Gli hikikomori italiani: quei ragazzi immersi in un eterno presente

di CECILIA GRECO

Quattro ragazzi, quattro famiglie, quattro stanze. Perché a volte, per cercare di capire le ragioni di una scelta, quella di isolarsi dalla società e rinchiudersi in quattro mura, bisogna provare a entrare in un mondo che sembra molto lontano. Questa storia spiega cosa vuol dire essere un hikikomori, partendo dalle camere di Marco, Frederick, Sveva e Davide. Ed è proprio Davide, con la passione per il disegno, che ha voluto illustrare questo racconto, fatto di testimonianze, dati e audio interviste

Quattro ragazzi, quattro famiglie, quattro stanze. Perché a volte, per cercare di capire le ragioni di una scelta, quella di isolarsi dalla società e rinchiudersi in quattro mura, bisogna provare a entrare in un mondo che sembra molto lontano. Questa storia spiega cosa vuol dire essere un hikikomori, partendo dalle camere di Marco, Frederick, Sveva e Davide. Ed è proprio Davide, con la passione per il disegno, che ha voluto illustrare questo racconto, fatto di testimonianze, dati e audio interviste.

Sono i ragazzi dell’eterno presente, vivono in un mondo in cui giorno e notte non si alternano, sostituiti dalla luce degli schermi dei telefoni e dei computer. Un mondo in cui le relazioni fisiche, reali, sono sostituite da quelle virtuali, fondamentali: in alcuni casi l’unico vero contatto con chi è fuori dalla stanza. Dove la società diventa un nemico da cui proteggersi.

Proprio le stanze di questi quattro ragazzi - disegnate da Davide - sono il punto di partenza per capire il prima e il dopo: quello che hanno tolto dalle loro vite quando hanno scelto di autorecludersi.

Ascolta Davide(Durata 08:50)
Ascolta Davide(Durata 08:50)
“Ho sempre visto l’hikikomori come uno stronzo, uno piu' suscettibile a quello che accade. La gente non e' attenta, quando vede una persona piu' sensibile se ne frega. E poi va a finire cosi', che preferisci stare con te stesso piuttosto che con qualcuno che ti tratta male. Piuttosto che vivere all’interno della societa'. Amici? Non ne ho, e nemmeno mi interessa averne. C'e' stato un periodo in cui ho compreso e focalizzato che sarei stato tanti anni in camera senza uscire. Non avevo alternativa, non volevo e non riuscivo. Mi sentivo al patibolo: tra un mese, tra due anni, nulla cambiera'. Paura? si', anche rassegnazione”.

Davide ha 20 anni, ha smesso di frequentare il liceo, ha smesso di uscire.

“Il mio periodo piu' lungo chiuso in casa? Quasi 3 anni. Ora sto un po’ meglio, anche grazie all’aiuto dei miei genitori. Esco due, tre, volte al mese”.

Nella sua stanza, prima piena di giochi, libri, fumetti, vestiti – tutto quello che immaginiamo nella camera di un adolescente – ora ci sono:

“cose utili, il mio pc, i miei attrezzi per fare ginnastica”.

In casa, ovviamente. Lontano dalla società. Perché è proprio dal rapporto con la società che bisogna partire per capire cosa vuol dire essere hikikomori, come spiega Marco Crepaldi, presidente dell’associazione Hikikomori Italia: “Hikikomori è una pulsione all’isolamento sociale, sia da un punto di vista fisico, per la difficoltà a stare con gli altri, ad avere piacere nel contatto diretto con le persone, sia dal punto di vista mentale. Questi ragazzi non riconoscono il mondo che hanno intorno come un posto in cui vivere con serenità e si autorecludono”.

Marco ha 23 anni e anche lui, dai tempi delle medie, ha abbandonato la scuola.

“Piu' mi dicevano di uscire, vivere, cambiare, andare a scuola, piu' pensavo: o mi rinchiudo completamente e non esco piu', o mi tolgo la vita. E' stato un processo involontario, mi sono isolato perché non volevo tornare in classe, la societa' non era quello che pensavo fosse, non volevo piu' fare niente. L’hikikomori e' il prodotto di un ambiente che non capisce l’individuo che sta scartando, che sta ignorando. Che delusione. Siamo tutti diversi, anche io mi sento deluso dalla mia storia, ho sempre voluto che qualcuno che mi tendesse la mano, ma non e' stato cosi'. Non ho ricevuto aiuto da nessuno. E' come se mi avessero spinto indirettamente a essere hikikomori, anche se e' stata una scelta mia”.

