o umano che sia».

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«Tutto è cominciato circa dodici anni fa. Vivevamo in una villa con un patio e abbiamo iniziato a ospitare cani che non avrebbero avuto alcuna speranza in strada. In poco tempo, però, gli spazi non bastavano più e le persone intorno si lamentavano. Avremmo dovuto scegliere tra il mantenere il nostro tenore di vita o iniziare questa grande avventura. Sin dall’inizio, con alti e bassi, dentro di me non ho mai avuto dubbi di aver fatto la scelta giusta.»
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    Alvaro all’ingresso del Territorio de Zaguates sulla collina di Carrizal, Costa Rica
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    Alvaro Saumet, fondatore con sua moglie Lya Battle del Territorio de Zaguates
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    Alvaro Saumet, fondatore con sua moglie Lya Battle del Territorio de Zaguates
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    Alvaro Saumet, fondatore con sua moglie Lya Battle del Territorio de Zaguates
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    Alvaro Saumet, fondatore con sua moglie Lya Battle del Territorio de Zaguates
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    Alvaro Saumet, fondatore con sua moglie Lya Battle del Territorio de Zaguates
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    Alvaro Saumet, fondatore con sua moglie Lya Battle del Territorio de Zaguates
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    Alvaro Saumet, fondatore con sua moglie Lya Battle del Territorio de Zaguates
Alvaro

Dalla Colombia al fianco di Lya

«Un giorno un saldatore passò davanti alla casa di mia madre e mi diede un cucciolo che da quel momento mi accompagnava ovunque. Fu investito e morì sul colpo: rimasi choccato. Lya per alleviare il mio dolore mi portò “Manchitas” e “Pulguita”, due cagnoline sorelle, una molto bella, l’altra bruttina. Con loro abbiamo iniziato la nostra avventura e a un certo punto ci siamo resi conto che avevamo in casa 180 cani.

Questo è successo undici anni fa, oggi nel Territorio ne ospitiamo circa 1600. E io sono il papà di tutti questi chicos». Si presenta così Alvaro Saumet, fondatore con sua moglie Lya Battle del Territorio de Zaguates. Quest’uomo colombiano che ha accolto, raccolto e condiviso in toto la passione della sua compagna di vita per i cani è la vera “anima latina” della coppia. Il suo amico più fidato è Teo, un Doberman che gli gira sempre intorno e lui, ogni tanto, in mezzo ai lavori di ammodernamento della struttura che sta seguendo in prima persona e tra centinaia di altri cani che ricercano le sue attenzioni, non dimentica mai di lanciargli uno sguardo speciale o una pacca sul fianco.

«Ad oggi il Territorio è chiuso al pubblico perché abbiamo avuto degli stop dalle autorità che ci hanno obbligato a risistemare gli spazi. Ma ne usciremo più forti di prima: quello che ci è stato imposto ci consentirà invece di rendere questo Santuario ancora più a dimensione di cani e un luogo in cui le persone possano vivere un’esperienza unica».

La battaglia di Alvaro e della sua compagna è però indirizzata soprattutto al superamento dell’abbattimento indiscriminato dei randagi che viene attuato in gran parte del continente americano: «La soluzione al problema non è l’eutanasia di massa degli animali. Vogliamo realizzare un cambiamento radicale, consapevoli che i rifugi per i cani non siano il modo giusto per gestire il fenomeno. Il governo dovrebbe imporre sterilizzazione e castrazione di tutti i cani con servizio gratuito per legge anche ai privati: non dovrebbe essere possibile avere un animale se non sterilizzato. Questa sarebbe la cosa giusta per diminuire il numero di randagi e delle presenze nelle strutture di accoglienza. Penso che così l’abbandono, con la conseguente sofferenza dei cani, in circa sei o sette anni, sarebbe completamente eliminato in Costa Rica».

Il Costa Rica è un paese che ha approvato dal 2013 una legge che non prevede l’uccisione di massa di alcuna specie animale come metodo per il controllo della popolazione ma il riferimento chiaro di Alvaro è nei confronti soprattutto degli Stati Uniti. Paese nel quale invece l’eutanasia è la prassi legalizzata e più diffusa: secondo i dati online su Pet Statistics che fa riferimento a sua volta all’associazione Shelter Animal Courts, ogni anno circa un milione e mezzo di animali custoditi nei canili vengono eutanizzati (670.000 cani e 860.000 gatti).

