Elezioni Quirinale 2022

Il
Tredicesimo
colle

12 POSSIBILI PRESIDENTI

S ergio Mattarella, che a sorpresa accetta la riconferma, o l’outsider Giuliano Amato; il presidente del Consiglio Mario Draghi o la grande novità di una donna, Marta Cartabia o Letizia Moratti; oppure gli eterni nemici Berlusconi e Prodi. Chi sarà il prossimo presidente della Repubblica? Su quali schieramenti e su quanti parlamentari potrà contare? E quante sono le probabilità che venga eletto? In questo speciale il Gruppo Gedi prova a immaginare il nuovo settennato, tra possibili scenari, simulazioni di voto e un tuffo nella storia per ripassare numeri e scoprire curiosità delle passate elezioni

Sergio

Mattarella

MATTARELLA E L’OSTILITÀ AL BIS

di Ugo Magri

Nel Guinness della nostra Repubblica Sergio Mattarella rischia di entrare suo malgrado, come primo candidato al Colle che non desidera candidarsi. La sua ostilità a un “bis” è a tutti nota, anche perché l’ha resa pubblica almeno una dozzina di volte. Eppure c’è una folla di deputati e di senatori che ancora non si rassegnano. Come gli ultimi giapponesi nella giungla, continuano a considerarlo il personaggio ideale per dare stabilità alla politica, consentire a Mario Draghi di completare il lavoro e concludere degnamente la XVIII legislatura. La gran parte sono parlamentari pentastellati, ai quali sarebbe fin troppo facile rinfacciare la sciagurata minaccia di impeachment scagliata dal M5S contro Mattarella (nel 2018, quando il presidente aveva rifiutato di nominare Paolo Savona all’Economia).

Acqua passata ormai. E comunque i grillini non sono i soli nostalgici del settennato agli sgoccioli. Anche una quota di “grandi elettori” Dem (a cominciare dai “giovani turchi” di Matteo Orfini) confida che Mattarella ci ripensi. Perfino nel centrodestra, se l’uomo accettasse un secondo mandato, non pochi “peones” sarebbero disposti a votarlo. Sommati agli altri, sarebbero forse in grado di riservarci delle sorprese. Per cui la domanda è: se nel corso delle votazioni venissero allo scoperto, e tutti insieme volessero rieleggere il presidente uscente, il diretto interessato come si regolerebbe? Finirebbe per cedere o resterebbe fermo sul no?

A sentire chi lo frequenta, la seconda delle due. Fargli cambiare idea è praticamente impossibile perché Mattarella ritiene che, se venisse rieletto, l’eccezione rappresentata da Giorgio Napolitano diventerebbe una regola, col risultato che ogni futuro presidente della Repubblica tenterebbe di farsi riconfermare contro lo spirito della Costituzione. Sette anni sono già tanti, 14 diventerebbero decisamente troppi, quasi una monarchia.

In ogni caso - anche questo si dice - Mattarella mai si presterebbe senza un consenso unanime delle forze politiche di cui oggi, al di là delle chiacchiere da bar, non si vede la minima traccia. Anzi, Giorgia Meloni e Matteo Salvini hanno già escluso di desiderare un secondo mandato. Vorrebbero qualcuna o qualcuno più in sintonia con la loro «weltanschauung», con il loro modo di sentire e ragionare. Quanto a Silvio Berlusconi, per il Quirinale ha in mente solo se stesso. Ricapitolando: Mattarella non vuole trattenersi oltre e ormai pensa solo a chiudere in bellezza; come se non bastasse, per quasi metà dello schieramento politico lui già appartiene al passato. Che cosa invece ci riserverà il futuro, lo scopriremo vivendo.

Mario

Draghi

IL NONNO AL SERVIZIO DELLE ISTITUZIONI CHE TUTTI E NESSUNO VOGLIONO AL COLLE

di Tommaso Ciriaco

Il primo a saperlo è Mario Draghi: è una questione di prezzo da pagare. Qual è il costo politico di una sua elezione al Colle? Dovesse essere il caos, o peggio le elezioni anticipate nel pieno della tempesta di queste settimane, o un governicchio debole e litigioso che apre la strada ai sovranisti, allora il progetto diventerà vapore. Altrimenti, l’ex banchiere coronerà il sogno quirinalizio. Perché nessuno nega, e neanche lui l’ha fatto in diretta tv a fine anno e con un certo grado di compiacimento, che il “nonno al servizio delle istituzioni” si vedrebbe bene alla Presidenza della Repubblica.

Romano, con il pallino del basket e il non trascurabile merito di aver salvato la moneta unica, leader riconosciuto in Europa e rispettato a Washington, chiamato da Sergio Mattarella a blindare il Paese e i duecento miliardi del Pnrr, deve adesso fare i conti con le ansie dei partiti. Sta facendo di tutto per favorire una transizione politica (e pacifica) al Colle. Tutti e nessuno vogliono eleggerlo: dipende, appunto, dal prezzo politico da pagare. Lui lavora a un patto largo, che avrebbe come corollario un nuovo esecutivo di tutti: con Marta Cartabia premier, oppure con Daniele Franco. Toccare poco o nulla nella squadra dell’esecutivo, completare la legislatura senza salti nel buio, rassicurare i peones che dovrebbero eleggerlo e che però di elezioni non vogliono sentire parlare. Basterà? Difficile dirlo, quasi impossibile controllare le mille incognite.

Non sono state settimane semplici. Le ultime, soprattutto, nonostante la lunga pausa natalizia trascorsa come al solito in Umbria, a Città della Pieve, il rifugio amato, la meta dei suoi week-end lunghi. Un po’ perché ha dovuto mediare tra alleati, senza rompere con nessuno, un esercizio faticoso per chi vanta ed esercita da sempre pragmatismo e decisionismo. Un po’ per questa brutta bestia della pandemia, che ha stravolto lo schema pronto da mesi a Palazzo Chigi, che recitava: missione compiuta, avanti con la prossima. Un po’ anche perché resta concreta la possibilità che i partiti preferiscano altri schemi, un altro Presidente, magari incoronato a strettissima maggioranza. Oppure potrebbero addirittura congelare l’esistente, chiedendo un bis a Mattarella. Sarebbe l’unica garanzia per Mario Draghi, a ben guardare, il piano B accettabile, l’unico scenario in cui poter dire: non c’è sconfitta. Sarebbe forse anche la premessa per una staffetta al Colle in tempi ragionevoli, ad avere pazienza e a scommettere sul futuro.

Sarebbe, ma se non fosse? Se i partiti provassero invece a lasciarlo a Palazzo Chigi, a chiedergli di mettere al sicuro il Paese mentre loro si occupano di farsi la guerra in vista delle politiche, allora Draghi potrebbe dire: no, grazie, ho salvato l’euro, ma per l’impossibile non sono attrezzato.

Giuliano

Amato

IL DOTTOR SOTTILE, IL CANDIDATO PIÙ TRASVERSALE

di Sebastiano Messina

Tra tutti i nomi del TotoQuirinale, quello di Giuliano Amato è sicuramente il più trasversale. Torinese, 83 anni, numero due della Corte Costituzionale, per due volte presidente del Consiglio e per quattro volte ministro, poi presidente dell’Antitrust, cattedratico, deputato e senatore, Amato ha una platea di amici ed estimatori che va da un campo all’altro della politica italiana. Del resto, solo un uomo con la sua brillante intelligenza e la sua raffinata cultura poteva riuscire a passare dalla Prima alla Seconda Repubblica rimanendo sempre in prima fila, o almeno nei dintorni.

E’ nota la sua antica amicizia con Massimo D’Alema, con il quale ha condiviso anche la guida della Fondazione Italianieuropei. L’ex segretario dei Ds ha già provato a spingerlo verso il Colle sette anni fa, ma quando Renzi seppe che lui e Berlusconi s’erano già accordati lo stoppò subito, virando verso Sergio Mattarella. Ed è quasi certamente a lui che D’Alema pensava quando ha detto che per il Quirinale è necessaria «una soluzione che riaffermi la sovranità della politica, anche se con un compromesso». Non è un segreto neanche la stima, altrettanto antica, che per lui nutre Silvio Berlusconi: fu proprio l’ex Cavaliere nel 2006 a proporre per primo il suo nome come successore di Ciampi (ma poi il centrosinistra preferì puntare su Giorgio Napolitano).

Il suo curriculum senza confronti e la sua lunga esperienza politica nella sinistra – che però non è mai stata militanza: lui ha sempre lavorato nei piani alti del Palazzo – lo mettono anche stavolta tra i favoriti. E il 28 gennaio, quando sarà quasi certamente eletto presidente della Corte, il suo nome entrerà anche nella rosa dei candidati “istituzionali”.

Gli ostacoli potrebbero invece venire dal Movimento 5 Stelle - dove il gruppo dei grillini antemarcia non gli perdona né il suo sodalizio con Bettino Craxi né la firma del “decreto salvaladri” che avrebbe depenalizzato il finanziamento illecito ai partiti e che fu respinto dal presidente Scalfaro dopo la pubblica protesta del pool di Mani Pulite – ma anche dalla Lega, che gli ha contestato a lungo il prelievo forzoso del 6 per mille sui depositi bancari, con effetto retroattivo, che il governo Amato decise una notte di luglio del 1993 per tentare di impedire la svalutazione della lira.

Eppure, se contro di lui pesa ancora il vecchio rapporto con Craxi, a favore del Dottor Sottile – come lo definì Eugenio Scalfari quando lui era il numero due di Craxi a Palazzo Chigi – gioca l’indipendenza dai partiti. E il fatto che lui non abbia mai rinunciato a esprimere la sua opinione anche a costo di andare controcorrente. Come ha fatto un mese fa, schierandosi pubblicamente a favore dei migranti economici, definendo «assurdo il principio per il quale se tu sei un rifugiato politico puoi entrare, mentre se sei uno che sta scappando dalla miseria te ne torni alla tua miseria perché sei comunque un irregolare». E pazienza se per Salvini e Meloni queste parole sono state come il fumo negli occhi.

Qualcuno ha addirittura letto in quel discorso un modo elegante per chiamarsi fuori dalla partita del Quirinale, ma la storia delle elezioni presidenziali è piena di svolte a sorpresa.

MATTARELLA E L’OSTILITÀ AL BIS

di Ugo Magri

Nel Guinness della nostra Repubblica Sergio Mattarella rischia di entrare suo malgrado, come primo candidato al Colle che non desidera candidarsi. La sua ostilità a un “bis” è a tutti nota, anche perché l’ha resa pubblica almeno una dozzina di volte. Eppure c’è una folla di deputati e di senatori che ancora non si rassegnano. Come gli ultimi giapponesi nella giungla, continuano a considerarlo il personaggio ideale per dare stabilità alla politica, consentire a Mario Draghi di completare il lavoro e concludere degnamente la XVIII legislatura. La gran parte sono parlamentari pentastellati, ai quali sarebbe fin troppo facile rinfacciare la sciagurata minaccia di impeachment scagliata dal M5S contro Mattarella (nel 2018, quando il presidente aveva rifiutato di nominare Paolo Savona all’Economia).