La scuola, per molti ragazzi hikikomori, è il fattore scatenante che porta all’autoreclusione. Non solo come conseguenza a episodi di bullismo. Davide, Frederick, Sveva, Marco e i genitori di altri quattro ragazzi, hanno spiegato come il non sentirsi compresi, aiutati e soprattutto come la pressione delle aspettative sociali li abbiano schiacciati fino a farli rinchiudere in se stessi.

Ascolta Anna(Durata 09:54)
Ascolta Bruna(Durata 09:34)
Ascolta Anna(Durata 09:54)
Ascolta Bruna(Durata 09:34)

Anna è la mamma di un ragazzo hikikomori di 19 anni, in autoreclusione da quattro.

“Mio figlio ha girato l’interruttore da un giorno all’altro, la causa scatenante e' stato il pessimo rapporto con la scuola, un episodio di bullismo. Un giorno ha detto: in questa scuola di merda non ci metto piu' piede e non e' piu' uscito dalla sua stanza”.

Da lì, la vita della sua famiglia è cambiata in maniera drastica.

“Ha sempre sofferto il peso delle aspettative. E' uno tsunami che arriva in casa e, come in tutti gli tsunami, vedi prima le macerie e poi cerchi di capire. Tutto l’equilibrio familiare va a farsi benedire. La prima reazione? E' la classica testa di cazzo che non vuole andare a scuola, non vuole studiare, due schiaffi e si risolve. Magari fosse cosi'. Quante volte ho sperato di avere un figlio con una testa di cacchio, ma piu' andavo avanti piu' mi rendevo conto che non era cosi'. A 15 anni chiudersi in una stanza senza far niente, spinto da questo impulso alla non vita: non e' normale. Quando capisci questo sprofondi ancora di piu', perché alle teste di cacchio c’e' piu' o meno soluzione”.

Bruna, mamma di una ragazza di 19 anni che in terza media ha accusato un malessere tale da non riuscire a camminare, fino ad arrivare a una cecità temporanea, racconta:

“Tutto cio’ che e‘ pressione, tutto quello che ti spinge a essere come gli altri, crea sofferenza. Quando nessuno di noi ha avuto aspettative su di lei, abbassando tutte le asticelle, lei ha iniziato a migliorare. Sono finiti gli attacchi di panico e da un po’ di tempo ha ricominciato a uscire. Tolta la pressione, cioe’ quello che innesta questo ritiro a costo di fare sacrifici, abbassare le normali aspettative che ha un genitore rispetto a un figlio, loro stanno meglio. Te ne devi fare una ragione, hanno le antenne, capiscono che hai delle aspettative su di loro. Sono passati piu' di cinque anni e ora ne e' quasi uscita. E' stato fondamentale un sostegno psicologico, ma e' stato difficile trovare qualcuno che conoscesse il problema, quello degli hikikomori e' un fenomeno nuovo. Abbiamo scoperto che lei, oltre a essere hikikomori, soffriva del disturbo di conversione: trasformava in sintomi fisici i suoi disturbi psicologici”.

Uscire, andare a scuola, fare sport, studiare. “Il problema - conferma Crepaldi - sta anche nei genitori che vogliono vedere il figlio in un modo predefinito. Non capiscono che così i ragazzi non si sentono compresi nel loro malessere e si crea un conflitto. La cosa peggiore è spingerli a fare ciò che non vogliono. Avere un genitore che li forza gli fa perdere fiducia anche nel genitore stesso. Per migliorare la situazione bisogna cambiare approccio al problema, bisogna capire che un figlio esce se sta bene e non che se esce sta bene. L’uscita da casa è la naturale conseguenza di uno stato d’animo positivo, sennò è solo sofferenza e a un certo punto la sofferenza diventa insostenibile. Gli hikikomori possono uscirne, con la comprensione del problema, e ovviamente un aiuto psicologico”.

Anna spiega ancora:

“Sono ragazzi ipersensibili, cio’ che per noi e‘ una puntura di spillo per loro e’ una ferita lacerante. Sono ragazzi senza pelle. Il fuori, la pressione sociale, questo mondo cosi‘ perfetto dove anche se respiri c’e’ la cassa di risonanza di internet, dove non puoi non essere in primo piano, dove tutti si aspettano da te tutto. Non ce la fanno”.