Alvaro conosce ogni storia dei cani del Territorio, da dove vengono e perché sono arrivati sulle alture di Carrizal e qual è il senso profondo di tutto ciò che ogni giorno viene fatto dal team che collabora al mantenimento del santuario sulle alture di San José: «Qui ognuno di loro ha un nome, una storia, un carattere e una personalità che noi rispettiamo e tuteliamo. Il Territorio è il regno dei zaguates: un termine dispregiativo in Costa Rica per indicare i “perros” di strada e che invece è per noi la massima espressione della bellezza di questi nostri compagni di vita. Tanto da decidere, appunto, di chiamare la nostra montagna così».

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«Qui ognuno di loro ha un nome, una storia, un carattere e una personalità che noi rispettiamo e tuteliamo. Il Territorio è il regno dei zaguates: un termine dispregiativo in Costa Rica per indicare i “perros” di strada e che invece è per noi la massima espressione della bellezza di questi nostri compagni di vita. Tanto da decidere, appunto, di chiamare la nostra montagna così»
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    Alex Rodriguez e Josè Soto, dipendenti del Territorio de Zaguates
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    Josè Soto, dipendente del Territorio de Zaguates
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    Josè Soto, dipendente del Territorio de Zaguates
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    Josè Soto, dipendente del Territorio de Zaguates
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    Alex Rodriguez, dipendente del Territorio de Zaguates
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    Alex Rodriguez, dipendente del Territorio de Zaguates
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    Alex Rodriguez, dipendente del Territorio de Zaguates
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    Alex Rodriguez, dipendente del Territorio de Zaguates
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    Josè Soto, dipendente del Territorio de Zaguates
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    Alex Rodriguez, dipendente del Territorio de Zaguates
Alex e Josè

La famiglia del Territorio

I cani li lanciavano dal cancello. Tirati su come sacchi e gettati oltre il muro. Di notte, la maggior parte delle volte. Josè la mattina se ne trovava uno di fronte, spesso, in mezzo al gruppo dei “suoi”, quelli che porta in giro tutto il giorno per farli correre, giocare, vivere nel Territorio de Zaguates.

Tyson, un molosso di almeno 30 chili, chissà se è stato fiondato così dentro il Santuario e a vederlo nella sua stazza di pseudo mastino si comprende quanta determinazione ci vuole per abbandonare un essere vivente. Lo ha visto Josè per primo, un giorno, che girava come se niente fosse insieme agli altri cani. Ha chiesto a Felix e Alex, altri due ragazzi che lavorano in questo luogo fondato da Lya Battle, una donna che ha deciso di investire soldi, tanti, e energia, ancora di più, nella tutela dei randagi. Cani di strada felici e indipendenti, considerati però da molte persone pericolosi e portatori di malattie o tenuti incatenati e privati di qualsiasi benessere in fattorie e case da “proteggere”. Cani abbandonati, maltrattati, esclusi dalla comunità degli esseri umani in cui avrebbero potuto continuare a vivere serenamente se non fossero diventati, spesso, ex amorevoli cuccioli poi “troppo cresciuti” e dunque da sbarazzarsene. Nella migliore delle ipotesi.

«Vivo al Territorio con la mia famiglia: mia moglie, i nostri due bimbi Antoni e Catalina e tutti loro», racconta Josè Soto, allargando le braccia verso il branco che lo segue ogni giorno, mentre una meticcia corpulenta, Ruby, gli salta addosso e lui cerca di rasserenarla: «E’ una mix Pit Bull... è sempre molto esuberante», sembra giustificarla.

Josè è timido e riservato ma venderebbe l’anima per dare il suo contributo, anche di fronte a una telecamera, al Territorio di Donna Lya e don Alvaro. Sembra cercare le parole giuste, poche, che possano dimostrare semplicemente l’affetto che ha per il mondo al quale appartiene e quando riflette pare che quasi non ci possa nemmeno lui credere, ancora, che la sua vita è diventata una continua avventura da quando ha iniziato a lavorare sulla montagna di Carizzal: «Quando ero in Nicaragua (dove è nato n.d.r.) la mia famiglia aveva dei cani ma viverli così non avrei mai pensato fosse possibile. Abbiamo una vita serena tutti insieme, ci occupiamo di loro dalla mattina alla sera e ci dividiamo i compiti: dargli da mangiare, camminare insieme, provvedere alle prime cure o alla somministrazione delle terapie veterinarie. In una parola? semplicemente lasciarli vivere la vita che vogliono».