Acqua passata ormai. E comunque i grillini non sono i soli nostalgici del settennato agli sgoccioli. Anche una quota di “grandi elettori” Dem (a cominciare dai “giovani turchi” di Matteo Orfini) confida che Mattarella ci ripensi. Perfino nel centrodestra, se l’uomo accettasse un secondo mandato, non pochi “peones” sarebbero disposti a votarlo. Sommati agli altri, sarebbero forse in grado di riservarci delle sorprese. Per cui la domanda è: se nel corso delle votazioni venissero allo scoperto, e tutti insieme volessero rieleggere il presidente uscente, il diretto interessato come si regolerebbe? Finirebbe per cedere o resterebbe fermo sul no?

A sentire chi lo frequenta, la seconda delle due. Fargli cambiare idea è praticamente impossibile perché Mattarella ritiene che, se venisse rieletto, l’eccezione rappresentata da Giorgio Napolitano diventerebbe una regola, col risultato che ogni futuro presidente della Repubblica tenterebbe di farsi riconfermare contro lo spirito della Costituzione. Sette anni sono già tanti, 14 diventerebbero decisamente troppi, quasi una monarchia.

In ogni caso - anche questo si dice - Mattarella mai si presterebbe senza un consenso unanime delle forze politiche di cui oggi, al di là delle chiacchiere da bar, non si vede la minima traccia. Anzi, Giorgia Meloni e Matteo Salvini hanno già escluso di desiderare un secondo mandato. Vorrebbero qualcuna o qualcuno più in sintonia con la loro «weltanschauung», con il loro modo di sentire e ragionare. Quanto a Silvio Berlusconi, per il Quirinale ha in mente solo se stesso. Ricapitolando: Mattarella non vuole trattenersi oltre e ormai pensa solo a chiudere in bellezza; come se non bastasse, per quasi metà dello schieramento politico lui già appartiene al passato. Che cosa invece ci riserverà il futuro, lo scopriremo vivendo.

IL NONNO AL SERVIZIO DELLE ISTITUZIONI CHE TUTTI E NESSUNO VOGLIONO AL COLLE

di Tommaso Ciriaco

Il primo a saperlo è Mario Draghi: è una questione di prezzo da pagare. Qual è il costo politico di una sua elezione al Colle? Dovesse essere il caos, o peggio le elezioni anticipate nel pieno della tempesta di queste settimane, o un governicchio debole e litigioso che apre la strada ai sovranisti, allora il progetto diventerà vapore. Altrimenti, l’ex banchiere coronerà il sogno quirinalizio. Perché nessuno nega, e neanche lui l’ha fatto in diretta tv a fine anno e con un certo grado di compiacimento, che il “nonno al servizio delle istituzioni” si vedrebbe bene alla Presidenza della Repubblica.

Romano, con il pallino del basket e il non trascurabile merito di aver salvato la moneta unica, leader riconosciuto in Europa e rispettato a Washington, chiamato da Sergio Mattarella a blindare il Paese e i duecento miliardi del Pnrr, deve adesso fare i conti con le ansie dei partiti. Sta facendo di tutto per favorire una transizione politica (e pacifica) al Colle. Tutti e nessuno vogliono eleggerlo: dipende, appunto, dal prezzo politico da pagare. Lui lavora a un patto largo, che avrebbe come corollario un nuovo esecutivo di tutti: con Marta Cartabia premier, oppure con Daniele Franco. Toccare poco o nulla nella squadra dell’esecutivo, completare la legislatura senza salti nel buio, rassicurare i peones che dovrebbero eleggerlo e che però di elezioni non vogliono sentire parlare. Basterà? Difficile dirlo, quasi impossibile controllare le mille incognite.

Non sono state settimane semplici. Le ultime, soprattutto, nonostante la lunga pausa natalizia trascorsa come al solito in Umbria, a Città della Pieve, il rifugio amato, la meta dei suoi week-end lunghi. Un po’ perché ha dovuto mediare tra alleati, senza rompere con nessuno, un esercizio faticoso per chi vanta ed esercita da sempre pragmatismo e decisionismo. Un po’ per questa brutta bestia della pandemia, che ha stravolto lo schema pronto da mesi a Palazzo Chigi, che recitava: missione compiuta, avanti con la prossima. Un po’ anche perché resta concreta la possibilità che i partiti preferiscano altri schemi, un altro Presidente, magari incoronato a strettissima maggioranza. Oppure potrebbero addirittura congelare l’esistente, chiedendo un bis a Mattarella. Sarebbe l’unica garanzia per Mario Draghi, a ben guardare, il piano B accettabile, l’unico scenario in cui poter dire: non c’è sconfitta. Sarebbe forse anche la premessa per una staffetta al Colle in tempi ragionevoli, ad avere pazienza e a scommettere sul futuro.

Sarebbe, ma se non fosse? Se i partiti provassero invece a lasciarlo a Palazzo Chigi, a chiedergli di mettere al sicuro il Paese mentre loro si occupano di farsi la guerra in vista delle politiche, allora Draghi potrebbe dire: no, grazie, ho salvato l’euro, ma per l’impossibile non sono attrezzato.

IL DOTTOR SOTTILE, IL CANDIDATO PIÙ TRASVERSALE

di Sebastiano Messina

Tra tutti i nomi del TotoQuirinale, quello di Giuliano Amato è sicuramente il più trasversale. Torinese, 83 anni, numero due della Corte Costituzionale, per due volte presidente del Consiglio e per quattro volte ministro, poi presidente dell’Antitrust, cattedratico, deputato e senatore, Amato ha una platea di amici ed estimatori che va da un campo all’altro della politica italiana. Del resto, solo un uomo con la sua brillante intelligenza e la sua raffinata cultura poteva riuscire a passare dalla Prima alla Seconda Repubblica rimanendo sempre in prima fila, o almeno nei dintorni.

E’ nota la sua antica amicizia con Massimo D’Alema, con il quale ha condiviso anche la guida della Fondazione Italianieuropei. L’ex segretario dei Ds ha già provato a spingerlo verso il Colle sette anni fa, ma quando Renzi seppe che lui e Berlusconi s’erano già accordati lo stoppò subito, virando verso Sergio Mattarella. Ed è quasi certamente a lui che D’Alema pensava quando ha detto che per il Quirinale è necessaria «una soluzione che riaffermi la sovranità della politica, anche se con un compromesso». Non è un segreto neanche la stima, altrettanto antica, che per lui nutre Silvio Berlusconi: fu proprio l’ex Cavaliere nel 2006 a proporre per primo il suo nome come successore di Ciampi (ma poi il centrosinistra preferì puntare su Giorgio Napolitano).

Il suo curriculum senza confronti e la sua lunga esperienza politica nella sinistra – che però non è mai stata militanza: lui ha sempre lavorato nei piani alti del Palazzo – lo mettono anche stavolta tra i favoriti. E il 28 gennaio, quando sarà quasi certamente eletto presidente della Corte, il suo nome entrerà anche nella rosa dei candidati “istituzionali”.

Gli ostacoli potrebbero invece venire dal Movimento 5 Stelle - dove il gruppo dei grillini antemarcia non gli perdona né il suo sodalizio con Bettino Craxi né la firma del “decreto salvaladri” che avrebbe depenalizzato il finanziamento illecito ai partiti e che fu respinto dal presidente Scalfaro dopo la pubblica protesta del pool di Mani Pulite – ma anche dalla Lega, che gli ha contestato a lungo il prelievo forzoso del 6 per mille sui depositi bancari, con effetto retroattivo, che il governo Amato decise una notte di luglio del 1993 per tentare di impedire la svalutazione della lira.

Eppure, se contro di lui pesa ancora il vecchio rapporto con Craxi, a favore del Dottor Sottile – come lo definì Eugenio Scalfari quando lui era il numero due di Craxi a Palazzo Chigi – gioca l’indipendenza dai partiti. E il fatto che lui non abbia mai rinunciato a esprimere la sua opinione anche a costo di andare controcorrente. Come ha fatto un mese fa, schierandosi pubblicamente a favore dei migranti economici, definendo «assurdo il principio per il quale se tu sei un rifugiato politico puoi entrare, mentre se sei uno che sta scappando dalla miseria te ne torni alla tua miseria perché sei comunque un irregolare». E pazienza se per Salvini e Meloni queste parole sono state come il fumo negli occhi.

Qualcuno ha addirittura letto in quel discorso un modo elegante per chiamarsi fuori dalla partita del Quirinale, ma la storia delle elezioni presidenziali è piena di svolte a sorpresa.

Può essere eletto Presidente della Repubblica ogni cittadino che abbia compiuto cinquanta anni d'età e goda dei diritti civili e politici

Art. 84 / Costituzione
Silvio

berlusconi

L'ULTIMA SFIDA DEL CAVALIERE: LUI CI CREDE, MA PER GLI ALLEATI RISCHIA DI ESSERE UN PESO

di Emanuele Lauria

“Insomma, chi meglio di me?”. L’anziano inquilino di Arcore, con chi gli sta vicino, da mesi non fa mistero delle sue ambizioni. E la posa è sempre quella dell’”unto del Signore”, anche se l’espressione è sparita dal suo lessico. Silvio Berlusconi si ritiene l’italiano più adatto a fare il Capo dello Stato, per esperienza, rapporti internazionali e capacità di rappresentare quell’area moderata dove si costruiscono i Presidenti. Ci crede, e non ha fatto nulla per nasconderlo, dietro il paravento di una riserva formalmente non sciolta, che poi nell’elezione per il Quirinale significa poco o niente. Anzi, se c’è una novità, nella sfida del Cavaliere, è proprio quell’autocandidatura di fatto che mai si era vista, nelle precedenti, lunghe e complesse partite con in palio il Colle più alto.

Otto mesi fa era un leader consunto, Berlusconi, fiaccato da vecchi acciacchi e dal Covid. Si è ripreso e si è rimesso al centro della scena, prima riaprendo agli alleati in lite fra loro e a compagni di partito deferenti le porte della sua residenza in Sardegna. Poi facendo della sua villa romana il baricentro simbolico del centrodestra. Con Salvini, Meloni ed esponenti dei partiti minori pronti ad appoggiarlo finché sarà possibile. A farne bandiera di una coalizione che per la prima volta può dire la sua nel voto per il Capo dello Stato. Nessuno ha il coraggio di dire no, al fondatore di Forza Italia, che con il pallottoliere in mano si dice convinto di avere dalla sua cento Grandi elettori in più di quelli che servirebbero, che fra opuscoli autocelebrativi, dipinti in dono a ministri e capi politici, un messaggio di fine anno agli italiani lanciato in contemporanea con quello di Mattarella si porta, per così dire, avanti con il lavoro.

