Quanto
costa
essere
donna?

Se sei donna paghi di più: si chiama Pink Tax, tassa rosa e non è l’unico modo in cui le leggi del mercato discriminano le donne

di Chiara Nardinocchi

La Pink Tax è un aumento di prezzo comune nelle merci dedicate al pubblico femminile che si differenziano dai loro corrispettivi neutri solo per caratteristiche di packaging o di elementi connotanti il genere, come appunto il colore rosa.

Secondo le leggi che regolano il mercato, il prezzo è determinato dal rapporto tra domanda e offerta, o meglio: su presupposta domanda ed offerta. Questo vuol dire che il costo di un prodotto aumenta quando si pensa che la domanda supererà l'offerta. Il sovrapprezzo dei prodotti femminili si basa proprio su questa dinamica.

La discriminazione nasce dallo stereotipo culturale di una donna con molto tempo libero che impiega nello spendere i soldi che non guadagna. Una figura lontana dalla realtà e risalente agli anni ‘50 Marcella Corsi, prof. di economia, Sapienza Università di Roma, tra le fondatrici di inGenere

Di Pink Tax si parla da tempo. Nel 2010 Maia Mazaurette, giornalista francese del sito Madmoizelle calcolò che in un anno le donne spendevano per gli stessi prodotti rispetto agli uomini 770 euro in più. A farle eco uno studio del 2015 commissionato dall’allora sindaco di New York Bill de Blasio che rivelò come, in media, i prodotti destinati al pubblico femminile costassero circa il 7% in più dei loro corrispettivi maschili.

Pink Tax, Blue Tax - Un nuovo studio

L’Italia non è esente da queste dinamiche. A fornire dati aggiornati a riguardo è Idealo, portale internazionale per la comparazione dei prezzi.

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Su 11 prodotti analizzati, 6 presentano Pink Tax. E gli altri? Il sovrapprezzo di specifici beni dedicati al pubblico maschile conferma la tendenza del mercato a speculare su determinate categorie di consumatori. Per esempio la crescente sensibilità alla cura della persona indirizzata a determinate categorie di uomini e promossa dal marketing ha portato alla nascita della Blue Tax, ancora in verità molto limitata poiché circoscritta a categorie specifiche di consumatori.

“Il problema della Pink Tax - spiega Corsi - si può collocare tra i fenomeni di discriminazione di prezzo legati alla ‘tipicizzazione’ dei consumatori. Gli studi di mercato dimostrano che le donne sono più facilmente prese di mira da queste dinamiche, ma le stesse possono colpire anche gli uomini, o meglio categorie di uomini cui viene attribuita dal mercato una maggior capacità di spesa. Basti pensare allo stereotipo dell’uomo omosessuale ricco, fissato con la cura del corpo e con l’estetica”.

Analizzando i dati è evidente che i rincari sui prodotti femminili sono sempre più alti rispetto a quelli sui prodotti maschili. Ma quello che ci interessa di più è il dato relativo alla fluttuazione Antonio Pilello di Idealo e autore dello studio

Per fluttuazione si intende la variazione dei prezzi nel tempo. Le donne devono prestare più attenzione poiché la fluttuazione media dei prodotti a loro dedicati è pari al 49,6%, mentre quello dei prodotti maschili è in media del 33%. Ci sono picchi, come per le scarpe da tennis che in tre mesi possono subire un’oscillazione del 106%. “Noi – continua Pilello - preferiamo parlare di fluttuazioni poiché è un termine più positivo e può essere usato in modo costruttivo comparando i prezzi nel tempo e quindi annullando l’effetto della Pink Tax”.

Un caso da manuale che rimane inalterato nel tempo è quello relativo ai profumi. Su 27 prodotti analizzati, 20 varianti ‘pour femme’ a parità di costo di produzione, hanno un prezzo a millilitro più alto. Si parla del 27% in più, pari a 12,3 centesimi in più per millilitro. Ma oltre ai profumi, il campo della discriminazione verso i prodotti femminili è vasto. Si va dai giocattoli per bambine agli indumenti, fino ad arrivare a servizi come il parrucchiere. Secondo uno studio del 2017 di Business insider basato sui dati della UBS relativi al prezzo di un taglio di capelli nelle diverse metropoli europee, risulta che in media nel mondo un taglio da donna costi il 40% in più rispetto al taglio da uomo. Per esempio, a Milano un taglio da uomo costa in media 20 euro contro i 34 di un taglio donna.

L’economia non ama le donne

In realtà, la Pink Tax è solo l’ultimo tassello di una costruzione socioeconomica che penalizza le donne nel mercato. Basti pensare all’annosa questione della Tampon Tax, ovvero la tassazione su assorbenti e pannolini come beni ordinari al 22%, mentre altri prodotti e servizi godono di un regime agevolato al 10, 5 e 4% (famoso il caso della detassazione del tartufo al 5%). A questo si aggiunge anche il Gender pay gap, ovvero la differenza salariale tra donne e uomini in cui le prime sono penalizzate rispetto ai secondi.

L’economia nasce come economia politica e questo implica che molte distorsioni sull’andamento dei mercati e sulle scelte del legislatore dipendano dal contesto politico. Il potere determina quindi le decisioni politiche così come quelle economiche.

È palese che ci sia uno squilibrio di potere. Se la discriminazione fosse stata a danno degli uomini, leggi contro Tampon tax o Pink Tax sarebbero state approvate da tempo Marcella Corsi, prof. di economia, Sapienza Università di Roma, tra le fondatrici di inGenere

Le donne sono più precarie, meno retribuite e diventano madri sempre più tardi, quindi spesso si trovano ad avere sulle spalle il doppio lavoro di cura su anziani e figli. Ma nonostante questa trasformazione, il mercato rimane immobile sullo stereotipo della ‘donna casalinga benestante e annoiata’. “Il termine ‘discriminazione’ - sottolinea la professoressa Corsi - è stato introdotto in economia parlando delle differenze salariali di genere. Una parola che però non viene usata poiché parlare di Pink Tax o Tampon Tax vorrebbe dire criticare il sistema dominante”.

Da Pink Tax a Pink Budget - Verso una nuova teoria

Alcuni studiosi spagnoli hanno ipotizzato che in realtà la Pink Tax non sia così diffusa come si è ritenuto fino ad oggi, ma che piuttosto sia corretto parlare di ‘Pink Budget’, ovvero l’esistenza di un numero decisamente maggiore di oggetti specificatamente femminili rispetto a quelli dalle spiccate caratteristiche maschili. Quindi il problema non risiederebbe nel prezzo in sé, ma nel condizionamento culturale che porta le donne a dover comprare in volumi maggiori e oggetti ben specifici, incidendo maggiormente nelle tasche delle consumatrici.