Il giornalista

Ora si occupava di vaccini ma la sua passione era la radio

Stefano Montomoli, di anni 69. Era un dipendente della Sclavo, a Siena, ed era giornalista pubblicista, esperto di calcio e basket. Era stato per anni il direttore di Radio Siena, e stimato opinionista al seguito della squadra bianconera anche negli anni gloriosi della serie A. Nella sua radio ha formato molti giovani colleghi, che ora lo ricordano con affetto. Stefano è morto al Policlinico delle Scotte. Nella sua seconda attività professionale, alla Sclavo, si è occupato dei vaccini. Quasi una beffa del destino.

L'architetto

Un’autorità in Spagna insegnò anche in Italia

Carlos Martì Arìs, di anni 72. Era uno dei più importanti architetti spagnoli, un’autorità del mondo accademico catalano dove per molti anni era stato docente universitario. Un mestiere che lo aveva portato a insegnare anche all’estero, Italia compresa: aveva infatti tenuto corsi di architettura moderna al Politecnico di Milano. Dirigeva la collana editoriale Arquithesis. Carlos era un uomo dai multiformi interessi, non solo l’architettura, anche musica e letteratura. Nel 2003 aveva pubblicato un interessante studio: “Luoghi pubblici nel territorio: una proposta per le cave casertane”.

Il dirigente calcistico

Con la sua Pergolettese arrivò fino alla C2

Andrea Micheli, di anni 37. Lavorava nella ditta di famiglia a Pizzighettone, ed era molto conosciuto per il suo impegno nel mondo dello sport. Fino a quattro anni fa era stato il giovane presidente della Pergolettese, che sotto la sua gestione ottenne una storica promozione dalla serie D a quella che ancora si chiamava C2. Poi, per sua scelta, Andrea nel 2016 aveva preferito lasciare il calcio attivo, anche se restava il primo tifoso della Pergolettese. Da un paio di settimane era ricoverato a Milano, dove il Covid 19 non gli ha dato scampo, sebbene lui fosse così giovane.

Il sacerdote

Un padre pellegrino in mezzo alla gente

Giuseppe Garbin, di anni 75. Era un padre pellegrino del “Murialdo” di Conegliano, e da un anno era anche viceparroco ai Santi Martino e Rosa. Giuseppe era un frate in mezzo alla gente. Vicentino, era stato parroco a Padova. Il suo grande amico Giuseppe Manzato, confratello, compagno di studi e di ordinazione sacerdotale, si è ammalato insieme a lui. Da tanti anni, le vite e le scelte dei due Giuseppe procedevano quasi in parallelo. Ma il finale no. Un Giuseppe si è salvato, l’altro è morto.

La paziente

Ha usato il tablet per l’ultimo saluto ai genitori

Nasro Ade, di anni 25. Era una ragazza con gravi problemi renali, ed era ricoverata al St. George’s Hospital di Tooting, a sud di Londra. Si teneva in contatto con i genitori attraverso FaceTime, lottava contro il male e faceva di tutto per rimanere sveglia. Quel tablet era l’unico filo rimasto tra lei e la vita. A un certo punto sembrava migliorare, poi il crollo: il coronavirus fa spesso così. Quando gli infermieri hanno videochiamato i genitori di Nasro per l’ultima volta, lei dormiva tranquilla, collegata al ventilatore.

Maria Teresa, per tanti anni la storica barista del “Bar Duomo” a Recanati. Carlo, prima vittima del coronavirus a Cagliari. Franco, che i nipoti ricordano come «lo zio libero e sognatore». Uomini e donne colpiti dal virus: ecco le loro storie

L'ex barista

Negativa ai primi due tamponi al terzo la diagnosi fatale

Maria Teresa Giaccio, di anni 85. E’ stata per tanti anni la storica barista del “Bar Duomo” a Recanati, dove tutti conoscevano lei e il marito Giuseppe. Hanno sempre lavorato insieme in quel locale. Maria Teresa è la madre della poetessa e scrittrice Norma Stramucci. Si trovava al pensionato di Porto Recanati ed è stata portata al Santa Lucia dopo i primi sintomi, pur essendo risultata negativa a due tamponi. Soltanto il terzo ha rivelato la presenza della malattia che alla fine l’ha uccisa, lasciando soli il suo Giuseppe e l’amata figlia.

Il barista

Quel malore dopo il ritorno dalla Festa della Birra

Carlo Tivinio, di anni 42. E’ stato la prima vittima del coronavirus a Cagliari, dove gestiva il bar “Lima Lima” e tutti lo conoscevano come Carlone. Tornato dalla Fiera della birra di Rimini, si è sentito male ed è stato portato all’ospedale Santissima Trinità dov’è morto. Il fratello di Carlo, Andrea Tivinio, è a sua volta gestore del “Vintage Bar” a Quartu, uno dei tantissimi locali chiusi a causa dell’epidemia. Ha appena ricevuto un’ingiunzione di sfratto: non può pagare due mensilità di affitto, meno di duemila euro in tutto.

Il pensionato

Non sapeva nulla del Covid ed era spaventato dai medici

Franco Santalucia, di anni 82. I nipoti lo ricordano come «lo zio libero e sognatore». Ma l’ultima immagine che hanno di lui è quella di un uomo spaventato e disorientato. Franco è morto all’ospedale di Macerata, dove negli ultimi giorni si strappava le flebo dal braccio e non mangiava più: lo spaventavano medici e infermieri con le mascherine e gli scafandri, non capiva cosa fosse successo. Non si era mai sposato e viveva solo. Le ultime notizie, i nipoti sono riuscite ad averle solo due giorni prima che morisse. In sua memoria hanno deciso di donare un tablet a tutti i ricoverati del reparto dov’era Franco.

Il medico

Conosceva le insidie di quel virus che non è riuscito a sconfiggere

Raffaele Pempinello, di anni 76. Era stato un medico importante, un infettivologo noto in tutta Italia. Primario emerito dell’ospedale Cutugno di Napoli, Raffaele aveva fatto parte del consiglio direttivo della Società scientifica italiana di malattie infettive. Nessuno più di lui conosceva dunque le insidie di un contagio, e i suoi effetti. Era stato colpito da tempo da una malattia neurodegenerativa, e questo ha reso più facile l’attacco del Covid 19. Raffaele lo ricordano in molti anche per l’impegno strenuo durante l’epidemia del colera a Napoli, nel 1973.

Il muratore

L’ultimo desiderio di Altin: “Voglio morire a casa mia”

Altin Hyso, di anni 45. Era muratore e viveva a Sulmona, in Abruzzo. Sei anni fa scoprì di essere gravemente malato, e con quel suo nemico ha convissuto per molto tempo, battendosi come un leone, finché il coronavirus non ha approfittato di un corpo comunque stanco dopo tante cure e tanta fatica. Altin era stato ricoverato all’ospedale di Ortona, poi trasferito a Chieti perché positivo al tampone. Lascia la moglie e due figli. Aveva espresso un ultimo desiderio: «Vorrei morire a casa mia». Non è stato possibile. Negativo a un primo tampone, era ancora in attesa del secondo.

L'ex sindaco, l'anziana cuoca, l'ispettore di polizia con un passato da atleta e quei vecchietti sorpresi dal virus nelle case di riposo. Racconti di vite interrotte che lasciano un vuoto

L'ex operaio

Giuseppe travolto dal virus in una casa riposo a Recanati

Giuseppe Moroni, di anni 90. Era ricoverato nella casa di riposo di Recanati, di cui è stato la sesta vittima. Giuseppe aveva altre gravi patologie ed era molto anziano: fa parte della maggioranza delle vittime del coronavirus, anche lui tra i moltissimi travolti dalla malattia nelle case di riposo, inermi e senza i familiari accanto. Vedovo con una figlia, Giuseppe era stato uno dei primi operai della "Guzzini", dipendente storico della nota azienda marchigiana di oggetti per la casa. E' morto all'ospedale di Civitanova. Quelli come lui, nelle case di cura continuano a chiamarli "ospiti" Forse, dopo questa tragedia almeno il vocabolario dovremo cambiarlo.