E’ l’unico davvero in campo, Berlusconi, ma per mezzo emiciclo (per mezzo Paese?) è il candidato più improbabile, per via – vale appena rimarcarlo – di ombre mai dissipate, scandali, guai giudiziari passati e in corso: i due stralci del Ruby Ter a Roma e Milano, il processo escort a Bari. Berlusconi, allora, è un’opportunità ma anche un rebus per Matteo Salvini, che si è proposto come regista della trattativa ma non può portare a un tavolo comune una figura tanto divisiva. E’ una risorsa ma anche un impiccio per Giorgia Meloni, che preferirebbe Draghi sul Colle per andare subito dopo a Politiche anticipate ma sa bene che la legislatura non proseguirebbe ugualmente se la mission del Cavaliere dovesse compiersi con l’attuale maggioranza spaccata. Le prime mosse potrebbero anche non essere decisive, nella visione di Berlusconi.

Intenzionato, in qualche modo, ad attendere la quarta votazione, per far valere i suoi numeri (reali?) grazie a un quorum più basso. A quel punto conteranno anche eventuali franchi tiratori del suo schieramento. E peserà la “campagna acquisti” del Cavaliere. A quel punto, se ci si arriverà, si capirà se la scalata del patriarca sarà stata solo un bluff.

L'ULTIMA SFIDA DEL CAVALIERE: LUI CI CREDE, MA PER GLI ALLEATI RISCHIA DI ESSERE UN PESO

di Emanuele Lauria

“Insomma, chi meglio di me?”. L’anziano inquilino di Arcore, con chi gli sta vicino, da mesi non fa mistero delle sue ambizioni. E la posa è sempre quella dell’”unto del Signore”, anche se l’espressione è sparita dal suo lessico. Silvio Berlusconi si ritiene l’italiano più adatto a fare il Capo dello Stato, per esperienza, rapporti internazionali e capacità di rappresentare quell’area moderata dove si costruiscono i Presidenti. Ci crede, e non ha fatto nulla per nasconderlo, dietro il paravento di una riserva formalmente non sciolta, che poi nell’elezione per il Quirinale significa poco o niente. Anzi, se c’è una novità, nella sfida del Cavaliere, è proprio quell’autocandidatura di fatto che mai si era vista, nelle precedenti, lunghe e complesse partite con in palio il Colle più alto.

Otto mesi fa era un leader consunto, Berlusconi, fiaccato da vecchi acciacchi e dal Covid. Si è ripreso e si è rimesso al centro della scena, prima riaprendo agli alleati in lite fra loro e a compagni di partito deferenti le porte della sua residenza in Sardegna. Poi facendo della sua villa romana il baricentro simbolico del centrodestra. Con Salvini, Meloni ed esponenti dei partiti minori pronti ad appoggiarlo finché sarà possibile. A farne bandiera di una coalizione che per la prima volta può dire la sua nel voto per il Capo dello Stato. Nessuno ha il coraggio di dire no, al fondatore di Forza Italia, che con il pallottoliere in mano si dice convinto di avere dalla sua cento Grandi elettori in più di quelli che servirebbero, che fra opuscoli autocelebrativi, dipinti in dono a ministri e capi politici, un messaggio di fine anno agli italiani lanciato in contemporanea con quello di Mattarella si porta, per così dire, avanti con il lavoro.

E’ l’unico davvero in campo, Berlusconi, ma per mezzo emiciclo (per mezzo Paese?) è il candidato più improbabile, per via – vale appena rimarcarlo – di ombre mai dissipate, scandali, guai giudiziari passati e in corso: i due stralci del Ruby Ter a Roma e Milano, il processo escort a Bari. Berlusconi, allora, è un’opportunità ma anche un rebus per Matteo Salvini, che si è proposto come regista della trattativa ma non può portare a un tavolo comune una figura tanto divisiva. E’ una risorsa ma anche un impiccio per Giorgia Meloni, che preferirebbe Draghi sul Colle per andare subito dopo a Politiche anticipate ma sa bene che la legislatura non proseguirebbe ugualmente se la mission del Cavaliere dovesse compiersi con l’attuale maggioranza spaccata. Le prime mosse potrebbero anche non essere decisive, nella visione di Berlusconi.

Intenzionato, in qualche modo, ad attendere la quarta votazione, per far valere i suoi numeri (reali?) grazie a un quorum più basso. A quel punto conteranno anche eventuali franchi tiratori del suo schieramento. E peserà la “campagna acquisti” del Cavaliere. A quel punto, se ci si arriverà, si capirà se la scalata del patriarca sarà stata solo un bluff.

Marta maria

Cartabia

Dialogo, mediazione e competenza per la corsa al Colle

di Francesco Grignetti

Quando si parla di una donna per presidente della Repubblica, il nome di Marta Cartabia è regolarmente il primo a cui si pensa. E non è un caso, perché la ministra della Giustizia è una che ha già sfondato un tetto di cristallo. E’ stata infatti la prima giurista che sia stata presidente della Corte costituzionale, tra il 2019 e il 2020.

Il suo curriculum accademico è ineccepibile: si laurea in giurisprudenza a Milano, in diritto costituzionale, con relatore Valerio Onida, futuro presidente della Corte costituzionale anche lui; dottorato di ricerca presso l’Istituto universitario europeo di Fiesole; specializzazioni varie e corsi tenuti in Francia, Stati Uniti, Spagna, Germania. Ordinario a Verona dal 2000, poi a Milano-Bicocca. Finché non viene nominata giudice costituzionale. Tornerà poi all’università, nel 2020, ma qualche mese più tardi è chiamata a far parte del governo Draghi. L'11 settembre 2021, Marta Cartabia è stata anche nominata da papa Francesco membro ordinario della Pontificia accademia delle scienze sociali; e non meraviglia perché non ha mai fatto mistero della sua fede e della vicinanza ai circoli di Comunione e Liberazione.

Con l’approdo nell’Esecutivo, inizia la seconda vita di Marta Cartabia. Anzi potremmo dire la terza, dopo l’esperienza accademica e quella di giudice costituzionale. Le si prospetta un impegno totalmente diverso: applicare in concreto le idee di cui è portatrice nel predisporre diverse riforme della giustizia. Non c’è tempo da perdere perché il Recovery Plan è subordinato ad alcuni impegni presi dall’Italia in sede europea. Impegni vincolanti. Ci siamo cioè impegnati a sveltire la nostra giustizia, riducendo del 40% i tempi medi del processo civile e del 25% i tempi del processo penale. Lei si butta nell’impresa. Si circonda di ottimi professori. Coinvolge anche alcune voci della magistratura e dell’avvocatura per non perdere il contatto con la realtà delle aule giudiziarie. Ma in questi mesi scopre che la sua straordinaria sapienza giuridica, il garbo istituzionale, la profonda cultura classica che pervade ogni suo passo e ogni sua parola, non sono sufficienti al miracolo di mettere d’accordo i partiti politici, che sulla giustizia battagliano da anni e con molta fatica accettano di riporre le loro bandiere nell’armadio.

Eppure ce l’ha fatta, rivelando una capacità di mediazione politica non malaccio. Inaugura una sorta di metodo-Cartabia: nelle riunioni lascia parlare tutti, non interrompe mai, prende diligentemente appunti. Quando tocca a lei, si tiene sul vago. E alla fine scopre le carte, ma proprio alla fine, quando ha soppesato fino in fondo le posizioni degli altri, ha capito fin dove ci si può spingere e dove no, pronta anche a cambiare idea pur di acciuffare il risultato.

Marta Cartabia ha un’idea quasi sacrale di dialogo, infatti. Emerge da molti discorsi, come dal libro che alcuni anni fa aveva scritto a quattro mani con Luciano Violante (“Giustizia e mito. Con Edipo, Antigone e Creonte”). Ma sa anche che a volte il dialogo non basta. Occorre qualcuno che faccia da mediatore, da facilitatore del dialogo. Una figura terza. Di questo ruolo, abbastanza ingrato, parlò a Genova qualche tempo fa, nel celebrare il 25 Aprile in quella città. “La Liberazione – disse la ministra – anticipò l’arrivo degli alleati e fu sancita da un accordo, firmato da nemici irriducibili, due uomini appartenenti a mondi lontanissimi: un operaio comunista e un generale della antica tradizione militare prussiana, il cui incontro fu reso possibile dalla mediazione di un terzo, come sempre avviene di fronte a dissidi insanabili: quel terzo fu Alfredo Carmine Romanzi, futuro docente e rettore dell’Università di Genova. Quella firma, siglata da uomini che si erano combattuti strenuamente e in modo efferato, contribuì a coltivare un terreno fertile ove poterono attecchire le radici del difficile processo di ricostruzione morale e materiale dell’Italia e dell’Europa devastate da decenni di totalitarismi e di guerre”.

Quel giorno, il 25 aprile 2021, nel glorioso teatro Carlo Felice, enfatizzando il ruolo di un professore-mediatore, Marta Cartabia parlava della difficile rinascita di un continente devastato dalla guerra. Ma il discorso potrebbe valere anche per una nazione piagata dalla pandemia, dalla crisi economica, dal frantumarsi della società e dallo sfilacciamento del sistema politico.

Il Presidente della Repubblica è il Capo dello Stato e rappresenta l'unità nazionale

Art. 87 / Costituzione

Dialogo, mediazione e competenza per la corsa al Colle

di Francesco Grignetti

Quando si parla di una donna per presidente della Repubblica, il nome di Marta Cartabia è regolarmente il primo a cui si pensa. E non è un caso, perché la ministra della Giustizia è una che ha già sfondato un tetto di cristallo. E’ stata infatti la prima giurista che sia stata presidente della Corte costituzionale, tra il 2019 e il 2020.

Il suo curriculum accademico è ineccepibile: si laurea in giurisprudenza a Milano, in diritto costituzionale, con relatore Valerio Onida, futuro presidente della Corte costituzionale anche lui; dottorato di ricerca presso l’Istituto universitario europeo di Fiesole; specializzazioni varie e corsi tenuti in Francia, Stati Uniti, Spagna, Germania. Ordinario a Verona dal 2000, poi a Milano-Bicocca. Finché non viene nominata giudice costituzionale. Tornerà poi all’università, nel 2020, ma qualche mese più tardi è chiamata a far parte del governo Draghi. L'11 settembre 2021, Marta Cartabia è stata anche nominata da papa Francesco membro ordinario della Pontificia accademia delle scienze sociali; e non meraviglia perché non ha mai fatto mistero della sua fede e della vicinanza ai circoli di Comunione e Liberazione.