E come Anna, Lia, mamma di un ragazzo di 14 anni che non frequenta la scuola dalla prima media:

”Questa problematica ha fatto deflagrare tutti gli equilibri familiari. All’inizio cercavo di forzarlo, ho capito solo dopo che la forzatura non serviva. Anzi, quando uno smette di pressarli anche sulle cose che ci sembrano normali, la situazione inizia ad andare un po’ meglio”.

Bruna racconta ancora:

“Il giorno che io e mia figlia siamo andate a firmare il ritiro da scuola per me e’ stato un passo davvero doloroso. Lei invece, sorrideva. e‘ tornata a casa e ha detto: grazie mamma, non ce la facevo. Quando ha visto che non c’era piu’ la scuola a metterle pressione la strada e‘ andata in discesa. Adesso inizio a vedere un futuro per lei. Ha passato cinque anni in cui e’ rimasta ibernata, non ha vissuto l’adolescenza. Ora sta imparando, non solo a uscire, ma le cose piu’ semplici, come prendere i mezzi pubblici, fare la valigia, o semplicemente il letto”.
Ascolta Marco(Durata 09:51)
Ascolta Marco(Durata 09:51)

Nella sua stanza, Marco ha raccolto tutte le cose della scuola e le ha messe in un sacco della spazzatura, poi

“la cartella l'ho regalata a mia sorella e tutto cio’ che mi ricordava il mondo esterno - fogli, quaderni - li ho buttati. Ho portato il pc dal salotto in camera, e ho tenuto qualche videogioco. Nient’altro”.


“Sono quasi otto anni che mi considero un hikikomori. E' da poco che ho capito di esserlo, all'inizio mi ricordo che pensavo di essere l'unico a comportarmi cosi'. I miei genitori hanno adottato la tecnica: forziamolo e buttiamolo fuori casa. Mi pressavano cosi' tanto. Mi sentivo completamente solo. Anche se sembra strano, piuttosto che rompere la mia bolla, avrebbero dovuto cercare di entrarci, piano piano, cercando di avere un dialogo, di capirci. Ora ho trovato chi sta riuscendo ad aiutarmi, dei professionisti che conoscono il problema e non mi fanno sentire l'unico, ma non posso dire di stare bene”.

L’autoreclusione diventa così una scelta di vita, più o meno consapevole. C’è chi, come Marco, addossa gran parte della colpa al mondo esterno e chi, come Davide, si sente totalmente responsabile.

“Sono tutte pignolerie quelle degli hikikomori, per questo dico che l’hikikomori e' uno stronzo. Giudico male chi incolpa la societa', la societa' siamo noi. Non possiamo ripudiarla. Ci sono delle cose da cambiare, ma non posso dire: la societa' fa schifo, quindi mi isolo. Se ti isoli e' colpa tua, stai facendo una scelta. La colpa che uno ha e' aver scelto di isolarsi, ma anche qui e' difficile, e' una scelta istintiva, non si e' consapevoli delle conseguenze. Con il senno di poi e' tutto piu' facile. Non me ne pento, lo rifarei. E' giusto che uno viva come si sente. Riconosco la mia situazione, spesso inizi a pensare al futuro. La soluzione migliore e' parlarne con qualcuno, qualcuno che abbia polso. Perché chi si trova in questa situazione polso non ne ha, anche se e' difficile ammetterlo. Ma tutti abbiamo bisogno di aiuto, che sia in matematica, che sia nel vivere”.

Anche quello di Frederick, 21 anni, è stato un percorso di allontanamento graduale, iniziato da piccolissimo, intorno agli 8 anni, e concretizzato nel passaggio tra elementari e medie, “il periodo più delicato”, come conferma Crepaldi di Hikikomori Italia.

“Ci sono stati eventi che hanno favorito la mia caduta, ero spesso oggetto delle battute degli altri, forse non proprio bullismo, ma quasi. Ero deluso dal sistema scolastico, dai professori. Appena ho compiuto 18 anni ho scelto l’autoesonero. Piu' in la' sono riuscito a vincere l’isolamento, poi ci sono ricaduto. E' stato terribile, avevo una rabbia incontrollabile, una grande delusione. Sentivo di aver fallito in termini assoluti, quello che mi ero stabilito di non fare piu' lo avevo rifatto, tutti gli errori che non volevo ricommettere li avevo ricommessi. Non sono ancora sicuro di esserne uscito. Ma sto meglio ed e' stato fondamentale l’aiuto di alcuni amici che mi hanno capito. Sono anche loro dei reietti sociali, delle persone rotte, un po' frantumate”.
Ascolta Frederick(Durata 04:16)
Ascolta Frederick(Durata 04:16)

Nella sua stanza, quando era in isolamento, era il disordine a decodificare il suo stato d’animo.

