L’EGITTO DI BELZONI

Un gigante nella terra delle piramidi
Giovanni Battista Belzoni è l'esploratore che ha ispirato George Lucas per il suo Indiana Jones. E' a lui che Padova dedica una grande mostra archeologica. Ed è al grande viaggiatore, alla sua vita, alle sue imprese, alle sue scoperte che è dedicato questo speciale interattivo

L’EGITTO
DI BELZONI

Un gigante nella terra
delle piramidi
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Giovanni Battista Belzoni è l'esploratore che ha ispirato George Lucas per il suo Indiana Jones. E' a lui che Padova dedica una grande mostra archeologica. Ed è al grande viaggiatore, alla sua vita, alle sue imprese, alle sue scoperte che è dedicato questo speciale interattivo

*di Marco Zatterin

C’è stato un momento in cui Giovanni Battista Belzoni fu così popolare in Europa che a Parigi i giornali discutevano animatamente della sua barba. Sei mesi dopo la morte del viaggiatore padovano, avvenuta in Nigeria nel dicembre 1823, le Diable Boiteux - quotidiano di “spettacoli, costumi e letteratura” – animò una vivace polemica sull’aspetto fisico del grande viaggiatore.
In effetti qualcuno aveva precedentemente scritto sulla medesima testata di non ritenere possibile che l’italiano potesse avere una barba lunga circa un piede, come aveva raccontato la stampa inglese al momento della sua scomparsa, mentre cercava di raggiungere Timbuctu, la Regina delle Sabbie. Poi, però, era stata necessaria una rettifica. Si erano sbagliati.

“Durante il soggiorno parigino – scrisse il foglio transalpino – (Belzoni) cercava in ogni modo di nasconderla e solo una parte del suo mento, la più visibile, era rasata: faceva parte dei suoi calcoli mirati a garantirsi un successo nei paesi lontani che avrebbe dovuto attraversare successivamente”. Dunque, fu sentenziato, “rimettiamo la barba a Belzoni”. Lunga e leonina, come si deve agli esploratori. Era l’ennesimo contenzioso sulla vita e le avventure dell’uomo che possiamo definire il padre della divulgazione egittologica.

Belzoni fu il pioniere del metodo “scientifico” (per l’epoca) nel recupero di antichità lungo il Nilo. Con energia smodata rivoluzionò tecniche di scavo e di mappatura del terreno, conseguendo successi destinati a restare impareggiabili. Fece tutto in poco più di quattro anni, dal giugno 1815 all’autunno 1819. Cinquanta mesi di scontri e incontri, dissapori e dolori, amarezze e trionfi.
A farla breve, il gigante padovano – era alto oltre due metri – fu il primo ad aprire il tempio di Ramses II ad Abu Simbel; riuscì a trasportare la testa del Giovane Memnone da Tebe al British Museum; trovò l’entrata della piramide di Chefren; scoprì la Valle delle Mummie - “riscoperta” dagli egiziani di Zahi Hawass nel 1996-; aprì sei tombe nella Valle dei Re, tra cui la più bella di tutte, quella di Seti I. Se non fosse sufficiente, rientrato a Londra nel 1820, scrisse un libro di viaggi che divenne un best seller e organizzò la prima mostra di egittologia di tutti i tempi. Belzoni fu l’inventore dell’egittologia-spettacolo.

Le tante mostre a cui abbiamo la possibilità di assistere, compresa la magnifica padovana di questi giorni, sono figlie di quella che, nel 1821, s’inaugurò in un primo maggio di pioggia in Piccadilly, a Londra. Su libri e grande rete appaiono con puntuale frequenza voci pronte a parlare del “Gigante del Nilo” come di un fanfarone, un saccheggiatore, un improvvisatore, se non peggio.
Certo il suo stile fu a volte rude, ma il giudizio è immeritato. Il padovano, nato al Portello e figlio di un barbiere, fu un talento naturale che sbarcò il lunario vendendo oggetti sacri, combattendo Napoleone, facendo l’attore e costruendo magici giochi meccanici di acqua e fuoco su decine di palcoscenici britannici. Fu sempre guardato con sospetto, se non con spregio, da accademici e scienziati, spesso ricchi di cursus honorum e poco altro.