Ogni giorno Josè porta a passeggio insieme al suo collega Alex Rodriguez centinaia di zaguates che scelgono di seguirli per lunghe camminate e scorribande sulle alture della montagna. Quando i due umani iniziano a andare verso mete indefinite ma che i cani ben conoscono, ognuno di loro sospende la sua attività, spesso quella di dormire, e pochi sono quelli che resistono al richiamo di quattro piedi che iniziano a muoversi sulle pendici del monte tra alberi, laghi, rivi e improvvise pianure d’erba in cui lasciarsi andare. «Respiriamo ogni giorno aria, vento e sole - spiega Alex, l’altro tra i collaboratori più fidati di Lya Battle - Io amo correre e grazie a questi cani ogni giorno vivo l’emozione di poter essere quello che sono, libero di esprimere la mia vita all’interno di una famiglia in cui ognuno dà una mano all’altro».

Dopo ripide scalate tra rincorrersi, azzuffarsi e poi lasciarsi andare a una “siesta”, capitano spesso risse tra i randagi che sembrano feroci e che la maggior parte delle volte invece, grazie all’intervento dei dipendenti del Territorio de Zaguates che si tuffano in mezzo separandoli, si risolvono in quella che in Italia definiremmo solo una “gran cagnara”. «I cani “partono” per vari motivi: magari qualcuno inizia a correre e prende le sembianze di una preda, altre volte invece ci sono proprio delle insofferenze, cani che tra di loro non si piacciono e vengono in passeggiata solo per stare con noi e si scatenano delle antipatie. Prendi quello, ad esempio - spiega Alex, indicando un simil Chihuahua - Si chiama Dagoberto: c’è una zona dove ci sono le abitazioni dello staff che lui ha “eletto” come sua. Non c’è cane, anche duecento volte più grande di lui, che possa passare di lì. Dagoberto li mette tutti in riga».

Il piccolo meticcio sembra sentirlo, si volta con lo sguardo torvo e poi, quasi a voler dimostrare quanto questo luogo consenta di poter chiaramente comprendere che ogni cane ha una sua personalità, rivolge a un mix Rottweiller un ringhio di avvertimento. Il cane più grande abbassa lo sguardo, fa una curva larga allontanandosi dall’albero sotto il quale Dagoberto lo “minaccia” e entrambi risolvono un “non scontro” con uno sbadiglio pacificatore. E la giornata nel Territorio con Alex e Josè continua nella libertà del Territorio di Zaguates.

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«Respiriamo ogni giorno aria, vento e sole. Io amo correre e grazie a questi cani ogni giorno vivo l’emozione di poter essere quello che sono, libero di esprimere la mia vita all’interno di una famiglia in cui ognuno dà una mano all’altro»
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    Marcela Castro Wedel, braccio destro di Lya Battle con Puppy Gray
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    Marcela Castro Wedel, braccio destro di Lya Battle con Puppy Gray
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    Marcela Castro Wedel, braccio destro di Lya Battle con Puppy Gray
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    Marcela Castro Wedel, braccio destro di Lya Battle con Puppy Gray
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    Marcela Castro Wedel, braccio destro di Lya Battle con Puppy Gray
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    Marcela Castro Wedel, braccio destro di Lya Battle con Puppy Gray
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    Marcela Castro Wedel, braccio destro di Lya Battle con Puppy Gray
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    Marcela Castro Wedel, braccio destro di Lya Battle con Puppy Gray
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    Marcela Castro Wedel, braccio destro di Lya Battle con Puppy Gray
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    Marcela Castro Wedel, braccio destro di Lya Battle con Puppy Gray
Marcela

Quei cani “specialmente diversi”

Puppy Gray si lascia dondolare tra le braccia di Marcela. Guarda il mondo dall’alto delle gambe della sua umana che la porta in giro avvolta in una bisaccia che le passa dalla spalla al fianco. Gli occhi svegli e vivaci, Puppy Gray è una Pit Bull che ha imparato a non camminare più. La sua storia la racconta Marcela Castro Wedel, braccio destro di Lya Battle che da anni si occupa degli animali diversamente abili fuori e dentro il Territorio de Zaguates.