Con l’approdo nell’Esecutivo, inizia la seconda vita di Marta Cartabia. Anzi potremmo dire la terza, dopo l’esperienza accademica e quella di giudice costituzionale. Le si prospetta un impegno totalmente diverso: applicare in concreto le idee di cui è portatrice nel predisporre diverse riforme della giustizia. Non c’è tempo da perdere perché il Recovery Plan è subordinato ad alcuni impegni presi dall’Italia in sede europea. Impegni vincolanti. Ci siamo cioè impegnati a sveltire la nostra giustizia, riducendo del 40% i tempi medi del processo civile e del 25% i tempi del processo penale. Lei si butta nell’impresa. Si circonda di ottimi professori. Coinvolge anche alcune voci della magistratura e dell’avvocatura per non perdere il contatto con la realtà delle aule giudiziarie. Ma in questi mesi scopre che la sua straordinaria sapienza giuridica, il garbo istituzionale, la profonda cultura classica che pervade ogni suo passo e ogni sua parola, non sono sufficienti al miracolo di mettere d’accordo i partiti politici, che sulla giustizia battagliano da anni e con molta fatica accettano di riporre le loro bandiere nell’armadio.

Eppure ce l’ha fatta, rivelando una capacità di mediazione politica non malaccio. Inaugura una sorta di metodo-Cartabia: nelle riunioni lascia parlare tutti, non interrompe mai, prende diligentemente appunti. Quando tocca a lei, si tiene sul vago. E alla fine scopre le carte, ma proprio alla fine, quando ha soppesato fino in fondo le posizioni degli altri, ha capito fin dove ci si può spingere e dove no, pronta anche a cambiare idea pur di acciuffare il risultato.

Marta Cartabia ha un’idea quasi sacrale di dialogo, infatti. Emerge da molti discorsi, come dal libro che alcuni anni fa aveva scritto a quattro mani con Luciano Violante (“Giustizia e mito. Con Edipo, Antigone e Creonte”). Ma sa anche che a volte il dialogo non basta. Occorre qualcuno che faccia da mediatore, da facilitatore del dialogo. Una figura terza. Di questo ruolo, abbastanza ingrato, parlò a Genova qualche tempo fa, nel celebrare il 25 Aprile in quella città. “La Liberazione – disse la ministra – anticipò l’arrivo degli alleati e fu sancita da un accordo, firmato da nemici irriducibili, due uomini appartenenti a mondi lontanissimi: un operaio comunista e un generale della antica tradizione militare prussiana, il cui incontro fu reso possibile dalla mediazione di un terzo, come sempre avviene di fronte a dissidi insanabili: quel terzo fu Alfredo Carmine Romanzi, futuro docente e rettore dell’Università di Genova. Quella firma, siglata da uomini che si erano combattuti strenuamente e in modo efferato, contribuì a coltivare un terreno fertile ove poterono attecchire le radici del difficile processo di ricostruzione morale e materiale dell’Italia e dell’Europa devastate da decenni di totalitarismi e di guerre”.

Quel giorno, il 25 aprile 2021, nel glorioso teatro Carlo Felice, enfatizzando il ruolo di un professore-mediatore, Marta Cartabia parlava della difficile rinascita di un continente devastato dalla guerra. Ma il discorso potrebbe valere anche per una nazione piagata dalla pandemia, dalla crisi economica, dal frantumarsi della società e dallo sfilacciamento del sistema politico.

Maria Elisabetta

Casellati

CASELLATI, LA CARTA ISTITUZIONALE (DONNA) PER IL COLLE

di Paolo Festuccia

Se c’è una sola possibilità che una donna diventi Capo dello Stato Maria Elisabetta Alberti Casellati quell’ambizione non può che coltivarla. Non solo perché è stata la prima donna eletta alla carica di Presidente del Senato nella storia della Repubblica ma anche perché ha unito nel voto due forze politiche sino ad allora antitetiche, 5Stelle e Lega (ma anche Forza Italia naturalmente) poi diventate di governo sulle quali nessuno, alla vigilia dell’accordo, avrebbe mai pensato di scommettere nemmeno un centesimo di euro. Eppure quell’accordo si fece, il governo pure, Roberto Fico finì a presiedere Montecitorio e Maria Elisabetta Casellati salì sullo scranno più alto di Palazzo Madama.

A rivedere quel film si penserebbe a un miracolo. E i miracoli si tramandano solo nei vangeli. Però, se è vero che è più facile che un cammello passi nella cruna di un ago che una donna diventi Capo dello Stato (nel nostro Paese s’intende), è altrettanto vero che, se miracolo ci sarà, Maria Elisabetta Casellati - per il ruolo che riveste, per la carriera svolta, da parlamentare, da sottosegretario prima e poi anche da consigliere del Csm - potrebbe essere proprio, prendendo per buona una storica battuta del “suo” leader storico Silvio Berlusconi, la nuova unta dal Signore: senza blasfemia per il Vangelo di Matteo né per le Istituzioni che lei rappresenta come seconda carica dello Stato da quattro anni.

Anche perché nel ruolo che riveste non ha certo fatto mancare la sua voce: sia sul fronte della rivendicazione della funzione istituzionale centrale che il Senato riveste, tuonando contro l’utilizzo (non sempre appropriato) della decretazione d’urgenza, sia sul fronte delle prese di posizione sulla giustizia. “Basta con la barbarie del giustizialismo” è diventato il suo mantra, che le ha permesso di conquistare un solido rapporto di fiducia con la presidenza del settennato di Mattarella.

Come dire: se dopo una serie di conte grigie si dovesse virare sulle cosiddette riserve della Repubblica o sulle alte cariche istituzionali (gli esempi non mancano nella tradizione italiana) lei certamente c’è: come “riserva” (ma non in panchina), come figura istituzionale, ma anche come donna. Donne alle quali ha aperto le porte di Palazzo Madama, celebrando tra la commozione Liliana Segre: “Lei ha trasformato l’orrore in memoria”.

Non solo. Chi frequenta la Presidente del Senato scommette che lei ha anche una carta in più: è una tra i pochi personaggi politici che sono stati capaci di resistere alla stagione dell’abbraccio del centrodestra con il populismo e, forse, superarla. E quando c’è in ballo il Quirinale e la coesione nazionale, proprio questo elemento potrebbe rivelarsi la carta in più.

Pier Ferdinando

Casini

L'EX DOROTEO PASSATO DA BERLUSCONI AL PD CHE SOGNA IL COLLE CON LA SPINTA DI RENZI

di Concetto Vecchio

I bookmakers ci credono. Pier Ferdinando Casini al Colle è dato a 5, più chance di lui vengono assegnate soltanto a Mario Draghi e Marta Cartabia. Forse per questo si è inabissato. Da vecchio doroteo sa che il silenzio in questi casi è d'oro. Dopo Draghi e Giuliano Amato in effetti è la terza scelta nel borsino del Palazzo: quello che conta. Silvio Berlusconi ha i numeri, o dice di averli, ma alla prova dei fatti nessuno gli dà credito. Casini invece è trasversale. E' il giovane che manca: ha 66 anni. E' rassicurante. Conosce tutti e con nessuno ha mai veramente litigato. Non è una figura ingombrante, come lo sarebbe se l'attuale premier traslocasse al Quirinale. Nessuno, insomma, si sentirebbe intimidito. Gli amici dicono che qualche pensiero lo coltiva davvero nelle telefonate che si scambiano tra loro.

E' stato presidente della Camera, e quindi dispone pure del curriculum. E' l'highlander del Parlamento, dov'è entrato nel giugno del 1983, l'anno dello scudetto di Falcao e Bruno Conti. Non è probabilmente il Presidente che sogna l'Europa, la sua forza è sempre stata la medietà, medio in tutto, anche nel pensiero politico, ma non è nemmeno tipo che commette errori grossolani. Conosce gli italiani. Sa le regole del galateo. Viene da una scuola che le istituzioni non le ha mai piegate. Finora si è fatto avanti per lui il solo Matteo Renzi, che spera di ripetere il miracolo dell'operazione Mattarella. Nessuno gli è andato dietro. Ma non sono cose importanti, in questa fase. Anzi, è pure meglio procedere a fari spenti.

Casini sa come cavarsela. E' partito come forlaniano bello ed energico - fece anche l’indossatore per Esquire e nel 1995 finì paparazzato nudo su Eva 3000 - ed è approdato, passando per il berlusconismo, di cui fu l'alfiere scudocrociato, a fare il candidato del Pd nella sua Bologna. Era il 2018. Visitò i sacrari della sinistra e fu accolto come si accoglie il compaesano simpatico. Venne eletto.

Il suo nome per il Colle aleggia da dieci anni, almeno. "Come dice? Non ho capito bene la domanda!'', così rispose ai cronisti che gli chiedevano se, tra i suoi progetti vi fosse anche quello di aspirarvi. Era il 26 marzo 2012. "Io candidato alla presidenza della Repubblica? Una sciocchezza!" disse alla vigilia della votazione nel 2013, quella che bruciò Prodi e portò al bis di Napolitano. ''Pace e bene, fratello...'' replicò di fronte all'insistenza dei cronisti. Insomma, sa, da uomo navigato, che la pallina, nel caos di questo Parlamento, si potrebbe fermare al momento giusto nella sua casella.

Dario

Franceschini

IL GIOVANE EX DC CANDIDATO A TUTTO

di Carlo Bertini

«Una presidenza a Dario prima o poi bisognerà dargliela», scherzano ma non troppo i suoi «amici» del Pd. Che per presidenza intendono sia quella della Repubblica, sia quella del consiglio dei ministri, sia quella della Camera, ambita da anni dal giovane sessantenne, classe 1958, pluri ministro della Cultura negli ultimi governi e deputato da vent’anni filati. E non c’è da stupirsi che Franceschini, distintosi perfino come scrittore di romanzi pubblicati anche in Francia, riscuota simpatie in mondi a lui distanti. Ex democristiano, Dario fu infatti vicesegretario del Ppi di Franco Marini, insieme proprio a Enrico (Letta) dal 1997 al 1999. Poi fece il sottosegretario della presidenza del consiglio nei governi di Massimo D’Alema e Giuliano Amato fino al 2001. Da lì spiccò il volo politico, nella Margherita fondata con Rutelli, con ruoli sempre più alti, fino a diventare vicesegretario del Pd alla sua nascita con Veltroni nel 2007, creando una sua corrente destinata a restare in auge fino ai giorni nostri, Areadem.

Tutti nell’emiciclo parlamentare, a destra e sinistra, gli riconoscono doti di mediatore, un grande fiuto politico, la rara capacità di posizionarsi sempre dove tira il vento buono. «Dove c’è la maggioranza c’è lui», è una delle battute che lo accompagnano da anni nel partito Democratico, di cui è stato segretario reggente quando Veltroni si dimise nel febbraio 2009, per poi battersi con Pierluigi Bersani alle primarie. Questa inclinazione naturale a stare sempre nel posto giusto, gli ha però fatto anche incassare gli strali di Enrico Letta, quando «l’amico Dario» nel 2014 lo mollò per dare una sponda a Matteo Renzi, ansioso di diventare premier al suo posto. Una delle litigate più furiose nella storia di Letta, sempre controllato nelle sue reazioni, ricucita - si fa per dire - quando venne richiamato a Roma per assumere la segreteria del partito. Affidando ad Andrea Orlando, togliendolo dunque a Dario, il ruolo di capodelegazione del Pd nel governo Draghi dopo la caduta del Conte2. Ma ciò non ha per nulla scalfito la forte influenza di Franceschini nel mondo dem sparso per l’Italia e nei gruppi Parlamentari.