Il paziente

Era ricoverato in una Rsa, adesso pretendono la retta

Mauro Poggi, di anni 89. Quarta vittima anziana della rsa "La Chiocciola" di Firenze, ma in questo caso con un'atroce beffa per la famiglia, in aggiunta al dolore: perché la casa di cura toscana ha chiesto il pagamento della retta di Mauro, senza avere dato chiarimenti in precedenza alla figlia Monica sulle sue condizioni di salute. Mauro è morto dopo aveva contratto una broncopolmonite e dopo tre tamponi negativi al Covid 19: il quarto ha invece reso evidente la terribile malattia nel frattempo insorta. Nella rsa fiorentina sono stati contagiati 15 pazienti e 11 operatori sanitari.

L'ex sindaco

Quei diciotto lunghi anni da primo cittadino

Silvano Driussi, di anni 75. Era stato lo storico sindaco democristiano di Morsano al Tagliamento, un'avventura politica e umana lunghissima: dal 1975 al 1993. Quasi un "papato". Silvano era stato un esponente di spicco del mondo politico della provincia di Pordenone tra gli anni Settanta e Ottanta, un tempo in cui anche gli avversari di partito sapevano rispettarsi e lavorare per l'interesse comune, soprattutto nei centri medio/piccoli. A ottobre, Silvano aveva avuto un malore. Due settimane fa lo avevano portato all'ospedale di Pordenone e poi, ormai molto grave, all'hospice di San Vito al Tagliamento dov'è morto.

L'ex cuoca

Dalle sue mani i piatti per generazioni di bambini

Maria Silvi, di anni 75. A Castelraimondo, Macerata, la conoscevano tutti, perché Maria era stata per tanti anni la cuoca della scuola materna "Manfredi Gravina". Le sue mani e il suo amore hanno nutrito intere generazioni di bambini, e in tanti anche da grandi non si sono mai dimenticati di lei, del suo sorriso e dei suoi buonissimi piatti cucinati sempre al momento, sempre con gli ingredienti più freschi. Maria, allegra e bonaria, era anche molto attiva anche nel sociale, anima del circolo delle pensionate, organizzatrice di corsi e soprattutto dell'università per anziani. Ma guai chiamarla "università della terza età": Maria si arrabbiava. Lei preferiva dire "delle tre età".

L'ex atleta

C’era anche lui nella maratona vinta nel 1960 da Abebe Bikila

Francesco Perrone, di anni 89. Ispettore di polizia in pensione, ma soprattutto ex azzurro di atletica leggera. Francesco è stato un campione: sei volte tricolore tra 5 mila metri, 10 mila , maratona e corsa campestre. Era nato a Cellino San Marco, Brindisi, e sulla distanza dei 5 mila metri era stato anche primatista italiano. Nel 1959 aveva vinto la celeberrima Cinque Mulini, a quel tempo la più importante corsa campestre del nostro paese, ma il giorno che vale una vita venne per Francesco alle Olimpiadi di Roma 1960, quando il 10 settembre corse la storica maratona vinta sotto l'Arco di Augusto dall'etiope Abebe Bikila, il campione scalzo. Francesco arrivò soltanto trentasettesimo ma c'era anche lui, in quella sera storica, sotto i riflettori di una città mai così bella.

Lo storico appassionato di politica, l'infermiera che non sapeva di essere stata contagiata, l'imprenditore che a Bologna chiamavano il "papà" dei pub. Non solo nomi: le storie di chi ci ha lasciato

Il dirigente

Quei 70 chili di riso in bici per aiutare chi soffre in Africa

Raffaele Laghi, di anni 48. Era il responsabile commerciale della cooperativa “Forlì Ambiente”, servizi ecologici e ambientali, ed è morto all’ospedale Bufalini di Cesena. Viveva a San Lorenzo in Noceto con la moglie e due figli. Raffaele era una persona molto impegnata nel sociale. Da anni si spendeva per l’associazione “Dedicata a un angelo” che aiuta la Tanzania. Con l’inseparabile amico Vanni Cappelletti erano stati più volte in Africa, l’ultima nel 2018 alla ricerca di un terreno per costruire una scuola elementare a Ichonde. Una volta, lui e Vanni portarono in bicicletta 70 chili di riso e pesce essiccato con cui diedero da mangiare per un’intera giornata a lebbrosi, malati, anziani e persone sole.

L'operatrice socio-sanitaria

Si è spenta con un libro sul comodino. Il titolo: “Virus”

Donatella Brandi, di anni 64. Era operatrice socio-sanitaria all’ospedale di Faenza e lavorava in chirurgia, cioè in un reparto non Covid. Quando ha avuto i primi sintomi, è risultata negativa al tampone ma poi è peggiorata, la febbre è salita altissima e Donatella è stata ricoverata. Si era portata in ospedale un paio di libri da leggere, convinta di farcela. Uno è rimasto drammaticamente accanto al suo letto: si intitola “Virus”. Il figlio Enrico Maria dice che la mamma aveva molta paura e stava attentissima. Poteva già andare in pensione: non l’ha fatto per evitare la minima.

L'imprenditore

Adriano portò a Bologna la moda del pub

Adriano Rinaldi, di anni 62. Era considerato “il papà” dei pub bolognesi, era quello il suo mondo e lì lo amavano proprio tutti. Perché Adriano era appassionato, dinamico e competente. Era ricoverato all’ospedale Sant’Orsola di Bologna, dov’era stato sottoposto con successo a un trapianto di rene. Proprio lì, purtroppo, in nefrologia è stato contagiato dal Covid 19. Gli amici dei pub Dragon e Old Bridge lo hanno salutato sui social con un commovente messaggio: “Vola alto, grande Adri”.

Lo storico

Addio al professore che amava la politica

Gian Mario Bravo, di anni 85. Era uno dei più noti storici della politica italiani, tra i maggiori studiosi di Marx ed Engels. Professore emerito di storia delle dottrine politiche all’università di Torino, Gian Mario aveva insegnato per moltissimi anni in quell’ateneo ed era stato preside della facoltà di scienze politiche dal 1979 al 1998. Allievo di Norberto Bobbio e Luigi Firpo, è stato a lungo presidente proprio della Fondazione Firpo, sempre a Torino. Lascia la moglie Angela e il figlio Gian Giacomo. Nel corso della sua carriera ha scritto decine di libri, oltre che fondamentali testi universitari e saggi sulla storia del socialismo e del comunismo.

L'infermiera

E’ morta senza sapere di essere stata contagiata

Giovanna Sauchella, di anni 37. Erano infermieri, lei e il marito Gianluca, all’ospedale di Pescara, ma Giovanna era originaria di Telese Terme (Benevento). Una di quelle persone che il coronavirus ha colpito più duramente, perché già malate prima del diffondersi della pandemia. In alcuni casi, come per Giovanna, è stato impossibile definire i confini delle diverse patologie e l’incidenza fatale del virus. Quando è morta, all’ospedale di Pescara dove lavorava, non sapeva neppure di essere stata contagiata. Gianluca e i familiari l’hanno saputo dopo, quando il corpo di Giovanna è stato sottoposto al tampone.