«Era una cucciola quando ho deciso di adottarla, ha avuto una lesione spinale a tre anni e da allora ha bisogno di me anche solo per fare i suoi bisogni». Marcela parla circondata da un gruppo di almeno cinquanta cani. Si è fermata sulle pendici della montagna del Santuario per rispondere a qualche domanda e per riposare il corpo sul quale porta come uno dei tatuaggi che le coprono le braccia la sua Puppy.

«Ha bisogno di fare fisioterapia tre volte a settimana e da quando c’è lei nella mia vita ho capito cosa vuol dire poter consentire a un cane disabile una vita “normale”: il nostro è uno scambio di amore, una relazione intensa. Bisognerebbe capire che i cani che subiscono incidenti o hanno delle infermità non devono essere per forza sottoposti a eutanasia: hanno anche loro il diritto di avere la possibilità di vivere una vita che, come quella di Puppy, può essere piena e felice. Ha molti amici su Facebook e Instragram, è soprattutto grazie a loro che continua la terapia riabilitativa e attraverso la sua storia riusciamo a sovvenzionare le cure anche per altri cani che soffrono di disabilità».

Marcela sorride, lo fa ogni volta che ricorda i primi passi della sua collaborazione con Lya e suo marito Alvaro: «Ho iniziato a curare la comunicazione sui Social network in tempi in cui il Territorio ancora non aveva una pagina ufficiale. Continuo a farlo e dò una mano per le adozioni. Ognuno di noi fa quel che può. C’è una parola che usiamo qui in Costa Rica: “Soila”. Vuol dire: “Io sono quella che fa questo e quest’altro ancora”, ovvero ognuno mette a disposizione tutte le sue competenze nel campo in cui c’è n’è davvero bisogno. E poi, appunto, ci sono i cani con disabilità che seguo da tempo. Puppy mi ha insegnato l’amore più puro e altruistico. Ho 35 anni, non sono sposata e non ho figli ma lei, in qualche modo, è la mia bambina».

Come Puppy Gray sono tanti i Pit Bull, gli American Staffordshire Terrier e gli incroci di queste razze che sono ospitati al Territorio de Zaguates. In Costa Rica come in tutto il mondo, senza escludere nemmeno paesi dell’Africa e dell’Asia, la moda di prendere con sé “cani da combattimento”, o meglio degli esemplari così chiamati perché selezionati dagli uomini a questo scopo, ha portato a molti abbandoni dovuti a diverse cause: dall’incapacità di gestione fino al dilagante fenomeno di cucciolate “domestiche”.

«C’è qualcosa di speciale nei Pit ed è anche questo che, attraverso la mia esperienza al Territorio, stiamo provando a raccontare: ci teniamo che le persone capiscano che non sono “cani killer”. Pupy Gray ad esempio ama stare in mezzo alle persone, è molto socievole con uomini, donne e bambini e con gli altri cani. Molti qui in Costa Rica prendono i Pit Bull senza conoscere la razza, quando se solo ci si informasse sulle motivazioni e sulle emozioni di questi cani si capirebbe che la loro attitudine principale è proprio quella di entrare in relazione con gli esseri umani».

Nel grande branco che circonda Marcela, mentre racconta la sua vita, ci sono anche due simil Amstaff, Chancha e Negro, che giocano e si buttano felici addosso a lei. «Negro ora vive con me, Chancha è stata abbandonata in strada e poi è arrivata da noi. Sono entrambi esempi della inconsapevolezza delle persone e della non curanza della società rispetto a una razza che è molto sensibile e particolarmente attenta proprio al rapporto con l’essere umano.

I due cani accanto a lei, intanto, continuano a divertirsi tra loro. Marcela gli rivolge uno sguardo, passa una mano dietro al collo di Puppy Gray che “sorride” affannata sotto al sole caldo di un marzo sulle alture di San Josè e per un attimo tutti sembrano fermarsi ad ascoltare le sue ultime parole prima di riprendere a camminare con la sua compagna sulla spalla in mezzo al branco del Santuario: «E poi li guardi in libertà, Pit e tutti gli altri, e capisci che nessuna regola vale in assoluto: eccoli, tutti insieme che giocano e sì, litigano anche, ma ancora una volta dimostrano che stare insieme è sempre possibile se si trova una dimensione comune, un compromesso accettabile nonostante quello che la nostra specie impone, addirittura andando a modificare la genetica degli altri esseri viventi».