L’ultimo episodio di questi giorni che lo vede protagonista porta guarda caso la firma proprio di Renzi, che ne ha scritto da solo il soggetto di puntata e la sceneggiatura: per spedire Draghi al Colle, bisogna garantire tutti con un accordo che comprenda un premier politico dopo di lui. Questo è il soggetto, motivato dal fatto che per superare le resistenze dei grillini e della sinistra, ostili all’arrivo di due tecnici nelle più alte istituzioni del paese, serva un premier politico. E chi meglio di Dario Franceschini?, ha fatto sapere Renzi. Insomma, una presidenza è sempre nell’aria per Dario, in questo momento uno dei pochi ad esser lanciato nell’agone, sia come candidato al Quirinale, sia a Palazzo Chigi. Bingo.

CASELLATI, LA CARTA ISTITUZIONALE (DONNA) PER IL COLLE

di Paolo Festuccia

Se c’è una sola possibilità che una donna diventi Capo dello Stato Maria Elisabetta Alberti Casellati quell’ambizione non può che coltivarla. Non solo perché è stata la prima donna eletta alla carica di Presidente del Senato nella storia della Repubblica ma anche perché ha unito nel voto due forze politiche sino ad allora antitetiche, 5Stelle e Lega (ma anche Forza Italia naturalmente) poi diventate di governo sulle quali nessuno, alla vigilia dell’accordo, avrebbe mai pensato di scommettere nemmeno un centesimo di euro. Eppure quell’accordo si fece, il governo pure, Roberto Fico finì a presiedere Montecitorio e Maria Elisabetta Casellati salì sullo scranno più alto di Palazzo Madama.

A rivedere quel film si penserebbe a un miracolo. E i miracoli si tramandano solo nei vangeli. Però, se è vero che è più facile che un cammello passi nella cruna di un ago che una donna diventi Capo dello Stato (nel nostro Paese s’intende), è altrettanto vero che, se miracolo ci sarà, Maria Elisabetta Casellati - per il ruolo che riveste, per la carriera svolta, da parlamentare, da sottosegretario prima e poi anche da consigliere del Csm - potrebbe essere proprio, prendendo per buona una storica battuta del “suo” leader storico Silvio Berlusconi, la nuova unta dal Signore: senza blasfemia per il Vangelo di Matteo né per le Istituzioni che lei rappresenta come seconda carica dello Stato da quattro anni.

Anche perché nel ruolo che riveste non ha certo fatto mancare la sua voce: sia sul fronte della rivendicazione della funzione istituzionale centrale che il Senato riveste, tuonando contro l’utilizzo (non sempre appropriato) della decretazione d’urgenza, sia sul fronte delle prese di posizione sulla giustizia. “Basta con la barbarie del giustizialismo” è diventato il suo mantra, che le ha permesso di conquistare un solido rapporto di fiducia con la presidenza del settennato di Mattarella.

Come dire: se dopo una serie di conte grigie si dovesse virare sulle cosiddette riserve della Repubblica o sulle alte cariche istituzionali (gli esempi non mancano nella tradizione italiana) lei certamente c’è: come “riserva” (ma non in panchina), come figura istituzionale, ma anche come donna. Donne alle quali ha aperto le porte di Palazzo Madama, celebrando tra la commozione Liliana Segre: “Lei ha trasformato l’orrore in memoria”.

Non solo. Chi frequenta la Presidente del Senato scommette che lei ha anche una carta in più: è una tra i pochi personaggi politici che sono stati capaci di resistere alla stagione dell’abbraccio del centrodestra con il populismo e, forse, superarla. E quando c’è in ballo il Quirinale e la coesione nazionale, proprio questo elemento potrebbe rivelarsi la carta in più.

L'EX DOROTEO PASSATO DA BERLUSCONI AL PD CHE SOGNA IL COLLE CON LA SPINTA DI RENZI

di Concetto Vecchio

I bookmakers ci credono. Pier Ferdinando Casini al Colle è dato a 5, più chance di lui vengono assegnate soltanto a Mario Draghi e Marta Cartabia. Forse per questo si è inabissato. Da vecchio doroteo sa che il silenzio in questi casi è d'oro. Dopo Draghi e Giuliano Amato in effetti è la terza scelta nel borsino del Palazzo: quello che conta. Silvio Berlusconi ha i numeri, o dice di averli, ma alla prova dei fatti nessuno gli dà credito. Casini invece è trasversale. E' il giovane che manca: ha 66 anni. E' rassicurante. Conosce tutti e con nessuno ha mai veramente litigato. Non è una figura ingombrante, come lo sarebbe se l'attuale premier traslocasse al Quirinale. Nessuno, insomma, si sentirebbe intimidito. Gli amici dicono che qualche pensiero lo coltiva davvero nelle telefonate che si scambiano tra loro.

E' stato presidente della Camera, e quindi dispone pure del curriculum. E' l'highlander del Parlamento, dov'è entrato nel giugno del 1983, l'anno dello scudetto di Falcao e Bruno Conti. Non è probabilmente il Presidente che sogna l'Europa, la sua forza è sempre stata la medietà, medio in tutto, anche nel pensiero politico, ma non è nemmeno tipo che commette errori grossolani. Conosce gli italiani. Sa le regole del galateo. Viene da una scuola che le istituzioni non le ha mai piegate. Finora si è fatto avanti per lui il solo Matteo Renzi, che spera di ripetere il miracolo dell'operazione Mattarella. Nessuno gli è andato dietro. Ma non sono cose importanti, in questa fase. Anzi, è pure meglio procedere a fari spenti.

Casini sa come cavarsela. E' partito come forlaniano bello ed energico - fece anche l’indossatore per Esquire e nel 1995 finì paparazzato nudo su Eva 3000 - ed è approdato, passando per il berlusconismo, di cui fu l'alfiere scudocrociato, a fare il candidato del Pd nella sua Bologna. Era il 2018. Visitò i sacrari della sinistra e fu accolto come si accoglie il compaesano simpatico. Venne eletto.

Il suo nome per il Colle aleggia da dieci anni, almeno. "Come dice? Non ho capito bene la domanda!'', così rispose ai cronisti che gli chiedevano se, tra i suoi progetti vi fosse anche quello di aspirarvi. Era il 26 marzo 2012. "Io candidato alla presidenza della Repubblica? Una sciocchezza!" disse alla vigilia della votazione nel 2013, quella che bruciò Prodi e portò al bis di Napolitano. ''Pace e bene, fratello...'' replicò di fronte all'insistenza dei cronisti. Insomma, sa, da uomo navigato, che la pallina, nel caos di questo Parlamento, si potrebbe fermare al momento giusto nella sua casella.

IL GIOVANE EX DC CANDIDATO A TUTTO

di Carlo Bertini

«Una presidenza a Dario prima o poi bisognerà dargliela», scherzano ma non troppo i suoi «amici» del Pd. Che per presidenza intendono sia quella della Repubblica, sia quella del consiglio dei ministri, sia quella della Camera, ambita da anni dal giovane sessantenne, classe 1958, pluri ministro della Cultura negli ultimi governi e deputato da vent’anni filati. E non c’è da stupirsi che Franceschini, distintosi perfino come scrittore di romanzi pubblicati anche in Francia, riscuota simpatie in mondi a lui distanti. Ex democristiano, Dario fu infatti vicesegretario del Ppi di Franco Marini, insieme proprio a Enrico (Letta) dal 1997 al 1999. Poi fece il sottosegretario della presidenza del consiglio nei governi di Massimo D’Alema e Giuliano Amato fino al 2001. Da lì spiccò il volo politico, nella Margherita fondata con Rutelli, con ruoli sempre più alti, fino a diventare vicesegretario del Pd alla sua nascita con Veltroni nel 2007, creando una sua corrente destinata a restare in auge fino ai giorni nostri, Areadem.

Tutti nell’emiciclo parlamentare, a destra e sinistra, gli riconoscono doti di mediatore, un grande fiuto politico, la rara capacità di posizionarsi sempre dove tira il vento buono. «Dove c’è la maggioranza c’è lui», è una delle battute che lo accompagnano da anni nel partito Democratico, di cui è stato segretario reggente quando Veltroni si dimise nel febbraio 2009, per poi battersi con Pierluigi Bersani alle primarie. Questa inclinazione naturale a stare sempre nel posto giusto, gli ha però fatto anche incassare gli strali di Enrico Letta, quando «l’amico Dario» nel 2014 lo mollò per dare una sponda a Matteo Renzi, ansioso di diventare premier al suo posto. Una delle litigate più furiose nella storia di Letta, sempre controllato nelle sue reazioni, ricucita - si fa per dire - quando venne richiamato a Roma per assumere la segreteria del partito. Affidando ad Andrea Orlando, togliendolo dunque a Dario, il ruolo di capodelegazione del Pd nel governo Draghi dopo la caduta del Conte2. Ma ciò non ha per nulla scalfito la forte influenza di Franceschini nel mondo dem sparso per l’Italia e nei gruppi Parlamentari.

L’ultimo episodio di questi giorni che lo vede protagonista porta guarda caso la firma proprio di Renzi, che ne ha scritto da solo il soggetto di puntata e la sceneggiatura: per spedire Draghi al Colle, bisogna garantire tutti con un accordo che comprenda un premier politico dopo di lui. Questo è il soggetto, motivato dal fatto che per superare le resistenze dei grillini e della sinistra, ostili all’arrivo di due tecnici nelle più alte istituzioni del paese, serva un premier politico. E chi meglio di Dario Franceschini?, ha fatto sapere Renzi. Insomma, una presidenza è sempre nell’aria per Dario, in questo momento uno dei pochi ad esser lanciato nell’agone, sia come candidato al Quirinale, sia a Palazzo Chigi. Bingo.

Il Presidente della Repubblica, prima di assumere le sue funzioni, presta giuramento di fedeltà alla Repubblica e di osservanza della Costituzione dinanzi al Parlamento in seduta comune

Art. 91 / Costituzione
Paolo

Gentiloni

L'ex premier che piacerebbe a Letta. Gli ostacoli: il centrodestra e i sospetti di Conte

di Giovanna Vitale

È stato il primo a cui Enrico Letta ha pensato quando, all’incirca tre mesi fa, ha cominciato a sfogliare la margherita dei quirinabili. Un nome d’area fra i più prestigiosi, da proporre innanzitutto agli alleati, che però - per lo meno Giuseppe Conte - non avrebbero gradito, rispedendolo al mittente. Come è pronto a fare pure il centrodestra, a caccia di un candidato presidente proveniente dalle sue fila.

