Quasi un ragazzo su 10 che frequenta le nostre scuole è di cittadinanza non italiana. Nell’anno scolastico 2016/2017 gli studenti e le studentesse stranieri presenti nelle scuole italiane sono stati circa 826mila: circa 11mila in più rispetto al precedente. La grande maggioranza di loro è nato in Italia, un picco che arriva addirittura all’85,3% per quanto riguarda le scuole dell’Infanzia. Nel Paese in cui lo Ius Soli si arena in Parlamento e l’immigrazione diventa tema di facili bottini elettorali, avanza una comunità di cittadini che diventa giorno dopo giorno, “de facto”, plurilingue e pluriculturale. Un clima che, più che dalle autorità, sembra essere interpretato dalle diverse tradizioni culturali di questo Paese. Dalle associazioni cattoliche, come Caritas o comunità di Sant’Egidio alle associazioni militanti come le “Case del Popolo” fino ai Centri sociali e alle associazioni laiche: sono molte ed eterogenee le realtà del volontariato che svolgono una funzione sussidiaria essenziale nell’insegnamento della lingua italiana. Nel video interattivo abbiamo raccontato il punto di vista di tre associazioni del panorama romano con riferimenti culturali diversi, ma unite dalla stessa volontà di creare ponti culturali tra lingue e culture differenti.

Serie storica degli alunni con cittadinanza non italiana

Se l’iscrizione nelle scuole dell’infanzia coinvolge quasi tutti i bambini italiani (96-97%), la stessa diffusione è molta più bassa per quanto riguarda gli alunni di origine straniera (75%). Una dinamica in cui le famiglie giocano un ruolo fondamentale: è molto probabile che, ad adulti poco integrati o con scarsa conoscenza della lingua italiana, facciano da contraltare mancate iscrizioni o tassi molto alti di abbandono scolastico. “C’è una relazione diretta tra la bassa scolarizzazione dei genitori e le difficoltà scolastiche delle nuove generazioni” sottolinea Paola Piva, responsabile della Rete Scuolemigranti, che riunisce 92 associazioni e 150 sedi in tutte le provincie del Lazio, comprese quelle mostrate nel nostro video interattivo, rete che ha anche lanciato un appello per la formazione dei nuovi cittadini. In questo contesto il lavoro delle associazioni di volontariato e operatori del Terzo Settore è essenziale, soprattutto per il lavoro sul territorio, il coinvolgimento degli stranieri nei corsi esistenti e l’alfabetizzazione degli adulti.


Alunni stranieri nell'anno scolastico 2016/2017

Un impegno spesso provvidenziale, ma che potrebbe non essere sufficiente in mancanza di un’azione strutturale da parte dello stato: “È innegabile che i volontari suppliscono la carenza di fondi da parte dei comuni e degli enti locali. Tampona, è utile, ma non supplisce completamente le mancanze e i risultati a lungo termine non sono misurabili.Il volontariato come rete sociale può avere un senso, ma ormai l’arrivo di migranti non può più essere affrontato in modo emergenziale” chiariscono i responsabili del coordinamento Ri.N.P.it, un’associazione che si batte per il riconoscimento nazionale della professionalità degli insegnanti di italiano L2/lS.

LINGUA ITALIANA E STRANIERI: COME FUNZIONA L’INSEGNAMENTO

Dagli adulti alle nuove generazioni, ecco com’è strutturato l’insegnamento della nostra lingua agli stranieri oggi nel nostro Paese.