“Quando mi sentivo strano guardavo la mia stanza e capivo cosa mi turbava, era una rappresentazione del mio subconscio, piu' stavo peggio piu' intorno a me c’era disordine. Un punto fermo? Un cappello con la visiera, l’ho sempre tenuto con me, e' tutto sbiadito”.

C’è voluto molto tempo perché Frederick capisse che autorecludersi fosse un problema.

“Nel periodo piu' buio non provavo piu' nulla, nulla mi suscitava piu' emozione. E nemmeno questo mi spaventava. Molto di quello che e' la mia storia l’ho capito con il senno del poi. Una volta che ci si rende conto quanto si puo' modificare il proprio modo di vivere le cose, si e' in grado di farne altre che si ritengono impossibili”.

Azioni normali, come andare a bere una birra con qualche amico, andare al cinema, al mare, a fare una passeggiata. Vivere nel mondo, in poche parole. E a volte, come è successo a Sveva, 13 anni, la spinta per uscire di casa è arrivata dai social network.

“Non riuscivo ad andare a scuola, stavo male, mi veniva l’ansia, gli attacchi di panico. Quando ho smesso di uscire ho tolto la maggior parte dei giochi dalla mia stanza e le cose della scuola. C'era sempre il mio beagle a farmi compagnia. Passavo tanto tempo al cellulare. Ho anche aperto un profilo Instagram appositamente per il mio cane. Lo aggiorno spesso e mi piace moltissimo. A volte esco solo per fargli le foto e postarle. Proprio tramite Instagram mi sono fatta delle amiche, parliamo spesso, a volte usciamo”.

Internet, i social, i giochi online, nel caso degli hikikomori non sono causa dell’isolamento ma anzi un indicatore positivo di contatto con il mondo, come spiega Marco Crepaldi: “La dipendenza da internet non è un fattore scatenante per gli hikikomori. Questi ragazzi non vengono trascinati dentro casa, ma utilizzano il pc come modo per stare in contatto con il mondo esterno e per distrarsi, per non pensare all’angoscia che sentono verso il mondo. I genitori che tolgono il computer a questi ragazzi sbagliano, sperano che magicamente escano di casa, ma non è così. Senza pc si buttano sul letto e non fanno niente. Internet gli consente di creare relazioni e di toglierli un po’ dal guscio dove si sono rinchiusi”.

La grande incognita, per i ragazzi e i loro genitori, rimane il futuro.

Lucia, mamma di un ragazza di 15 anni, in autoreclusione da 3, racconta:

“Ci si trova di colpo di fronte a una realta' completamente diversa. In un’eta' in cui dovrebbero scoprire il mondo, non escono dalla porta della camera. A volte pensiamo che ce la fara', che avra' la sua vita. A volte no. Forse sara' legata sempre a noi. Solo chi c’e' dentro capisce cosa vuol dire. Alcuni conoscenti, parenti, ci trattano come se fossero solo capricci, magari fossero solo capricci, avremmo gia' risolto tante cose”.

Come lei, Anna:

“Per mio figlio la vita non ha senso, a volte parla addirittura di suicidio. Non gli interessa fare qualcosa, mi dice: vivo o muoio va bene tutto. Non riesce a vivere in questa societa'. Secondo lui non si abituera' mai. La trova errata, sbagliata. Crede che tutte le persone pensino solo a sopraffare gli altri, ai soldi, ad apparire. Nelle giornate migliori invece dice che vorrebbe vivere meglio, il suo sogno e' andare in America. Questo mondo non riesce proprio a capirlo: i pedofili, il razzismo, i femminicidi. Sono cose troppo piu' grandi di lui che non riesce ad accettare”.

Il tempo che gli hikikomori vivono è solo il presente. Da quando si svegliano a quando vanno a dormire non sono gli impegni, le ore, a scandire la giornata.

“Si alzano e fanno quello che gli viene da fare. Molti scambiano il giorno con la notte, trascorrono le giornate con le serrande abbassate. Perché e' piu' facile non accorgersi del tempo che passa mentre il mondo fuori continua a vivere. Per loro non c'e' futuro, non c'e' domani, solo un eterno presente”.