Schermaglie iniziali che tuttavia non paiono scoraggiare il conte Paolo Gentiloni Silveri, nobili radici marchigiane, castello a Tolentino e palazzo di famiglia a due passi dal Colle, che gli consentirebbe di traslocare in tempi record.

Nato a Roma nel 1954, un presente da commissario europeo all’Economia dopo aver guidato per due anni il governo ricevuto in eredità da Matteo Renzi, una passione giovanile per la sinistra extraparlamentare presto annacquata nel moderatismo delle origini, Gentiloni non ama il soprannome di “er Moviola” appioppatogli per quei modi felpati che gli hanno permesso di attraversare quarant’anni di politica facendo tutto e il suo contrario: assessore, pluri-deputato, più volte ministro, presidente del Consiglio. Giusto il Campidoglio è sfuggito alle sue mire, le primarie del Pd perse contro Ignazio Marino che lo surclassò, sbloccandone però la carriera verso l’alto. Indice di un carattere mite ma coriaceo, determinato ma non ribelle, come dimostrò da allievo sedicenne del liceo Tasso quando fugge a Milano contro il volere dei genitori per partecipare alla manifestazione organizzata per il primo anniversario di Piazza Fontana. Uno strappo sì, ma con toppa annessa: prima di partire, avverte il suo professore di religione che è un amico di famiglia.

E’ il carattere dell’uomo, coraggioso con giudizio. “Estintore” lo chiama Ermete Realacci, compagno di tante avventure ambientaliste, autore di un motto che starebbe a fagiolo sullo stemma della casata: “Per dire che uno è cretino può usare giri di parole anche di mezz’ora”. Troncare e sopire è il suo modus operandi, la mediazione iscritta nel Dna: si deve all’avo Ottorino quel “patto Gentiloni” che consentì ai cattolici di tornare a votare, nel 1913, dopo il “non expedit” di Pio IX.

Qualità che potrebbero aiutarlo a strappare il favore di Fi, anche se Berlusconi gliel’ha giurata: nel 2008, da ministro delle Comunicazioni del Prodi II, firmò una riforma della radiotelevisione che prevedeva la trasformazione della Rai in fondazione e allarmò moltissimo Mediaset. Sfumata poi per la crisi di governo.

Negli anni '70 Gentiloni entra nel Movimento studentesco di Mario Capanna. Quindi è fra i fondatori del Movimento lavoratori per il socialismo, partito di ispirazione maoista, di cui diventa segretario regionale fino alla sua unificazione con il PdUp. Nel mentre si laurea in Scienze politiche, si avvicina all’area romana del Manifesto, ma pian piano l’ardore comunista comincia a spegnersi. Folgorato sulla via di Legambiente, assume la direzione del mensile La nuova ecologia. E’ la svolta del loden, cui si vota per sempre abbandonando eskimo e tolfa. Risale a quel periodo l’incontro che gli cambia la vita: con Francesco Rutelli, col quale nove anni dopo sale in Campidoglio. Uno sindaco, l’altro portavoce e subito dopo assessore al Giubileo del 2000.

L’occasione giusta per stringere rapporti col Vaticano, la grande impresa, la comunità ebraica. E virare definitivamente al centro. Nel 2001 Gentiloni è tra i fondatori della Margherita, come lo sarà poi del Pd, entra alla Camera e scala le istituzioni fino a diventare, nel 2014, ministro degli Esteri. La sua fortuna è non aver seguito né l’amico Rutelli nell’avventura dell’Api, né il rampante Renzi quando lancia Italia viva. Due scelte che lo premiano. A fine estate 2019 Giuseppe Conte lo spedisce in Europa, dove assume la delega all’Economia. Ma dopo la caduta del governo giallorosso l’avvocato gli rimprovera di aver tramato con Renzi per sfilargli palazzo Chigi, spalancando le porte a Draghi. Un sospetto che ora potrebbe costargli la corsa al Quirinale.

L'ex premier che piacerebbe a Letta. Gli ostacoli: il centrodestra e i sospetti di Conte

di Giovanna Vitale

È stato il primo a cui Enrico Letta ha pensato quando, all’incirca tre mesi fa, ha cominciato a sfogliare la margherita dei quirinabili. Un nome d’area fra i più prestigiosi, da proporre innanzitutto agli alleati, che però - per lo meno Giuseppe Conte - non avrebbero gradito, rispedendolo al mittente. Come è pronto a fare pure il centrodestra, a caccia di un candidato presidente proveniente dalle sue fila.

Schermaglie iniziali che tuttavia non paiono scoraggiare il conte Paolo Gentiloni Silveri, nobili radici marchigiane, castello a Tolentino e palazzo di famiglia a due passi dal Colle, che gli consentirebbe di traslocare in tempi record.

Nato a Roma nel 1954, un presente da commissario europeo all’Economia dopo aver guidato per due anni il governo ricevuto in eredità da Matteo Renzi, una passione giovanile per la sinistra extraparlamentare presto annacquata nel moderatismo delle origini, Gentiloni non ama il soprannome di “er Moviola” appioppatogli per quei modi felpati che gli hanno permesso di attraversare quarant’anni di politica facendo tutto e il suo contrario: assessore, pluri-deputato, più volte ministro, presidente del Consiglio. Giusto il Campidoglio è sfuggito alle sue mire, le primarie del Pd perse contro Ignazio Marino che lo surclassò, sbloccandone però la carriera verso l’alto. Indice di un carattere mite ma coriaceo, determinato ma non ribelle, come dimostrò da allievo sedicenne del liceo Tasso quando fugge a Milano contro il volere dei genitori per partecipare alla manifestazione organizzata per il primo anniversario di Piazza Fontana. Uno strappo sì, ma con toppa annessa: prima di partire, avverte il suo professore di religione che è un amico di famiglia.

E’ il carattere dell’uomo, coraggioso con giudizio. “Estintore” lo chiama Ermete Realacci, compagno di tante avventure ambientaliste, autore di un motto che starebbe a fagiolo sullo stemma della casata: “Per dire che uno è cretino può usare giri di parole anche di mezz’ora”. Troncare e sopire è il suo modus operandi, la mediazione iscritta nel Dna: si deve all’avo Ottorino quel “patto Gentiloni” che consentì ai cattolici di tornare a votare, nel 1913, dopo il “non expedit” di Pio IX.

Qualità che potrebbero aiutarlo a strappare il favore di Fi, anche se Berlusconi gliel’ha giurata: nel 2008, da ministro delle Comunicazioni del Prodi II, firmò una riforma della radiotelevisione che prevedeva la trasformazione della Rai in fondazione e allarmò moltissimo Mediaset. Sfumata poi per la crisi di governo.

Negli anni '70 Gentiloni entra nel Movimento studentesco di Mario Capanna. Quindi è fra i fondatori del Movimento lavoratori per il socialismo, partito di ispirazione maoista, di cui diventa segretario regionale fino alla sua unificazione con il PdUp. Nel mentre si laurea in Scienze politiche, si avvicina all’area romana del Manifesto, ma pian piano l’ardore comunista comincia a spegnersi. Folgorato sulla via di Legambiente, assume la direzione del mensile La nuova ecologia. E’ la svolta del loden, cui si vota per sempre abbandonando eskimo e tolfa. Risale a quel periodo l’incontro che gli cambia la vita: con Francesco Rutelli, col quale nove anni dopo sale in Campidoglio. Uno sindaco, l’altro portavoce e subito dopo assessore al Giubileo del 2000.

L’occasione giusta per stringere rapporti col Vaticano, la grande impresa, la comunità ebraica. E virare definitivamente al centro. Nel 2001 Gentiloni è tra i fondatori della Margherita, come lo sarà poi del Pd, entra alla Camera e scala le istituzioni fino a diventare, nel 2014, ministro degli Esteri. La sua fortuna è non aver seguito né l’amico Rutelli nell’avventura dell’Api, né il rampante Renzi quando lancia Italia viva. Due scelte che lo premiano. A fine estate 2019 Giuseppe Conte lo spedisce in Europa, dove assume la delega all’Economia. Ma dopo la caduta del governo giallorosso l’avvocato gli rimprovera di aver tramato con Renzi per sfilargli palazzo Chigi, spalancando le porte a Draghi. Un sospetto che ora potrebbe costargli la corsa al Quirinale.

Letizia

Moratti

DONNA LETIZIA “DAL PUGNO DI FERRO SOAVISSIMO”

di Paolo Colonnello

Prima donna presidente della Rai, prima donna sindaco di Milano, prima presidente del consiglio di gestione di una banca. E ora, dopo essere già stata ministro per l'Istruzione, primo assessore alla Sanità della Lombardia, ruolo chiave nella gestione del potere della prima regione in Italia che la vede ovviamente proiettata già come suo futuro presidente.

Se c'è una donna cui non mancano le "primazie", sia nella vita pubblica che in quella privata (sposò Gian Marco Moratti nel '73 suscitando un certo scandalo visto che lui si era fatto annullare il precedente matrimonio con la giornalista Lina Sotis dalla Sacra Rota), questa è Letizia Moratti, vera signora della ricca borghesia milanese, decisamente snob ma anche capace di slanci passionali e grandi sensibilità (è da anni sostenitrice e animatrice della controversa comunità per il recupero dei tossicodipendenti di San Patrignano) a dispetto dell'immagine di donna algida e distaccata che i media le hanno cucito addosso, scambiando talvolta la sua timidezza per gelida altezzosità: «Se fossi un uomo direbbero che sono forte. Invece se sei una donna e prendi posizione, ti dicono che sei rigida…» . Al solito, per una definizione esatta del suo carattere, bisogna ricorrere a Indro Montanelli che le attribuiva «un pugno di ferro soavissimo».

Nessuna sorpresa dunque se questa signora, nata Brichetto Arnaboldi, figlia di un imprenditore partigiano bianco, abituata a una famiglia in cui gli intellettuali erano di casa («Nonna Mimmina era coltissima - ha raccontato in un'intervista di qualche anno fa - Ricordo, lei, Eugenio Montale, Riccardo Bacchelli e papà parlare per tutta una sera di un passo della Divina Commedia»), cognata di Milly, pasionaria della sinistra milanese, moglie oramai vedova del petroliere Gian Marco («il nostro amore non conosce i limiti del tempo e dello spazio»), sia diventata una possibile candidata al Quirinale di un centrodestra alla disperata ricerca di un volto "pulito" e credibile da spendere per il colle più alto d'Italia, ben più affascinante tutto sommato del candidato di bandiera Berlusconi, gravato da un passato lontano e recente non poco imbarazzante, da una condanna passata in giudicato e soprattutto icona sopravvissuta a se stesso degli scintillanti anni '90, troppo distanti ormai da questo 2022, così incerto e preoccupante.