LA SCUOLA: UN LABORATORIO SPESSO SENZA RISORSE

Secondo il Ministero dell’Istruzione, per gli alunni stranieri non italofoni, dovrebbero essere previste circa 8-10 ore settimanali, espressamente dedicate all’insegnamento dell’italiano L2 (circa 2 ore al giorno), per una durata di almeno 3-4 mesi. Indicazioni che si scontrano talvolta con problemi di ordine pratico: “La scuola pubblica dovrebbe avere sempre laboratori linguistici per bambini o ragazzi stranieri, lo chiede anche il MIUR nelle linee guida, ma a volte mancano le risorse e i presidi hanno bisogno di personale aggiuntivo, insegnanti formati ad hoc per questo tipo di insegnamento e di mediazione culturale” spiega Paola Piva, del coordinamento Scuolemigranti. Le attività di insegnamento sono spesso supplite da progetti formativi di durata annuale, con risultati ed esperienze che variano molto a seconda dei diversi istituti scolastici. Quel che sembra mancare da parte dello Stato è da un lato un’azione strutturale e coordinata, dall’altro del personale qualificato, ovvero una quantità sufficiente di insegnanti formati espressamente nell’insegnamento dell’italiano come seconda lingua. Eppure i professionisti non mancherebbero: “In questo settore ci sono professionisti formati da più di 30 anni dall’Università italiana, gli studenti si trovano spesso a studiare sui nostri testi” sottolineano gli attivisti del coordinamento Ri.N.P.it. Nel 2016 è stata istituita una classe di concorso per l’insegnamento dell’italiano agli stranieri (A23), che, sempre secondo gli attivisti, potrebbe non risultare adeguata alla domanda complessiva: “Ad oggi le cattedre di A23 attivate nella scuola pubblica sono poche e relegate nel potenziamento. Il concorso prevedeva circa 500 posti sull’organico di potenziamento in tutta Italia (inclusi i CPIA), posti che noi riteniamo insufficienti, tenendo conto che secondo dati istat, si consideri che nel 2016 la presenza di studenti stranieri di I e II generazione era di circa 800.000 alunni” sottolineano gli attivisti del coordinamento Ri.N.P.it.

L’IMPORTANZA DEL TERZO SETTORE

L’insegnamento dell’italiano agli adulti è disciplinato in Italia, a livello statale, dai CPIA (centri provinciali per l’insegnamento degli adulti)che prevedono corsi sul territorio. Le attività di questi centri sono funzionali, per il riconoscimento di alcuni titoli di studio ottenuti nei paesi di origine e per l’attestato di conoscenza di lingua italiana A2, indispensabile all’ottenimento del permesso per soggiornanti di lungo periodo. Le problematiche sono spesso speculari a quelle che si registrano nell’istruzione di bambini e ragazzi nelle scuole secondarie e primarie. “I CPIA funzionano a volte anche bene, ma come le scuole primarie e secondarie, hanno problemi di organico, a volte poche sedi e non di rado funzionano in modo ‘scolastico’. Non è detto che gli orari dei corsi coincidano con gli orari di vita e di lavoro delle persone a cui sono rivolti” spiega Paola Piva, della rete Scuolemigranti del Lazio. Molti addetti ai lavori lamentano inoltre, l’eterogeneità dei corsi, dove si confrontano studenti con problematiche molto diverse: nel caso di adulti analfabeti, ad esempio, si dovrebbe ricorrere a strategie ad hoc e a molte ore di insegnamento (dalle 800 in su) per apprendere i fondamenti della letto-scrittura.Quello che sembra mancare e che rende spesso indispensabile la presenza di enti terzi del Terzo settore, è un piano e una programmazione di lungo respiro, centrata sui bisogni degli studenti:“Bisognerebbe pensare a rendere strutturata e coordinata l’offerta in modo tale da pensare a un percorso di lungo tempo che permetta realmente di imparare la lingua” chiariscono i responsabili del coordinamento Ri.N.P.it.

PROVE DI RIORGANIZZAZIONE E L’ESEMPIO TEDESCO

Per legge ogni rifugiato o richiedente asilo, inserito nella rete SPRAR deve avere almeno 10 ore di lezioni di lingua italiana a settimana fornite generalmente dai responsabili del progetto di accoglienza in collaborazione con cooperative o associazioni di volontariato. Il numero di ore risulta spesso esiguo e non di rado gli studenti si rivolgono anche ad altri centri, gestiti spesso da associazioni esterne. Inoltre, non tutti i comuni italiani aderiscono alla rete SPRAR (Il Sistema di protezione per richiedenti asilo e rifugiati realizzato in collaborazione con gli enti locali), molti richiedenti asilo vengono quindi accolti nei cosiddetti Centri di Accoglienza straordinaria. Nell’autunno del 2017 il Ministero dell’interno ha varato il primo “Piano nazionale per l’accoglienza dei richiedenti asilo”, in cui anche la formazione linguistica diventa una priorità. L’obiettivo è di oltrepassare la fase emergenziale e cominciare a intervenire strutturalmente, come già avviene altrove. In Germania nel corso dell’accoglienza di un milione di siriani nel 2015 sono stati assunti 7mila docenti specializzati in tedesco come seconda lingua. In Francia esiste un programma scolastico che segue gli stranieri, mentre nel Regno Unito, per i rifugiati è previsto un test B1 e dei corsi obbligatori.

A cura di Francesco Collina, Daniele Tempera - Visual Lab