Elezioni Quirinale 2022

Il
Tredicesimo
colle

I GRANDI ESCLUSI

DA MERZAGORA A PRODI, I GRANDI SCONFITTI ILLUSI E CADUTI SOTTO IL TIRO DEI CECCHINI

di Filippo Ceccarelli

I l vero bello, la grazia sublime e il fascino segreto delle elezioni presidenziali è che non vi sono sconfitti, ma sempre Grandi Sconfitti; là dove il racconto e la leggenda della fatale caduta segnano e insegnano, più che la fine di ogni ambizione, un monito e una definitiva verità sul potere.

Poco o nulla indagata è la componente sadica del giornalismo politico, che pure mai come nelle cronache della corsa per il Quirinale incontra la suspense e l'apprezzamento del pubblico, pure a sua volta assetato di crolli, disfatte e rovine. Di qui il goloso compiacimento nel soffermarsi e nel ricordare ogni volta quali, quanti, come e perché sono stati feriti, poi uccisi e comunque travolti dal contropotere dei franchi tiratori o “deputati-lupara”, come li chiamava Montanelli.

Ecco dunque, 1948: il Conte Sforza, che “portava la sua testa come in processione il Santissimo”, che al momento del congedo viene sorpreso nottetempo a declamare il discorso che non terrà mai; oppure, 1955, ecco Merzagora, uomo di grande ricchezza e fama, appeso a una vetrata del Transatlantico, lo sguardo perduto in quel vuoto che nessuno osava varcare con una parola di conforto. Rispettivamente illusi e mandati allo sbaraglio da De Gasperi e da Fanfani.

Riconoscerà poi il politico e banchiere: “Mi feci giocare come un bimbo a mosca cieca”. Là dove, impietosa e memorabile, la figuraccia va al cuore dell'immaginario nazionale: nel paese dei furbi, chi perde è due volte che viene fatto fesso; non solo, ma solo in quel caso si capisce che forse lo è sempre stato, comunque proprio per questo non meritava di ascendere alla Suprema Magistratura dell'Astuzia.

Cesare

Merzagora

→ Cesare Merzagora

Così' si comprendono meglio, 1992, gli occhi al cielo di Forlani posto sui carboni ardenti dalle “spinte dispersive”, preziosa perla politichese per dissimulare “le perduranti defezioni”, idem, insomma i cecchini, i sicari, i pugnalatori, i massacratori del Mattatoio Montecitorio. E qualche giorno dopo pare di rivedere su un divano, col suo bastone, Leo Valiani, insieme esterrefatto e rassegnato dinanzi a quello che al giovane cronista definì un “vecchietticidio”, mentre nel catafalco veniva ricomposta la salma della Prima Repubblica. E così via, di sconfitto in sconfitto, fino alle cicatrici di Prodi per i 110, “che poi erano molti di più”.

In italiano non esiste una parola per esprimere, come in tedesco “Schadenfreude”, la gioia malevola per l'altrui disgrazia. Ma il concetto esiste, eccome, e nell'acquario dei piranha delle presidenziali ampiamente e di cuore si esercita anche nei confronti dei vinti di secondo grado, gli aspiranti nascosti che con tutte le loro forze agognano il Colle, tutti lo sanno, amici e nemici: ma poi nemmeno arrivano al giudizio dell'aula, bruciati prima della battaglia: Nenni nel 1964, Moro nel 1971, Giolitti e La Malfa nel 1978, Andreotti e Spadolini nel 1992 o D'Alema nel 2006; di quest'ultimo malignamente Cossiga a lungo si divertì a enfatizzare la “sofferta rinuncia”, a vantaggio di Napolitano, che pure i giovanotti del Pds avevano anzitempo – ebbene sì: - rottamato.

Tanto più crudele la soddisfazione quanto più rinomate le figure dei Grandi Sconfitti e vendicativi. Così nel 1971 Fanfani - “Maledetto nanetto non sarai mai eletto – schiumava di rabbia, faceva il diavolo a quattro, tempestava di minacce giornalisti ed editori; così come ancora oggi rimane esemplare nel linguaggio politico “la fine di Prodi”, e non c'è volta, non c'è intervista in cui non gliela ricordino e gliela facciano ricordare, mentre pochi rammentano che due o tre giorni prima quella fine fu preceduta da quell'altra di Franco Marini, che già l'abito da cerimonia si era fatto confezionare, povero “Scintillone” (vedi il noir di Concita De Gregorio, Nella notte, Feltrinelli, 2019).

Giulio

Andreotti

→ Giulio Andreotti

Sin dagli albori della Repubblica, sui cadaveri dei quirinabili, si registra in effetti un gusto tutto italiano, quindi teatrale, un feroce miscuglio di commedia e melodramma, equivoci, lacrime, intrighi e sghignazzi, che rende appetibile la cerimonia cannibale e sacrificale. Sfrondati gli allori e arrotolate le guide rosse sui marmi dei palazzi, è qui che meglio il potere si rivela per quello che è: non solo una spada affilata sulla testa, ma anche una meraviglia quando cala sulla vittima designata le cui insegne del dominio, ormai inutili, rovinano anch'esse nella polvere.

Che poi quest'ultima sia la materia di cui tutti siamo fatti – presidenti eletti, politici trombati, parlamentari fedeli e omicidi, giornalisti più o meno efferati, spettatori debitamente rifornitosi di popcorn – è materia narrativa che nel gran rodeo lascia un po' il tempo che trova. Più ansiogeno e perciò degno di audience quel misterioso flusso o influsso che si avverte stracco nelle estenuanti votazioni e concentrato e infernale al momento della resa dei conti. “Nei conclavi le ambizioni e i calcoli sono strumentalizzati dallo Spirito Santo – fu l'argomento con cui nel 1964 il cardinal Dell'Acqua cercò di far desistere Fanfani - a Montecitorio dal diavolo”. Con tale premessa si riattiva il brivido allorché, nel 2013, Alessandra Mussolini ascese alla maxi tribuna della presidenza ostentando una t-shirt su cui anche da lontano si poteva leggere: “Il diavolo veste Prodi”.

A distanza di qualche anno sarebbe ingiusto pensare che il Signore delle Mosche sia andato in prepensionamento. Ci faccia un pensierino Berlusconi, che al grande spettacolo italiano ha già dato più di ogni altro.

LE CLASSIFICHE

Quante votazioni sono state necessarie per eleggere Leone? Su quanti voti ha potuto contare Cossiga? E chi è stato il presidente più giovane? Ecco alcune curiosità sulle passate elezioni al Quirinale

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