Mentre lei, donna Letizia, in grado di riscattare nel giro di un anno la debacle terrificante della Lombardia nella gestione della pandemia, restituendo quell'orgoglio padano che si era perduto nelle nebbie del Pirellone che ora abita con piglio sicuro, sarebbe certamente molto adatta al ruolo: sufficientemente bipartisan, nonostante la chiara appartenenza al centrodestra - il Cavaliere, del cui governo fu ministra, l'aveva soprannominata "Margaret" in onore della Tatcher, la lady di ferro inglese - Moratti, dopo la "cacciata" di Milano da Palazzo Marino, ha saputo silenziosamente tornare in sella, reinterpretare lo spirito del fare lombardo che da queste parti è ben poco connotato politicamente e riguarda, indifferentemente, sia chi si riconosce a sinistra sia chi guarda a destra. Non a caso fu lei a nominare come suo City manager quel Beppe Sala che, dopo la conquista di Expo, portata a termine dalla Moratti insieme a Prodi, ne ha preso il posto nel cuore dei milanesi come primo cittadino.

Certo, la carriera di Letizia Moratti non è stata priva di qualche inciampo: terribile fu la caduta nello scontro con Giuliano Pisapia che lei accusò falsamente di un furto d'auto in gioventù, o l'abuso edilizio della "Bat casa" del figlio Gabriele o, ancora, la condanna della Corte dei Conti per le cosiddette "consulenze d'oro" quando era sindaco a Palazzo Marino. Ma gli ultimi anni, e soprattutto l'impegno profuso per fronteggiare la pandemia nella regione più martoriata del Paese, hanno fatto dimenticare le cadute a favore dello stile di una delle (ancora) poche donne di potere in Italia. Lei si sottrae a qualsiasi possibilità anche semplicemente di discutere di questa ipotesi: «Sono qui per occuparmi di fronteggiare la pandemia e della salute dei lombardi, del resto non m'interesso», taglia corto. Ma non è un mistero per nessuno che la salita al Colle del Quirinale per Donna Letizia, soprattutto a partire dalla quarta "chiama", potrebbe non essere impossibile.

Romano

Prodi

IL PROFESSORE CHE HA SCONFITTO BERLUSCONI È IN FONDO ALLA LISTA DEL CENTRODESTRA

di Matteo Pucciarelli

La sua grande chance fu nel 2013, con un nuovo Parlamento monopolizzato dal centrosinistra e dal neonato e all’epoca antisistema M5S. Solo che allora fu bocciato dalla ormai famosa congiura dei 101 tutta interna al partito che aveva contributo a fondare, il Pd. Tanto che la locuzione "fare la fine di Prodi" è diventata di uso gergale in politica, indicante il fuoco amico, la clamorosa e inaspettata bocciatura.

A questo giro le possibilità di Romano Prodi, 82 anni, sono molte meno, ridotte al lumicino, nonostante un curriculum che in pochi possano vantare: professore universitario di Economia, a capo dell'Iri nella Prima Repubblica, un dc di sinistra; due volte presidente del Consiglio con il centrosinistra allargato fino ai neocomunisti, presidente della commissione Europea per cinque anni nel momento cruciale della moneta unica, poi dopo la caduta del Prodi II nel 2009 rimasto un ascoltato e autorevole pensatore internazionale. Il suo sarebbe un profilo perfettamente compatibile con la carica di Capo dello Stato, ma oggi la sua "macchia" è soprattutto una: essere l'unico politico capace di battere due volte (su due) Silvio Berlusconi e il centrodestra, nel 1996 e nel 2006. Così per la coalizione Lega-Fdi-Forza Italia il suo nome è fumo negli occhi e i numeri dicono che stavolta è proprio il centrodestra ad avere una leggera maggioranza. Se pure alla fine le forze politiche convergessero su un nome di area centrosinistra, Prodi è in fondo alla lista di gradimento della triade Matteo Salvini - Giorgia Meloni - Berlusconi.

Dopodiché in questi anni di politica non attiva Prodi non ha mai smesso di commentare e analizzare l'attualità, spesso non mancando di criticare le scelte dello stesso Pd. Forse anche per questo è apprezzato e ricordato più dalla base e meno dalla nomenclatura del centrosinistra. E mentre il popolo di Beppe Grillo pensava e diceva le peggiori cose di tutti i politici, per Prodi non valeva del tutto, anzi: nelle trattative del 2015, dopo l’addio di Giorgio Napolitano, fu il secondo più votato sul blog. Lui stesso ultimamente ha ammesso di poter risultare ingombrante: “Non credo di essere una persona che sia accettata da entrambe le parti: ho sempre avuto una mia idea molto precisa di centrosinistra, riformista, ho combattuto due volte con Berlusconi e il centrodestra. I conti li so fare, non arriverei neanche a un terzo dei voti”. Poi c’è anche da considerare il fattore età, fosse eletto Prodi terminerebbe il suo mandato a 90 anni. Non che non si porti bene quelli che adesso ha, del resto la passione per il ciclismo non si è mai sopita, ma stavolta di volate all’orizzonte non se ne vedono.

Walter

Veltroni

IL CANDIDATO-SOTTOMARINO

di Fabio Martini

Un miracolo, per ora, gli è riuscito: passare inosservato nei variopinti toto-Quirinale che da mesi si esercitano sui possibili candidati alla Presidenza della Repubblica. Walter Veltroni è uno degli ultimi professionisti della politica e dunque sa bene che una delle fondamentali regole d’ingaggio non scritte nella corsa al Colle è quella di restare candidati-sottomarini: invisibili a pelo d’acqua ma pronti ad affiorare al momento giusto. Ma Veltroni – classe 1955 - fa politica da 52 anni, ha le antenne sensibili e dunque sa bene che il contesto non lo aiuta: il Pd, che da anni è il partito piglia-tutto a dispetto del consenso elettorale, nel prossimo “giro” sembra destinato a restare a secco.

E infatti in queste settimane Walter Veltroni, nei suoi contatti e nella sua “moral suasion” sta sostenendo senza riserve Mario Draghi. Nessuno ha trovato tracce, neppure flebili, di un’opera di auto-promozione. Su questo piano ogni illazione è destituita di fondamento.

Naturalmente Walter Veltroni lo sa: se la situazione si ingarbugliasse, pochi vantano un pedigree come il suo. Lui può vantare tanti simpatizzanti (anche se pochi tifosi) ma soprattutto non subirebbe nessun veto personalizzato. Mica poco, come ha spiegato Romano Prodi: nella scalata al Colle non serve avere «più voti ma meno veti».

E d’altra parte, se mai la situazione volgesse al “bello” per una sua candidatura, Veltroni non avrebbe bisogno di ulteriori campagne auto-promozionali. C’è un evento che racconta bene la sua propensione consociativa, la sua vocazione a piacere a tutti: era il 20 marzo 2014 e quel giorno era in programma all’Auditorium di Roma la presentazione del film da lui realizzato “Quando c’era Berlinguer”. Ebbene, quello resta a tutt’oggi l’evento politico-mondano più bipartisan degli ultimi 20 anni. Ma bipartisan è dir poco: sul tappeto rosso che la Festa del Cinema riserva ad attori e registi, quel giorno passarono personaggi tra loro agli antipodi: don Ciotti e Alba Parietti, Alberto Asor Rosa e Pippo Baudo, Maria Elena Boschi e Aldo Tortorella, Claudio Bisio ed Eugenio Scalfari, Alberto Squinzi e Susanna Camusso, Milena Gabbanelli e Lorella Cuccarini, Nancy Brilli e Paolo Sorrentino, Enrico e Gianni Letta. Quel giorno non furono avvistati ex missini, eppure nessuno, a sinistra, si è impegnato tanto per ridare dignità ai militanti della destra (i fratelli Mattei, Paolo Di Nella) uccisi da azioni violente dei “compagni”. E quanto ad Atreju, la kermesse di Giorgia Meloni oggi diventata di “moda”, Veltroni è stato un ospite “ante-marcia”, in edizioni lontane.

Per la verità, quel giorno all’Auditorium non si videro neppure capi cinquestelle. Ma Veltroni ha curato anche quel campo. Certo Beppe Grillo lo ha chiamato «Topo Gigio» ma l’ex sindaco qualche simpatia se l’è guadagnata. Due anni e mezzo fa Veltroni ha scritto “Roma”, un libro preceduto da tre prefazioni e nel quale rievocava i suoi 7 anni da sindaco. Un racconto edificante, fatto di fatica amministrativa, di storie terse puntualmente coronate da successi, ma segnate da un’ originalità: mancava qualsiasi riferimento ai controversi sindaci di segno opposto che sono venuti dopo di lui, Gianni Alemanno e Virginia Raggi. Alla quale riservava semmai una impersonale, cavalleresca dedica: «Un ceto politico al quale guardo con rispetto». E Raggi ha meritato anche un ritorno al Campidoglio: quando l’ex sindaco le ha voluto consegnare di persona una copia con dedica.

D’altra parte Veltroni ha sempre espunto dalla sua azione politica il contrasto aperto. Il suo ex braccio destro al Pd, Goffredo Bettini, ha scritto di lui: esattamente come il bolscevico Nikolaj Bucharin, Walter «era terrorizzato dalla battaglia interna» di partito e per questo nel 2009 diede le dimissioni da segretario del Pd.

Certo, Walter non corre, non briga, non cerca grandi elettori. Per ora gli è riuscito il primo miracolo: passare inosservato. Per il secondo miracolo, entrare in corsa, serviranno circostanze eccezionali. Una cosa è certa: nessuno come il nazional-popolare Veltroni possiede spontaneamente una fondamentale caratteristica richiesta dalla Costituzione per il Presidente della Repubblica: Walter Veltroni è l’unità nazionale fatta persona.

DONNA LETIZIA “DAL PUGNO DI FERRO SOAVISSIMO”

di Paolo Colonnello

Prima donna presidente della Rai, prima donna sindaco di Milano, prima presidente del consiglio di gestione di una banca. E ora, dopo essere già stata ministro per l'Istruzione, primo assessore alla Sanità della Lombardia, ruolo chiave nella gestione del potere della prima regione in Italia che la vede ovviamente proiettata già come suo futuro presidente.

Se c'è una donna cui non mancano le "primazie", sia nella vita pubblica che in quella privata (sposò Gian Marco Moratti nel '73 suscitando un certo scandalo visto che lui si era fatto annullare il precedente matrimonio con la giornalista Lina Sotis dalla Sacra Rota), questa è Letizia Moratti, vera signora della ricca borghesia milanese, decisamente snob ma anche capace di slanci passionali e grandi sensibilità (è da anni sostenitrice e animatrice della controversa comunità per il recupero dei tossicodipendenti di San Patrignano) a dispetto dell'immagine di donna algida e distaccata che i media le hanno cucito addosso, scambiando talvolta la sua timidezza per gelida altezzosità: «Se fossi un uomo direbbero che sono forte. Invece se sei una donna e prendi posizione, ti dicono che sei rigida…» . Al solito, per una definizione esatta del suo carattere, bisogna ricorrere a Indro Montanelli che le attribuiva «un pugno di ferro soavissimo».