L'edicolante Abbas gestiva l’attività nel Galles del Sud con il fratello Ghulam, anche lui ucciso dal virus. Avevano imparato il mestiere dal padre. E il libraio Vincenzo Niccoli, un uomo pieno di estro. Vite portate via dal Covid-19

La paziente

Aspettava un trapianto, ora si cerca la verità

Gaia Contini, di anni 27. Era gravemente malata ai polmoni, ed era ricoverata nella clinica di Veruno (Novara) in attesa del trapianto. Il suo ultimo messaggio, col cellulare, per una zia: «Scusami, ma oggi sto davvero male». La febbre altissima e una crisi respiratoria l’hanno uccisa. La sua famiglia, però, vuole sapere se avesse il coronavirus e ha chiesto alla procura di Novara di disporre l’autopsia: richiesta rifiutata in un primo tempo, e poi concessa. I genitori attendono. Anche quando la vita finisce, non deve finire la verità.

Il medico

Il primario di ortopedia stimato da tutti

Domenico Macioce, di anni 92. Era primario emerito di ortopedia all’ospedale di Legnano, dove per anni era stato primario effettivo e stimatissimo. Era nato a Tripoli, in Libia, ma la sua famiglia era presto tornata in Umbria, a Montecastello di Vibio. Poi il trasferimento a Legnano, dove Domenico ha esercitato fino al 1970, quando vinse il concorso di primario ortopedico a Magenta. Lì è rimasto fino al 1983, poi è tornato a Legnano e ha lavorato fino alla pensione, nel ‘97. «Legnano, casa mia», come ripeteva sempre.

Il musicista

Il gospel ha perso una stella: il coro era la sua vita

Troy Sneed, di anni 52. Cantante e arrangiatore, era una stella del gospel e aveva ottenuto una nomination ai Grammy nel 1999. Il coronavirus lo ha ucciso a Jaksonville, Florida, la sua città. Per quasi un decennio, Troy era stato il direttore del Georgia Mass Choir's Assistant Minister of Music, arrangiando anche la musica per il loro album e comparendo con i coristi nel film “Uno sguardo dal cielo” (1996), con Denzel Washington e Whitney Houston. Come solista, Troy ha pubblicato sette album. Ma la cosa che più amava, diceva lui, era cantare in coro.

Il libraio

Enzo, il figlio del pretore che amava la bellezza

Vincenzo Niccoli, di anni 80. Anche adesso che era anziano, per tutti lui restava “Enzo, il figlio del pretore”. Perché quello era stato il mestiere del babbo nel Palazzo di giustizia di piazza Buonaparte, a San Miniato, Pisa. Una famiglia molto conosciuta e stimata, nella quale Enzo rappresentava il guizzo estroso. Già da ragazzo, nel rione Scioa, la zona dell’ospedale, si erano accorti di lui. A San Miniato, Enzo aveva conosciuto personaggi speciali come i fratelli Taviani e Geno Pampaloni. Poi si trasferì a Pescara, dove insieme al fratello Giuseppe ha realizzato il suo sogno: la libreria-galleria di via Venezia, un salone riservato all’arte contemporanea e tutto il resto dello spazio ai libri. Enzo, il figlio del pretore, è vissuto di cose bellissime.

L'edicolante

I sogni di carta di Raza l’edicolante pakistano

Raza Abbas, di anni 54. Erano in tre, venivano dal Pakistan e dal 1982 avevano un’edicola a Newport, nel Galles del Sud. Lui, suo fratello Ghulam e il loro padre Mohammed. Il vecchio aveva sempre venduto giornali e lo aveva insegnato ai figli: anche oggi, quando le edicole sono quasi diventate luoghi di resistenza umana. Oggi più che mai. Mohammed è stato il primo a morire, tre settimane fa. Poi si è ammalato Ghulam, 59 anni. Dieci giorni più tardi è toccato anche al più giovane essere portato nel reparto di rianimazione del Royal Gwent Hospital. I due fratelli, ricoverati nella stessa camera, sono morti a pochi giorni di distanza. «Ho visto passare le loro bare dalla finestra», ha detto la sorella Rukhsar.

La giornalista che rinunciò ai suoi articoli e scelse di diventare professoressa per gli studenti lavoratori. E Alessandro Marchetti, 55 anni, morto dopo essere stato dichiarato guarito. Ecco chi ci ha lasciato

L'impiegato scrittore

Sognava prigioni senza muri e incantava con le parole

Alessandro Marchetti, di anni 55. Scriveva per i bambini e faceva l’impiegato alla regione Valle d’Aosta, perché chi mai può vivere di sola scrittura? Era un uomo gentile e generoso, aveva scritto anche per i carcerati ed era un musicista, un artista vero. Lo avevano ricoverato in gravi condizioni all’ospedale Parini di Aosta, poi però era migliorato e dopo due tamponi negativi era stato dichiarato guarito. Ma è morto. Il libro a cui più teneva si intitola “Dolce e i misteri di Acquascura”. Dolce è un cane e ha molti amici: Dozzina la gallina, Ciccio il Riccio e Scatto il gatto. Poi c’è una mucca che sogna di diventare una “reina”, vale a dire una regina. Alessandro pubblicava anche in braille, sognava prigioni senza muri e bambini incantati dalle parole. Lui lo era.

L'insegnante

Sandra, quasi centenaria impegnata nel sociale

Sandra Sollazzi, di anni 98. Era stata giornalista, ma aveva smesso per fare l’insegnante: dopo la morte della madre c’era bisogno di qualcuno che si curasse del papà, così Sandra lasciò Roma e il giornalismo e tornò a Pavia, la sua città, dove diventò professoressa. Per molti anni si era occupata di rapporti con le ambasciate, ma Sandra era una giornalista capace di vivere anche d’altro. E quando diventò insegnante, decise che questo era più importante dei suoi articoli. Si appassionò ai corsi serali per gli studenti lavoratori che coordinò personalmente, fino a diventare preside. Chiuse occupandosi dell’università della terza età, che ormai era la sua. Anche se Sandra è rimasta una ragazza di quasi cent’anni.

L'infermiere

Il sacrificio di Larni, un eroe in corsia

Larni Zuniga, di anni 54. Era di origini filippine e faceva l’infermiere: si è speso per gli altri dal primo giorno del contagio, senza mai chiedere neppure un turno di ferie. «Lui faceva la differenza, è stato un eroe, viveva il mestiere come una missione», così lo ricorda un cugino. Quando alla fine si è ammalato anche Larni, lo hanno ricoverato al St. Thomas Hospital di Londra, nello stesso reparto dove si trovava il premier Boris Johnson. Ma Boris ce l’ha fatta, Larni no.

Il trapiantato

Aggredito dal virus dopo il trapianto del rene

Andrea Nutini, di anni 47. Viveva a San Lazzaro di Savena, Bologna, ed era dializzato da anni. Il 13 marzo gli è stato finalmente possibile sottoporsi al trapianto di rene al Policlinico Sant’Orsola. Dopo qualche giorno in terapia intensiva è stato trasferito nel reparto di nefrologia, dov’era risultato negativo ai tamponi. Andrea si è ammalato lì di coronavirus, come tre pazienti dello stesso reparto. Divideva la stanza con un’altra persona, ma lui è morto.

Il rapper

Ha affidato a Instagram il suo lungo addio

Frederick Thomas, di anni 35. Nella vita faceva il rapper a New York, ed era anche piuttosto famoso. Viveva nel South Bronx, da dove proveniva la sua famiglia. Era un ragazzone pieno di energia ma era malato: fin da ragazzino soffriva di asma, e da qualche tempo aveva anche un’insufficienza renale. Quando lo hanno ricoverato, è rimasto in contatto con il suo pubblico e lo ha aggiornato su Instagram. Nell’ultimo post, si vede Frederick con la maschera dell’ossigeno. Il testo: “Sono qui con il Covid di m.: Dio è grande, pregate per me”. C’era anche il disegno di due mani giunte.