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«E poi li guardi in libertà, Pit e tutti gli altri, e capisci che nessuna regola vale in assoluto: eccoli, tutti insieme che giocano e sì, litigano anche, ma ancora una volta dimostrano che stare insieme è sempre possibile se si trova una dimensione comune, un compromesso accettabile nonostante quello che la nostra specie impone, addirittura andando a modificare la genetica degli altri esseri viventi»
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    Luna, cane simbolo dei Zaguates: libera, indipendente, molto socievole con entrambe le specie
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    Luna, cane simbolo dei Zaguates: libera, indipendente, molto socievole con entrambe le specie
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    Luna, cane simbolo dei Zaguates: libera, indipendente, molto socievole con entrambe le specie
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    Luna, cane simbolo dei Zaguates: libera, indipendente, molto socievole con entrambe le specie
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    Luna, cane simbolo dei Zaguates: libera, indipendente, molto socievole con entrambe le specie
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    Luna, cane simbolo dei Zaguates: libera, indipendente, molto socievole con entrambe le specie
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    Luna, cane simbolo dei Zaguates: libera, indipendente, molto socievole con entrambe le specie
Luna

Io, simbolo di resilienza

Io sono Luna e in mezzo a 1600 cani sono stata “scelta” da chi sta scrivendo a nome mio. Mi rendo conto, prima di iniziare, che qualche dubbio sulla sanità mentale di un’umana come voi che “parla” al posto mio sia legittimo, ma per una volta date fiducia a prescindere da ogni giudizio: uno sguardo al mio modo di vivere, anche se comunque antropocentrico, potrebbe essere utile se riuscirà almeno a descrivervi ciò che una della vostra specie pensa di aver osservato in me per uno scopo che intende essere importante non solo per raccontare i cani del Territorio de Zaguates, ma per scoprire alcune caratteristiche della mia specie e di questa cosa chiamata “relazione” che si crea tra noi e voi.

Pare che io possa essere una perrita simbolo della “resilienza”. Ma che cosa è questa parola per voi umani? Lo spiega bene, in un libro che si chiama “Piacere di conoscerti”, la veterinaria comportamentalista Elena Garoni: «Vuol dire che le delusioni, i traumi non possono essere eliminati dalla vita che è fatta anche di questi passaggi dolorosi. Ma la nostra mente ci dà la possibilità di imparare pure dagli insuccessi. l cani, non tutti, lo sanno già». Io l’ho scoperto quando ho partorito nove cuccioli in mezzo alla strada e siamo stati recuperati da Lya e Alvaro.

Eravamo in condizioni di totale abbandono e senza alcuna aspettativa di vita. Non siamo stati prelevati da un contesto in cui avremmo potuto godere della nostra libertà: non avremmo avuto scampo se avessimo dovuto cavarcela da soli. Grazie a quel gesto i miei figli sono poi andati tutti in adozione. Io sono rimasta al Territorio e ho continuato a godere della mia libertà. E non ho mai pensato di essere una sopravvissuta. Sono un essere vivente, semplicemente, che ha fatto di ogni episodio bello o brutto che le è capitato solo una tappa di un viaggio che è breve e che va goduto fino in fondo. Si chiama vita ma non tutti, nemmeno tra i cani, la prendono così come ve la sto raccontando, sia chiaro. Ognuno di noi, come voi del resto, affronta le cose a suo modo e forse quello che ci distingue però come specie è una costante attitudine a vivere ogni momento per quel che è, un calarsi nel “qui e ora” che, però, allo stesso tempo non ci fa dimenticare le nostre esperienze passate. Per questo poi ognuno è chi è, con le sue caratteristiche, le sue prerogative e le sue capacità.