“L'erudito e il savio viaggiatore rideranno della mia presunzione – era la sua difesa -, ma eglino stessi hanno forse una sola opinione sopra questi monumenti e non sono alcuna volta di differente avviso sopra oggetti assai meno difficili?".
Era ambizioso, Belzoni. Lo hanno definito irascibile, ma la rabbia era in genere figlia del sentirsi incompreso. L’immenso numero di lettere che ha lasciato regala conferma della buona fede, della passione che lo animava e dell’attitudine che lo faceva sempre guardare avanti, di cui il grande castello che oggi diremmo “mediatico” - costruito intorno alla Tomba di Seti I - è testimone inconfutabile.
Giovanni capì l’importanza della scoperta e non la tenne per sé. Fu subito certo che si trattasse di un patrimonio straordinario da condividere, una storia troppo bella per non essere raccontata a tutti. Era la parata dell’immortalità, le nozze ultraterrene del Faraone, sotto un cielo stellato che mozzava il respiro.

In una lettera apparsa sulla Gazzetta di Firenze del luglio 1818 confessò: “Io mi propongo di trasportare in Europa gli oggetti più importanti trovati in questa tomba”. In una missiva inviata quella stessa estate annunciava anche ai famigliari l’idea di trasformare la tomba in una mostra londinese. Nessuno aveva mai fatto nulla di simile.
Cominciò a lavorare con foga al progetto già nei mesi più caldi di quell’anno. E se non è un genio questo, allora ci sono molte altre definizioni del talento umano che andrebbero riviste.
La coda davanti alla Egyptian di Piccadilly continuò per settimane, mentre “Viaggi in Egitto e Nubia” accumulò rapidamente tre edizioni. Belzoni lo scrisse da solo, e si vede. Ma proprio l’inglese non oxfordiano aggiunge freschezza al racconto, quasi integralmente tratto dal taccuino di viaggio che il gigante portava con sé sin dall’inizio. La prosa è educata e diretta. A differenza di molti altri diari dell’epoca, il non esser accademico lo condusse a registrare anche i piccoli incidenti quotidiani, gli incontri con la gente comune, le feste e i pranzi, con una narrazione del tutto innovativa.

La penna di Giovanni, insieme con quella della moglie Sarah – la prima donna europea a risalire il Nilo dopo secoli - rivela i volti e le abitudini dei contadini di Tebe e della Nubia. La scrittura leggera manifesta emozione e la condivide. È contagiosa.
Oggi lo diremmo un tipo “social”, Belzoni. Howard Carter, lo scopritore del sepolcro di Tutankhamon, parlò di lui come di “uno degli uomini più rilevanti dell’archeologia”. Per Charles Dickens fu “un esempio incoraggiante per tutti coloro che hanno non solo teste brillanti con cui fare progetti, ma cuori robusti per realizzarli”. Oggi metterebbero un “like” alla sua pagina web. Un bell’omaggio. Ma è chiaro che l’approvazione non avrebbe il sapore e la potenza d’un tempo.

*autore de “il Gigante del Nilo”, storia e avventure del Grande Belzoni, Mondadori 2019.

A cura di: Gedi Visual, grafica e sviluppo di Raffaele Aloia e Mirko Aloisi - Divisione Stampa Nazionale GEDI Gruppo Editoriale S.p.A. Spa - P.Iva 00906801006 Società soggetta all’attività di direzione e coordinamento di CIR SpA - Privacy

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La mostra sarà visitabile

dal 25 ottobre 2019 al 28 giugno 2020

nel Centro Culturale Altinate San Gaetano

Via Altinate 71 - Padova

Per info su orari e ticket consulta il sito legittodibelzoni.it