Stava per sposare la sua Sharon ma il virus gli ha spezzato la vita a neanche un mese dal matrimonio. A 94 anni morto a Bruxelles uno dei sopravvissuti al campo di sterminio di Auschwitz. Le storie di esistenze portate via dal virus

Il politico

Era stato icona del magigo francese

Henri Weber, di anni 75. Era stato un’icona del maggio francese, uno dei giovani volti più noti della protesta. A quel tempo, Henri era già un professore di filosofia politica, materia che per molto tempo avrebbe poi insegnato all’università. Un anno dopo il fatidico ’68 fonderà la Lega Comunista Rivoluzionaria. Nato in Russia da genitori ebrei polacchi, Henri è diventato un noto intellettuale e politico, senatore e poi deputato al parlamento europeo.

La pensionata

Ha visto il marito per un ultimo bacio

Carol Kleiman, di anni 78. Con il suo Harvey stavano per festeggiare i quarant’anni di matrimonio. Si erano conosciuti da ragazzi nella comunità ebraica di Leeds, la loro città, ed erano rimasti insieme tutta la vita, inseparabili. E insieme si sono ammalati di Covid 19, come accaduto purtroppo in molte famiglie: era il primo aprile, e i due coniugi sono stati accompagnati con la stessa ambulanza all’ospedale di Leeds. Harvey è riuscito a guarire mentre Carol, cardiopatica, non ce l’ha fatta. La figlia ha raccontato che nel corridoio dell’ospedale, prima di essere portati nei diversi reparti sono riusciti a darsi un ultimo bacio.

Il pensionato

Era molto popolare nella sua comunità

Ubaldo Mazzaferro, di anni 80. A Montecosaro, Macerata, era molto popolare. Per sé stesso, per il forte legame con la comunità ma anche perché il figlio Andrea era “il mister”: era stato infatti calciatore e allenatore della squadra locale. Ubaldo ne andava fiero, così come della propria lunga e semplice vita. Lascia la moglie Maria, Andrea e una figlia, Manuela. Un anno fa era stato investito da un’automobile e aveva ricevuto un durissimo colpo, dal quale si era in parte ripreso. Il coronavirus ha approfittato di corpo ormai stanco, forse anche di lottare.

Il reduce

Henri che si salvò dai lager nazisti

Henri Kichka, di anni 94. Era uno degli ultimi reduci di Auschwitz ed è morto a Bruxelles. Riuscì a sopravvivere alla terribile “marcia della morte” che i nazisti imposero ai prigionieri del lager nell’imminenza della liberazione da parte dei russi: partirono in 5 mila, ma solo 750 si salvarono. Henri era uno di loro. Però tacque a lungo questa esperienza, e per quasi tutta la vita non riuscì a parlarne: ai figli nascondeva anche il tatuaggio blu dei deportati. Finché un giorno suo fratello, anche lui uno scampato, si suicidò: ed Henri cominciò a scrivere. Raccontò la sua vita in un libro che il figlio Michel ha poi trasposto in una graphic novel, La seconda generazione, pubblicata anche in Italia. Quando Henri non nascose più quel numero sul braccio.

La coppia

Luca, 37 anni e 4 figli se ne va prima del sì

Luca Cristina, di anni 37. Lui e Sharon dovevano sposarsi il 25 aprile a Bosconero, Torino, anche se Luca era malato da tempo. L’emergenza del coronavirus ha troncato anche questo sogno, sebbene ormai fosse tutto pronto per le nozze. Luca e Sharon si amavano da molti anni e avevano quattro figli: quando lui ha saputo del tumore ai polmoni, ha chiesto alla sua compagna di sposarlo. Luca ha scoperto la verità soltanto il 30 marzo, però era convinto di essere ancora in tempo. «Noi siamo sposati lo stesso e per sempre», gli ha scritto Sharon in una commovente lettera postuma. «Non sarà una firma a cambiare le cose». Luca lascia i genitori, una sorella, quattro bambini piccoli e la sua Sharon: la sua sposa.

Il messo comunale, il giovane papà, il detenuto, il dottore volontario sulle ambulanze e l'industriale che ha convertito la sua azienda per produrre mascherine. Ecco alcuni frammenti delle vite interrotte dal coronavirus

L'industriale

Convertì la sua azienda per produrre mascherine

Sergio Dreoni, di anni 68. Produceva tessuti a Vaiano, Prato. Per la precisione, materiali tessili particolari per gli interni di automobili e camper. La sua ditta è la “Dreoni Giovanna”: sono belle le aziende con nomi di persone, e di più se di donna. Nelle prime settimane dell’emergenza, Sergio e il fratello Roberto decisero di produrre mascherine e le donarono a medici e infermieri toscani. Sergio ha pensato a come proteggere gli altri, prima che sé stesso. Lui era così.

Il detenuto

La veglia per Leonard che non ce l’ha fatta a uscire

Leonard Carter, di anni 60. Lo avevano condannato a venticinque anni di galera per omicidio e ne aveva scontati ventiquattro. Sarebbe uscito dalla prigione di Queensboro il 26 maggio, ed è morto il giorno in cui fuori dal penitenziario si manifestava perché lo liberassero subito, visto che aveva il coronavirus e visto che gli avevano già concesso la libertà condizionata: concessa, ma mai applicata. A gennaio lo avevano trasferito da Brooklyn, il primo passo verso quella scarcerazione mai avvenuta. In nome di Leonard ora si chiede di accelerare la riforma della giustizia e si è organizzata una veglia oltre i cancelli di Queensboro con fiori, cartelli e candele accese. Ma è tardi, o troppo presto. L’unica libertà di Leonard è stata quella di morire.

Il giovane papà

Una lettera alla moglie per ringraziarla della vita

Jonathan Roberts, di anni 32. Quando la moglie Katie è andata all’ospedale di Dansbury, nel Connecticut, per ritirare gli effetti personali del giovane marito ucciso dal coronavirus, ha scoperto nel telefono di Jonathan una lettera che lui le aveva scritto prima di essere intubato e sprofondare nel coma. «Sono stato fortunato, perché mi hai donato la vita migliore che potessi desiderare». Poi Jonathan le ha parlato dei loro figli, di Penelope che ha appena dieci mesi e di Braedyn, nato due anni prima con gravi problemi neurologici: i medici dissero che il bambino avrebbe resistito al massimo poche settimane, invece ce l’ha fatta: «È stato merito del tuo amore di mamma speciale, non smettere di essere come sei». Jonathan e Katie si erano conosciuti a scuola, quando avevano appena quindici anni.

Il messo comunale

Quel mestiere antico che serve la comunità

Valter Palusci, di anni 64. Era il messo comunale a Città Sant’Angelo (Pescara) dove lo conoscevano proprio tutti. Il messo è un mestiere antico, dall’intenso sapore di comunità: come, nei borghi di un tempo, la levatrice e il farmacista, il prevosto e il medico condotto, il droghiere e il sacrestano. Valter aiutava le persone a orientarsi nel labirinto della burocrazia amministrativa, a volte bastano un sorriso e un’informazione chiara per dare una mano a chi, in quei palazzi, si sente piccino e smarrito: anche in un remoto paese, non solo nel municipio di una metropoli. Valter era il fratello di Gino, storico vigile urbano di Città Sant’Angelo. Figure che fanno borgo, e poi regione, e alla fine della catena c’è l’Italia nel suo senso migliore.