Il cancello del Territorio per me non è un limite. Nessuno mi costringe a stare dentro i confini e nessuno, però, allo stesso tempo, si sente in obbligo di venirmi a recuperare quando decido di andare per il mondo che c’è al di là di quel “portone” d’ingresso o d’uscita, appunto, a seconda di come lo si viva. Spesso vado a dormire da Susan, una signora che ospita alcuni che vengono qui in Costa Rica proprio per vedere la montagna sulla quale viviamo tutti in libertà. Mi godo il suo cibo, le carezze dei turisti, una dormita su un letto. Le persone che lavorano al Santuario si fidano di me: sanno che non mi metto nei guai e non dò fastidio in giro. Sanno che so cavarmela e, soprattutto, che non sono loro i “proprietari” della mia vita: se qualcosa di brutto mi accadrà hanno la consapevolezza che solo io ho scelto quali regole dare alla mia esistenza.

Ed è questo il senso dell’essere stata presa come esempio di quanto conti dare spazio e rispettare il carattere unico che ogni cane ha e di come io, nello specifico, abbia appunto fatto del mio passato traumatico una forza che mi sostiene nel voler essere semplicemente quel che sono, seguendo le mie inclinazioni e donando a chi mi circonda, uomini o cani, la mia esperienza con quella che gli educatori cinofili amano chiamare “competenza”. Ecco, sono in termini etologici ciò che si descrive quando si parla della combinazione in un cane di “innato e appreso”: ho un mio “etogramma” (il catalogo dei comportamenti di un soggetto n.d.r.) che è fatto tanto delle mie “motivazioni di razza”, ovvero i miei desideri e i miei bisogni, quanto delle esperienze che ho vissuto. Ogni cane ce l’ha ma pare che io sia però riuscita a mettere insieme le due cose per trovare la chiave di volta per esprimermi senza alcuna costrizione da parte della vostra specie e, anzi, nel pieno di una collaborazione che qui al Territorio ho scoperto essere una delle dinamiche più piacevoli che si innescano con gli uomini.

E per quanto riguarda proprio voi, per una volta vorrei che fosse un cane a dirvi cosa si prova a starvi accanto e perché, almeno io, lo faccio: per educarvi. Un altro termine che tanto viene usato nei nostri confronti quando quelli di voi che vivono rintanati nelle metropoli decidono di vivere con un cane e poi si rivolgono a un dog trainer per capire come entrarci in relazione. Se riusciste a trovarne uno bravo, vi direbbe che educare deriva dal latino: vuol dire ēdūcĕre, “tirare fuori” qualcosa che già si ha e il lui o la lei a cui vi siete rivolti vi darà una mano per farlo. Ma non solo nei confronti del quattro zampe: soprattutto nei vostri. Ecco, è quel che provo a fare anche io con gli esseri umani che incontro: lascio che emerga in chi sa godere della mia compagnia il meglio di sé, mostrandogli che la felicità è qualcosa che già si ha, basta solo… tirarla fuori. Del resto la gioia, per noi cani, è un bisogno primario pari alle necessità fisiologiche di base.

E allora questo forse è il mio “segreto”: ho trasformato un passato che alla fine nessuno veramente conosce e che io nemmeno più ricordo con dolore in questa meravigliosa consapevolezza di quanto sia bello vivere e godersi ogni istante. Le gioie di una zuffa, una corsa, un bagno nel fango e nell’acqua fresca in cui rigenerare il corpo, una dormita sotto un albero o dentro una buca, una giornata o anche solo una bella passeggiata con un essere umano accanto.

Nella provincia di Alajuela, in Costa Rica, c’è un passaggio spazio temporale a un’altra dimensione, la montagna su cui sorge il Territorio de Zaguates. Attraversando quel confine fisico del cancello blu io ogni giorno supero anche quello mentale su come debba essere la relazione tra le due specie e mi ritrovo a un mondo di distanza da qualsiasi preconcetto si possa avere sui cani, sugli uomini e sul nostro rapporto. Quel cancello, in realtà, è in ognuno di noi. Fate come me, non è un limite: trasformatelo in un ponte tra il dentro e il fuori da se stessi e in un aperto, pacifico e continuo confronto con gli altri.

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Eravamo in condizioni di totale abbandono e senza alcuna aspettativa di vita. Non siamo stati prelevati da un contesto in cui avremmo potuto godere della nostra libertà: non avremmo avuto scampo se avessimo dovuto cavarcela da soli. Grazie a quel gesto i miei figli sono poi andati tutti in adozione. Io sono rimasta al Territorio e ho continuato a godere della mia libertà. E non ho mai pensato di essere una sopravvissuta.