Nessuna sorpresa dunque se questa signora, nata Brichetto Arnaboldi, figlia di un imprenditore partigiano bianco, abituata a una famiglia in cui gli intellettuali erano di casa («Nonna Mimmina era coltissima - ha raccontato in un'intervista di qualche anno fa - Ricordo, lei, Eugenio Montale, Riccardo Bacchelli e papà parlare per tutta una sera di un passo della Divina Commedia»), cognata di Milly, pasionaria della sinistra milanese, moglie oramai vedova del petroliere Gian Marco («il nostro amore non conosce i limiti del tempo e dello spazio»), sia diventata una possibile candidata al Quirinale di un centrodestra alla disperata ricerca di un volto "pulito" e credibile da spendere per il colle più alto d'Italia, ben più affascinante tutto sommato del candidato di bandiera Berlusconi, gravato da un passato lontano e recente non poco imbarazzante, da una condanna passata in giudicato e soprattutto icona sopravvissuta a se stesso degli scintillanti anni '90, troppo distanti ormai da questo 2022, così incerto e preoccupante.

Mentre lei, donna Letizia, in grado di riscattare nel giro di un anno la debacle terrificante della Lombardia nella gestione della pandemia, restituendo quell'orgoglio padano che si era perduto nelle nebbie del Pirellone che ora abita con piglio sicuro, sarebbe certamente molto adatta al ruolo: sufficientemente bipartisan, nonostante la chiara appartenenza al centrodestra - il Cavaliere, del cui governo fu ministra, l'aveva soprannominata "Margaret" in onore della Tatcher, la lady di ferro inglese - Moratti, dopo la "cacciata" di Milano da Palazzo Marino, ha saputo silenziosamente tornare in sella, reinterpretare lo spirito del fare lombardo che da queste parti è ben poco connotato politicamente e riguarda, indifferentemente, sia chi si riconosce a sinistra sia chi guarda a destra. Non a caso fu lei a nominare come suo City manager quel Beppe Sala che, dopo la conquista di Expo, portata a termine dalla Moratti insieme a Prodi, ne ha preso il posto nel cuore dei milanesi come primo cittadino.

Certo, la carriera di Letizia Moratti non è stata priva di qualche inciampo: terribile fu la caduta nello scontro con Giuliano Pisapia che lei accusò falsamente di un furto d'auto in gioventù, o l'abuso edilizio della "Bat casa" del figlio Gabriele o, ancora, la condanna della Corte dei Conti per le cosiddette "consulenze d'oro" quando era sindaco a Palazzo Marino. Ma gli ultimi anni, e soprattutto l'impegno profuso per fronteggiare la pandemia nella regione più martoriata del Paese, hanno fatto dimenticare le cadute a favore dello stile di una delle (ancora) poche donne di potere in Italia. Lei si sottrae a qualsiasi possibilità anche semplicemente di discutere di questa ipotesi: «Sono qui per occuparmi di fronteggiare la pandemia e della salute dei lombardi, del resto non m'interesso», taglia corto. Ma non è un mistero per nessuno che la salita al Colle del Quirinale per Donna Letizia, soprattutto a partire dalla quarta "chiama", potrebbe non essere impossibile.

IL PROFESSORE CHE HA SCONFITTO BERLUSCONI È IN FONDO ALLA LISTA DEL CENTRODESTRA

di Matteo Pucciarelli

La sua grande chance fu nel 2013, con un nuovo Parlamento monopolizzato dal centrosinistra e dal neonato e all’epoca antisistema M5S. Solo che allora fu bocciato dalla ormai famosa congiura dei 101 tutta interna al partito che aveva contributo a fondare, il Pd. Tanto che la locuzione "fare la fine di Prodi" è diventata di uso gergale in politica, indicante il fuoco amico, la clamorosa e inaspettata bocciatura.

A questo giro le possibilità di Romano Prodi, 82 anni, sono molte meno, ridotte al lumicino, nonostante un curriculum che in pochi possano vantare: professore universitario di Economia, a capo dell'Iri nella Prima Repubblica, un dc di sinistra; due volte presidente del Consiglio con il centrosinistra allargato fino ai neocomunisti, presidente della commissione Europea per cinque anni nel momento cruciale della moneta unica, poi dopo la caduta del Prodi II nel 2009 rimasto un ascoltato e autorevole pensatore internazionale. Il suo sarebbe un profilo perfettamente compatibile con la carica di Capo dello Stato, ma oggi la sua "macchia" è soprattutto una: essere l'unico politico capace di battere due volte (su due) Silvio Berlusconi e il centrodestra, nel 1996 e nel 2006. Così per la coalizione Lega-Fdi-Forza Italia il suo nome è fumo negli occhi e i numeri dicono che stavolta è proprio il centrodestra ad avere una leggera maggioranza. Se pure alla fine le forze politiche convergessero su un nome di area centrosinistra, Prodi è in fondo alla lista di gradimento della triade Matteo Salvini - Giorgia Meloni - Berlusconi.

Dopodiché in questi anni di politica non attiva Prodi non ha mai smesso di commentare e analizzare l'attualità, spesso non mancando di criticare le scelte dello stesso Pd. Forse anche per questo è apprezzato e ricordato più dalla base e meno dalla nomenclatura del centrosinistra. E mentre il popolo di Beppe Grillo pensava e diceva le peggiori cose di tutti i politici, per Prodi non valeva del tutto, anzi: nelle trattative del 2015, dopo l’addio di Giorgio Napolitano, fu il secondo più votato sul blog. Lui stesso ultimamente ha ammesso di poter risultare ingombrante: “Non credo di essere una persona che sia accettata da entrambe le parti: ho sempre avuto una mia idea molto precisa di centrosinistra, riformista, ho combattuto due volte con Berlusconi e il centrodestra. I conti li so fare, non arriverei neanche a un terzo dei voti”. Poi c’è anche da considerare il fattore età, fosse eletto Prodi terminerebbe il suo mandato a 90 anni. Non che non si porti bene quelli che adesso ha, del resto la passione per il ciclismo non si è mai sopita, ma stavolta di volate all’orizzonte non se ne vedono.

IL CANDIDATO-SOTTOMARINO

di Fabio Martini

Un miracolo, per ora, gli è riuscito: passare inosservato nei variopinti toto-Quirinale che da mesi si esercitano sui possibili candidati alla Presidenza della Repubblica. Walter Veltroni è uno degli ultimi professionisti della politica e dunque sa bene che una delle fondamentali regole d’ingaggio non scritte nella corsa al Colle è quella di restare candidati-sottomarini: invisibili a pelo d’acqua ma pronti ad affiorare al momento giusto. Ma Veltroni – classe 1955 - fa politica da 52 anni, ha le antenne sensibili e dunque sa bene che il contesto non lo aiuta: il Pd, che da anni è il partito piglia-tutto a dispetto del consenso elettorale, nel prossimo “giro” sembra destinato a restare a secco.

E infatti in queste settimane Walter Veltroni, nei suoi contatti e nella sua “moral suasion” sta sostenendo senza riserve Mario Draghi. Nessuno ha trovato tracce, neppure flebili, di un’opera di auto-promozione. Su questo piano ogni illazione è destituita di fondamento.

Naturalmente Walter Veltroni lo sa: se la situazione si ingarbugliasse, pochi vantano un pedigree come il suo. Lui può vantare tanti simpatizzanti (anche se pochi tifosi) ma soprattutto non subirebbe nessun veto personalizzato. Mica poco, come ha spiegato Romano Prodi: nella scalata al Colle non serve avere «più voti ma meno veti».

E d’altra parte, se mai la situazione volgesse al “bello” per una sua candidatura, Veltroni non avrebbe bisogno di ulteriori campagne auto-promozionali. C’è un evento che racconta bene la sua propensione consociativa, la sua vocazione a piacere a tutti: era il 20 marzo 2014 e quel giorno era in programma all’Auditorium di Roma la presentazione del film da lui realizzato “Quando c’era Berlinguer”. Ebbene, quello resta a tutt’oggi l’evento politico-mondano più bipartisan degli ultimi 20 anni. Ma bipartisan è dir poco: sul tappeto rosso che la Festa del Cinema riserva ad attori e registi, quel giorno passarono personaggi tra loro agli antipodi: don Ciotti e Alba Parietti, Alberto Asor Rosa e Pippo Baudo, Maria Elena Boschi e Aldo Tortorella, Claudio Bisio ed Eugenio Scalfari, Alberto Squinzi e Susanna Camusso, Milena Gabbanelli e Lorella Cuccarini, Nancy Brilli e Paolo Sorrentino, Enrico e Gianni Letta. Quel giorno non furono avvistati ex missini, eppure nessuno, a sinistra, si è impegnato tanto per ridare dignità ai militanti della destra (i fratelli Mattei, Paolo Di Nella) uccisi da azioni violente dei “compagni”. E quanto ad Atreju, la kermesse di Giorgia Meloni oggi diventata di “moda”, Veltroni è stato un ospite “ante-marcia”, in edizioni lontane.

Per la verità, quel giorno all’Auditorium non si videro neppure capi cinquestelle. Ma Veltroni ha curato anche quel campo. Certo Beppe Grillo lo ha chiamato «Topo Gigio» ma l’ex sindaco qualche simpatia se l’è guadagnata. Due anni e mezzo fa Veltroni ha scritto “Roma”, un libro preceduto da tre prefazioni e nel quale rievocava i suoi 7 anni da sindaco. Un racconto edificante, fatto di fatica amministrativa, di storie terse puntualmente coronate da successi, ma segnate da un’ originalità: mancava qualsiasi riferimento ai controversi sindaci di segno opposto che sono venuti dopo di lui, Gianni Alemanno e Virginia Raggi. Alla quale riservava semmai una impersonale, cavalleresca dedica: «Un ceto politico al quale guardo con rispetto». E Raggi ha meritato anche un ritorno al Campidoglio: quando l’ex sindaco le ha voluto consegnare di persona una copia con dedica.

D’altra parte Veltroni ha sempre espunto dalla sua azione politica il contrasto aperto. Il suo ex braccio destro al Pd, Goffredo Bettini, ha scritto di lui: esattamente come il bolscevico Nikolaj Bucharin, Walter «era terrorizzato dalla battaglia interna» di partito e per questo nel 2009 diede le dimissioni da segretario del Pd.

Certo, Walter non corre, non briga, non cerca grandi elettori. Per ora gli è riuscito il primo miracolo: passare inosservato. Per il secondo miracolo, entrare in corsa, serviranno circostanze eccezionali. Una cosa è certa: nessuno come il nazional-popolare Veltroni possiede spontaneamente una fondamentale caratteristica richiesta dalla Costituzione per il Presidente della Repubblica: Walter Veltroni è l’unità nazionale fatta persona.