Il medico volontario e il pasticciere imprenditore, la giornalista e il musicista. I nomi, i volti, le storie delle vite spezzate dal Covid 19

Il musicista

Arbore lo portò in tv a “Quelli della notte”

Vincenzo Ponticiello, di anni 65. Era un vecchio ragazzo musicista, ancora innamorato dei mitici anni Cinquanta, di Elvis Presley e dei ciuffi a banana. Il primo basso glielo regalarono quand’era quattordicenne, e Vincenzo cominciò a suonare nei dancing. Formò il complesso degli Spettri, che si esibivano ironicamente tra le bare. Poi, con i fratelli diede vita a Dennis e The Jets, di cui Vincenzo era l’anima. Da ragazzo incrociò la strada con Bobby Solo (inevitabile, trattandosi di Elvis) e con un giovanissimo Antonello Venditti. Si accorse di lui Arbore, che lo portò in tv a Quelli della notte e così nacquero I fratelli Flagiello. Così bislacchi e stralunati da affascinare uno spettatore che li guardava ogni sera, sdraiato sul divano. Si chiamava Federico Fellini.

Il pasticciere

Tonino e quelle dolci composte di frutta

Tonino Bocconcella, di anni 69. Cos’è la bontà? Forse, è fare dolci per tanti anni con amore. Tonino li preparava insieme ai figli a San Vito Chietino, dove nel 1998 da pasticciere era diventato piccolo imprenditore. I suoi cavalli di battaglia erano le composte di frutta, i pani speciali e le farine particolari. È morto all’ospedale dell’Aquila, dove da Chieti lo avevano trasferito. La sua ditta si chiama Due Emme, le iniziali dei figli Massimo e Marco. Per i figli Tonino ha fatto tutto.

Il medico

Il dottor Manuel, l’amico degli anziani

Manuel Efrain Perez, di anni 75. A Bologna, per tutti “il dottor Manuel”. Era peruviuano, in pensione e faceva il medico volontario sulle ambulanze, per gestire le emergenze e le prime paure dei malati. Era il presidente dell’associazione Fratres Mutinae e si era molto speso per l’assistenza ai ricoverati di una casa di riposo sull’Appennino modenese, dov’è stato contagiato. Era sanissimo: faceva ancora le gare di nuoto pinnato. Lascia un figlio medico, Cristiano, e la gran voglia di dirgli grazie.

La giornalista

La regina della mondanità corteggiata da tut

Maria Luisa Vigorelli, di anni 90. Quando i salotti si chiamavano “cafè society” e il gossip “mondanità”, Maria Luisa a Milano ne era la regina. Sorella del grande critico manzoniano Giancarlo Vigorelli, fu giornalista a L’Avanti!, al Corriere d’Italia e al Giorno dove realizzò una memorabile intervista a Ceausescu. Fece girare la testa, come si diceva allora, a Curzio Malaparte (che si frenò solo perché lei era troppo giovane) e fu corteggiata addirittura dal principe Umberto di Savoia. Miniera di memorie culturali e mondane, risiedeva da tempo all’ospizio “Virgilio Ferrari” dove ogni sera, all’ora dell’aperitivo, ancora teneva banco. Il virus l’ha presa con sé quasi cieca, ma non certo doma. E mai zitta. Da vera regina, l’ultima parola l’ha detta lei.

La religiosa e il boia, l’infermiera, il medico e il macellaio. Le storie, i nomi e i volti di coloro che hanno perso la battaglia contro il coronavirus

Il macellaio

Quell’ultimo saluto nella casa che toglie la vita

Bruno Zanette, di anni 80. Era il macellaio storico di Conegliano, un’istituzione. Per trent’anni con il negozio sotto i portici, accanto al ponte della Madonna, lui e la moglie Maria Luisa che pure lei la conoscevano tutti perché faceva la catechista da una vita. Bruno era ospite da sei anni di Casa Fenzi, uno dei troppi luoghi dove gli anziani sono morti senza che si potesse tenerne il conto, senza che ora se ne conosca l’esatto numero. Otto, come dice la direzione di Casa Fenzi? Venticinque, come si sospetta? Vittorio, il figlio di Bruno, è il presidente del comitato di queste famiglie e lo era già prima di perdere suo padre. È andato a salutarlo per l’ultima volta e non sapeva che sarebbe stata l’ultima. Era lì per rappresentare gli altri, adesso tra gli altri c’è anche lui.

Il nurologo

Un altro medico, un’altra risorsa perduta

Luciano Abruzzi, di anni 58. Neurologo, era il responsabile del Centro disturbi cognitivi e demenze e dell’ambulatorio Parkinson all’ospedale di Cremona. Quasi certamente contagiato in corsia, è stato ricoverato al Policlinico di Milano dov’è morto. Luciano va ad allungare la spaventosa lista di medici e infermieri caduti. Quanto dolore, ma anche quante competenze, quanto talento medico e quante risorse sono andate perdute per i malati di oggi e di domani.

Il boia

Ebbe la forza di pentirsi: il virus non l’ha perdonato

Jerry Givens, di anni 67. Per quasi vent’anni aveva guidato la squadra delle esecuzioni capitali in Virginia, secondo stato americano per applicazione della pena di morte dopo il Texas. Nel carcere di Greensville aveva coordinato personalmente la procedura di 62 esecuzioni mediante iniezione letale: il liquido blocca ogni muscolo, infine il cuore. Ma in quell’abisso di morte doveva essergli scattato dentro qualcosa, e il boia si pentì. Jerry cominciò la sua battaglia personale contro la pena di morte, incontrò i parenti dei detenuti uccisi, testimoniò in pubblico, guidò proteste collettive e scrisse un libro sulla propria, terribile esperienza: Another day is not a promise. Il virus non gli ha concesso un altro giorno: è stato lui a condannare a morte Jerry.

L’infermiera

Margaret, 84 anni: l’ultimo turno il 10 aprile

Margaret Tapley, di anni 84. Aveva fatto l’infermiera per quarant’anni specialmente nel turno di notte, il più difficile, e aveva continuato a farlo anche in pensione, come ausiliaria. «La nonna era instancabile», racconta il nipote Ben. Lavorava al Witney Community Hospital nell’Oxfordshire e gli altri infermieri la trattavano come la collega più esperta, non certo come una vecchietta. Margaret aveva fatto l’ultimo turno il 10 aprile. «Noi pensavamo fosse indistruttibile, ma soprattutto lo pensava lei», dice Ben. Nonna di quattro nipoti, non è mai rimasta a casa a fare la calza. A Pasqua i primi malesseri, poi il ricovero alla clinica di Swindon dov’è morta. «Se n’è andata facendo quello che amava, e facendolo per gli altri. È stata certamente felice così».

La suora

Teresa e le povere sorelle cadute una dopo l’altra

Maria Teresa Costantino, di anni 84. Povere sorelle cadute una dopo l’altra, inermi, anziane. Maria Teresa era una delle Piccole Suore Missionarie della Carità al convento di Tortona (Alessandria), uno dei primi epicentri piemontesi del sisma Covid 19. Ed è stata l’ultima a morire, l’ultima di nove. Era ospite della casa madre di via don Sparpaglione, era suora da 59 anni e veniva da Reggio Calabria. Il 13 marzo è stata ricoverata a Tortona insieme ad altre diciassette consorelle, e un’altra era stata portata al Niguarda. Italiane e straniere, ricordiamole così, anche se quasi nessuno le conosceva. Si chiamavano Maria Caterina, Maria Ortensia, Maria Filomena, Maria Ulisia, Maria Cristina, Maria Annetta, Maria José, Maria Assunta e Maria Teresa.

La mamma dei calciatori gemelli e l’impiegato, l’epidemiologo, l’attore e l’ex usciere. Raggiunti dal virus che ha interrotto le loro vite

L'attore

Quel brav’uomo con la faccia cattiva

Philippe Nahon, di anni 81. Era un volto cattivo del cinema francese, specialmente nei thriller e nei film dell’orrore. Perché davvero Philippe aveva una faccia trucida, il naso grosso e un corpaccione da mettere paura, la pancia smisurata e due braccia come tronchi d’albero. Ha recitato anche in film molto importanti, come il cult movie L’odio di Mathieu Kassovitz, del 1995, dove Philippe interpretò un inquietante commissario capo della polizia nel corso di una lugubre giornata di morte. Gli attori come lui vengono definiti caratteristi: sono barattoli da cui versare sempre la stessa zuppa. I più capaci tra loro sanno farlo in modo nuovo ogni volta, senza trasformarsi in prevedibili macchiette. Anche l’ottimo Philippe era così, un brav’uomo con la faccia cattiva.

Il ricercatore

Studiava l’epidemia che alla fine lo ha ucciso

Andrea Farioli, di anni 38. Lavorava a Bologna come epidemiologo, e naturalmente da un paio di mesi si occupava di coronavirus. Era un ricercatore stimato, aveva studiato ad Harvard ed era tornato in Italia perché sì. Negli ultimi giorni i colleghi lo vedevano molto stanco e lo invitavano a staccare un po’: Andrea non l’ha fatto. Un malore lo ha ucciso al Policlinico. E anche se non c’è assoluta evidenza tra la sua scomparsa e il Covid 19, di questo Andrea è morto. Comunque.

L'ex usciere

La colpa di Stefano? Essere anziano e malato

Stefano Capodivento, di anni 78. Ha avuto la colpa di essere anziano e di essere già malato, e la sventura di trovarsi in una casa di cura lombarda, a Casasco Intelvi.Prima di ammalarsi di diabete, Stefano aveva lavorato come usciere alle Poste di Como, poi lentamente la malattia lo ha costretto su una sedia a rotelle e alla pensione di invalidità. In questa condizione si è ritrovato al manifestarsi dei primi sintomi del Covid 19, ma nella Rsa non gli hanno mai fatto il tampone, né lo hanno portato al pronto soccorso. "Abbiamo seguito le disposizioni regionali del 30 marzo e i protocolli previsti", si è difesa la casa di cura. A quel punto è intervenuto il giudice tutelare, che con un provvedimento ha disposto il ricovero di Stefano all’ospedale Valduce. Dov’è morto dopo un solo giorno.

L'impiegato

Orazio, mandato a morire in una clinica tedesca

Orazio Uboldi, di anni 57. Era un dipendente del comune di Milano, dove lavorava all’ufficio urbanistica ed edilizia. Abitava nel quartiere di San Siro e soffriva di asma. Lo hanno ricoverato in un primo tempo all’ospedale San Carlo, e in una seconda fase è stato trasferito alla clinica di Erfstadt, in Germania, anche lui come altri mandati a morire all’estero nel pieno dell’emergenza. Ogni sera la sua Patrizia gli mandava col telefonino un cuore azzurro, "il mio cuore per Orazio".

La madre dei Filippini

Terry sempre accanto ai gemelli calciatori

Teresa Filippini, di anni 74. La Terry la conoscevano tutti, perché era la mamma dei gemelli Filippini, i calciatori. Emanuele e Antonio, Antonio e Emanuele: gemelli anche in campo con la stessa maglia di Brescia, Palermo, Lazio e Treviso. Terry era una donna espansiva e molto semplice, uno dei punti di riferimento del quartiere bresciano di Urago Mella. Un caffè insieme a lei era un rito, anche dopo che diventò famosa grazie alla trasmissione Quelli che il calcio, quando Fabio Fazio e Simona Ventura la mandavano negli stadi dove negli anni Novanta giocavano i suoi ragazzi, e lei diventava una simpaticissima mamma inviata. Prima di morire ha salutato con lo smartphone i nipoti e i figli, Emanuele e Antonio, le due gocce d’acqua. Ma lei era la sorgente.

Tanti gli anziani che hanno perso la loro battaglia contro il virus. Ma tra le vittime ci sono anche giovani. Volti e frammenti di esistenze fermate dal Coronavirus

Il musicista

Piange il mondo del jazz Se ne va Henry Grimes

Henry Grimes, di anni 84. Prosegue con Henry l’ecatombe dei jazzisti, vecchi ragazzi dagli ottanta in su che ci stanno lasciando al ritmo di quasi uno al giorno. Dopo Manu Dibango, Mike Longo, Wallace Roney, “Bucky” Pizzarelli, Ellis Marsalis, Giuseppe Logan e il leggendario Lee Konitz, ora è toccato ad Henry che era il Maradona del contrabbasso. Tutte le stelle del jazz si può dire abbiano suonato con lui, da Sonny Rollins a Benny Goodman, da Charles Mingus a Chet Baker. Henry sarà ricordato come un innovatore, ma anche come il musicista che nel ’68 sparì d’improvviso: lo diedero per morto, era diventato un clochard. Lo riconobbero per strada, trent’anni dopo, e lui riprese a suonare come se non avesse mai smesso, come il dio che era.

Il programmatore

Steven, morto a 31 anni amava moto e montagne

Steven Rovelli, di anni 31. Il coronavirus uccide solo gli anziani e i malati, come no. Steven viveva a Cusio, in Valle Averara, dov’era programmatore informatico e dove dava una mano nel locale di nonna, il “Bar Ristorante Pierino”. Lascia mamma, papà, una sorella e la fidanzata. Lo avevano ricoverato a Bergamo, poi il viaggio della disperazione fino all’ospedale di Lipsia. Steven amava le camminate in montagna e le moto da trial.

Il parroco

Il poliedrico don Peppe e la passione per il volley

Peppe Branchesi, di anni 82. La pallavolo, Dio padre e la polenta sono stati la sua vita, naturalmente non in questo rigoroso ordine. Storico parroco di Santa Maria in Selva, a Treia, provincia di Macerata, don Peppe fu tra i fondatori della squadra di volley maceratese, oggi la celebre Lube: a gennaio fece in tempo a partecipare alla festa per il titolo mondiale per club. Prete “sociale”, insegnante di religione, pubblicista e grande amico del cardinale Ersilio Tonini, don Peppe era un personaggio dagli interessi multipli. A lungo consulente della Coldiretti, era stato anche presidente dei Polentari d’Italia: il cibo e i prodotti della Terra come strumenti di coesione, fratellanza e motivato orgoglio regionale. Dopo quasi sessant’anni di sacerdozio se ne va un formidabile sportivo.

L'attore

Addio al maestro Myers insegnò al Teatro Stabil

Bruce Myers, di anni 77. Attore teatrale, si era formato a Londra alla scuola di Peter Brook e insieme avevano recitato molto Shakespeare. Attore, sì, ma con la vocazione del maestro, Bruce ha insegnato alla scuola per attori del Teatro Stabile di Torino dal 2003 al 2010, curando anche la messa in scena di Romeo e Giulietta per il Festival delle colline torinesi. Nato a Radcliffe, in Inghilterra, aveva recitato anche nel cinema ma era il palcoscenico il suo destino.

L'ex calciatore

Urano che giocò in serie A è un caduto del Trivulzio

Urano Navarrini, di anni 74. Anche lui è un caduto del Trivulzio, vittima di questa terribile e colpevole strage. Era ricoverato lì da qualche tempo, l’ex calciatore Urano, che aveva giocato una sola partita in serie A con la maglia del Milan. Non sono mica tutti campioni a questo mondo, ma il destino degli altri non è meno degno. Urano era un centravanti “di categoria”, uno forte ma non fortissimo. Negli anni Sessanta giocò anche nella Pistoiese, nel Savona e poi Taranto, Verbania, Novara e Pro Patria. Poi fece l’allenatore. Da ragazzo aveva sofferto: il padre Nuto, attore di una certa notorietà, lo aveva avuto da una relazione extraconiugale e lo riconoscerà solo nel 1972. Fino a quel giorno, il calciatore con il nome di un pianeta, di cognome faceva Benigni.

Il filippino scampato all’incendio e l’orafo che si era trasferito in Inghilterra. Il docente e il dottore a San Patrignano. Storie di vite spezzate dall’epidemia

Il religioso

Maurizio, medico e diacono una vita dedicata agli altri

Maurizio Bertaccini, di anni 67. Era un medico ed era un diacono. Aveva 1.600 pazienti, di cui 600 presso la comunità di San Patrignano dove, però, non si segnalano contagi. Probabile che Maurizio si sia ammalato di Covid-19 assistendo un gruppo di religiose, tra cui alcune risultate positive. Molto esperto in medicina generale, Maurizio era stato ordinato diacono a Coriano, nel Riminese, dove svolgeva la sua attività insieme medica e pastorale nella comunità di Montetauro. Quest’uomo aveva la bellezza di dieci figli: sei naturali, due adottivi e due in affido. La figlia maggiore di Maurizio è una suora. Negli anni si è molto speso per gli altri, senza risparmio, trovandosi contemporaneamente in due categorie colpite e decimate dal virus: i medici e i religiosi.

L'antropologo

Il professore di Torino affascinato dagli sciamani

Enrico Comba, di anni 64. Ha dedicato la vita allo studio dell’antropologia e della storia delle religioni, come ricercatore e docente universitario a Torino. Allievo di Francesco Remotti e Giovanni Filoramo, si è occupato in particolare di Lévi-Strauss e delle credenze mitologiche dei popoli preistorici nordamericani. Ha diretto il Museo di arte preistorica di Pinerolo. Lo affascinavano gli sciamani come mediatori di conoscenza, più che come soggetti in preda a estasi mistica: tutto è umano, diceva.

Il calciatore

Norman, il mordigambe che vinse senza giocare

Norman Hunter, di anni 76. Essere parte di una leggenda sfiorandola appena. Vincere una Coppa del mondo di calcio, che allora si chiamava Rimet, senza averla vinta davvero. Questo toccò a Norman, che giocava in difesa nel Leeds con il numero 6 e che il mondiale inglese del ’66 lo vide da fuori: zero minuti, era riserva. Fu l’unico conquistato dai tre leoni d’Inghilterra, sebbene grazie a un furto nella finale contro la Germania a Wembley: il celebre gol fantasma di Hurst. Norman era un duro, un marcatore soprannominato Mordigambe. Quando divenne finalmente titolare all’Europeo del ’68, si fece eliminare dalla Jugoslavia. La storia sportiva di Norman incrociò anche la Juventus, alla quale sottrasse la Coppa delle Fiere del 1971. Non proprio la magica Rimet.

L'orafo

Lucio, da Giffoni a Londra dove è morto solo in casa

Lucio Truono, di anni 43. Faceva l’orafo per un’importante casa londinese ad Hatton Garden, ed era originario di Giffoni (Salerno). Si è sentito male, ma all’ospedale lo hanno dimesso dopo qualche rapido controllo. Lo ha raccontato agli amici del gruppo Whatsapp, finché non ha più risposto ai loro messaggi. Gli amici si sono preoccupati e sono riusciti in qualche modo ad avvertire la polizia, che ha trovato Lucio senza vita nel letto. Viveva solo, e solo è morto.

Il manutentore

Larry, scampato al rogo della Grenfell Tower

Virginio "Larry" Castro, di anni 63. Filippino e londinese, il 17 giugno 2017 era scampato al terribile incendio della Grenfell Tower, dove trovarono la morte 72 persone. In quel vecchio palazzo viveva una vasta comunità asiatica formata anche da infermieri, tecnici ospedalieri e badanti. Tra loro, Larry. Quel giorno fuggì in maglietta e pantaloncini, e la sua fotografia fu uno dei simboli della tragedia: Larry diceva di non riuscire a guardarla senza soffrire. Prima di salvarsi, respirò i fumi dell’incendio e la cosa gli indebolì i polmoni: anche per questo il Covid 19 ha avuto facilmente la meglio su di lui, che in quella torre viveva al diciassettesimo piano da 26 anni. Larry il sopravvissuto: il destino gli ha concesso di esserlo una volta soltanto.

Il professionista del cinema, il musicista un po’ noto e il geometra. Il divulgatore e l’infermiera che non ha visto la sua bimba. Il virus ha interrotto le loro esistenze. E i loro sogni. Ecco chi erano

L'astrofisico

L’uomo coi piedi per terra diede il nome a un pianeta

Corrado Lamberti, di anni 72. Lassù nel cielo c’è un puntino bianco che porta il suo nome, insieme a un numero: 6206 Corradolamberti. Un battesimo deciso nel 1999 dall’Unione Astronomica Internazionale, in onore dell’astrofisico comasco e del suo lavoro di divulgatore. Da quel giorno, il pianetino 1985 TB1 scoperto nel 1985 dall’astronomo americano Edward Bowell si chiama come lui. Corrado era stato uno dei principali collaboratori di Margherita Hack, e con lei aveva firmato come vicedirettore la rivista “L’Astronomia”. Innumerevoli le sue pubblicazioni, tra cui una biografia della stessa Hack e un libro sul Bosone di Higgs. A proposito del “suo” pianetino si schermiva: Corrado, principe delle stelle, era un uomo con i piedi per terra.

L'infermiera

Quella madre morta mentre nasce la figlia

Mary Agyeiwaa Agyapong, di anni 28. Faceva l’infermiera a Luton, Inghilterra, ed era incinta. I medici speravano di poter salvare sia lei sia la bambina con un cesareo: la figlia è sopravvissuta, la mamma purtroppo no. Il marito Ernest ha deciso di chiamare Mary anche la piccola, proprio come la moglie che pochi giorni prima aveva perduto il padre, sempre per Covid 19. Lei se n’è andata in dieci giorni. In tempo perché a Mary sopravvivesse Mary.

Il cantante

Lo notò anche Tarantino: in suo brano in “Kill Bill II”

Daniel Bevilacqua, di anni 74. In arte Christophe. È stato un cantante francese di una certa notorietà alla fine degli anni Sessanta, quando la sua hit Castelli di sabbia diventò la più triste canzone estiva di tutti i tempi: lui disegna sulla spiaggia il volto di lei, e il mare se lo porta via. Era di origine italiana, Christophe, con quel cognome da vecchio ciclista, e nel 1967 doveva sbarcare a Sanremo per cantare con Modugno: ma Mimmo non volle, temendo di essere oscurato da quel francese di ombre e talento. La canzone più celebre di Christophe resta Aline, seguita da Mots Bleu. Ma la soddisfazione più grande venne quando Quentin Tarantino usò il tema principale di La route de Salina nella colonna sonora di Kill Bill: Volume II. Meglio di una cascata di fiori al festival.

Il geometra

Non costruiva grattacieli ma ci lascia una rotonda

Marco Umberto Giannini, di anni 61. Umbertino il geometra era sempre tranquillo: così ne parlano gli amici e i colleghi. Aveva lo studio tecnico a Porcari (Lucca) come suo nonno Umberto, sindaco nel dopoguerra e impresario negli anni della grande ricostruzione. Umbertino, che amava le motociclette, più umilmente sarà ricordato per la rotonda di Zone, a Capannori. Non c’è mica bisogno di costruire grattacieli per dare ordine e direzione alle vite degli altri.

Il direttore della fotografia

L’uomo che disegnava i film di Spielberg

Allen Daviau, di anni 77. Fu uno dei più grandi direttori di fotografia di Hollywood, dove tenne a battesimo Steven Spielberg (con Amblin , il primo cortometraggio del 1968) e dove lavorò insieme al leggendario regista in altre pellicole tra cui Et . Non pochi maestri del cinema americano si sono rivolti a lui per posare uno sguardo diverso sulle loro opere di vario genere, ad esempio Il colore viola o Indiana Jones e il tempio maledetto. Ad Allen piacevano i film emozionanti e di azione. Già malato e costretto da qualche anno su una sedia a rotelle, si era ritirato nella casa di riposo per artisti “Woodland Hills” di Los Angeles, la città di tutti i sogni raccontati. Allen ha sfiorato l’Oscar per ben cinque volte: anche questo, in fondo e per coerenza, un sogno.

Il bidello e il chirurgo, il commercialista, la pensionata e l’ex mafioso. I volti e i nomi di altre vite spezzate dal coronavirus

Il commercialista

Franco e quel destino che l’ha legato ai suoi soci

Franco Galvagno, di anni 78. Era dottore commercialista a Saluzzo, provincia di Cuneo, dove nel 1968 aveva aperto uno studio con altri due amici: Elio Imbimbo e Carlo Gismondi. Avevano lavorato molto e bene, incrociando professione e amicizia come ad alcuni fortunati è dato. Ma avevano, come tutti, un destino. Il loro, più sventurato di altri. Carlo morì di cancro ancora giovane. Era omosessuale, e quelli non erano tempi facili, ammesso che oggi lo siano. Anche Elio ha avuto in sorte di andarsene, per colpa di un infarto: gli accadde durante un viaggio nelle Filippine che aveva affrontato da solo. Alla famiglia occorse un mese per riportare a casa il corpo. Infine Franco, ucciso dal virus. Era in casa di cura, e non poi così anziano. Bello se davvero i tre fossero di nuovo insieme.

Il chirurgo

Ha salvato tante vite con la sua non c’è riuscito

Marco Spissu, di anni 72. Era un maestro della chirurgia, una mano precisa e pulita. È morto a Sassari, dove aveva operato un paziente positivo ed era stato contagiato. I molti allievi medici lo ricordano con rispetto e tenerezza e in famiglia lo piangono Ivana, Fausto, Noemi, i piccoli Matteo e Alice come la colonna che non c’è più. Anche i pazienti lo ricordano: nessuno per lui era perduto, fino ad averle tentate tutte. Ne ha curati molti così. E si sa che chi salva anche solo una vita, le salva tutte. Anche questo è molto.

Il boss pentito

Il custode dei segreti dell’impero mafioso

Francesco Di Carlo, di anni 79. Della mafia sapeva molto, e non tutto ha raccontato. Diventò collaboratore di giustizia dopo avere scontato un lungo periodo di carcerazione in Inghilterra, e fu testimone oculare dell’incontro tra Silvio Berlusconi e Bontade, quando l’ex premier avrebbe chiesto protezione a Cosa Nostra. Franco ha raccontato ai giudici anche le sue verità sulla strage di Capaci. Memorabili lo scontro a distanza con Totò Riina e la lettera aperta che scrisse a Provenzano per invitarlo a collaborare con la giustizia. Entrò nelle cosche molto giovane, ad Altofonte, anche se in Italia non ebbe mai condanne per mafia. Fece parte degli uomini del boss Michele Greco, ma per colpa di uno sgarro dovette lasciare l’Italia. Il coronavirus si porta via anche i suoi segreti.

Il bidello

Chi era Giovanni? Un uomo buono e gentile

Giovanni Gastaldi, di anni 52. I professori e i colleghi del liceo di Chieri (Torino), alla domanda su chi fosse Giovanni rispondono: era un uomo buono, era un uomo gentile. Faceva il bidello, anche se oggi si dovrebbe dire "operatore scolastico". Ma quasi mai i nomi cambiano la sostanza delle cose. Delle persone, no di certo. Dei suoi pochissimi anni, Giovanni ne aveva trascorsi tanti tra i ragazzi, le aule e i corridoi del liceo. Dov’è stato un uomo gentile, molto.

La pensionata

Ha resistito solo 15 giorni senza il suo Italo

Ines Marinozzi, di anni 95. In 73 anni di matrimonio con il suo Italo, sono rimasti separati soltanto quindici giorni: gli ultimi. E solo perché lui se n’è andato prima. Italo Sparvoli aveva un anno più di lei ed era stato impresario edile. Una lunghissima vita insieme tra Parigi, San Severino Marche e Macerata, dov’erano stati costretti a spostarsi dopo il terremoto del 2016. La casa del costruttore vacillava e allora via da un’altra parte, il cuore ragazzino e la ragazza accanto. Ines era stata felice quando il suo Italo, che allora di anni ne aveva appena 87, aveva realizzato il sogno: un giro di pista su una Lamborghini, regalo che gli avevano fatto le loro figlie Fiorella e Giuliana. Ora sono insieme. Un grande amore spezzato non resiste più di quindici giorni.

L’ospite di una casa di riposo e l’insegnante di teatro della star del cinema, il pompiere sindacalista e l’amico del presidente degli Stati Uniti. Il coronavirus continua a mietere vittime. Ecco alcune delle loro storie

Il cantante

Zagor e quella voglia infinita di fare musica

Mirko Bertuccioli, di anni 46. In arte Zagor, come il personaggio dei fumetti. Ma lui cantava e aveva uno stile inconfondibile. Con il suo amico Vittorio Toto Ondadei, in arte Ruben, aveva creato i Camillas, un nome non certo qualunque nel panorama della musica underground italiana. I cultori del genere lo sanno, mentre il grande pubblico si accorse dei Camillas nel 2015, quando andarono in finale a Italia’s Got Talent. Zagor e Ruben erano ironici e divertenti e ne hanno combinate tante: anche inventare la sigla di "Colorado". Zagor era inoltre proprietario di Plastic, negozio di dischi a Pesaro, la sua città, nonché luogo di resistenza umana. Chi ha visto e sentito Zagor interpretare "Bella Ciao" a Repubblica delle Idee non potrà dimenticare.

L'enologo

L’ex capo scout che credeva nel vino

Stefano Ferrando, di anni 65. La civiltà del vino piemontese gli deve molto. Perché Stefano non era solo un enotecnico, era anche un divulgatore e un agitatore culturale. Organizzava corsi e manifestazioni, e si era speso moltissimo perché l’Ovada docg fosse innalzato agli onori di Vinitaly, come finalmente accadde l’anno scorso. Stefano aveva studiato fino a diventare delegato dell’Ais, l’Associazione Italiana Sommelier. L’area dell’Acquese lo teneva come punto di riferimento, un maestro di cui mancheranno il garbo, l’energia e l’inconfondibile risata. Perché il vino fa comunità. Stefano era anche un ex capo scout molto attivo nel volontariato. Adesso gli sarebbe piaciuto un brindisi.

L'uomo di teatro

Insegnò a recitare anche a Richard Gere

Wynn Handman, di anni 97. Una vita sul palcoscenico, ma non da protagonista: da maestro. Wynn ha insegnato recitazione a centinaia di attori americani tra cui Michael Douglas, Alec Baldwin e Richard Gere. Nella sua New York fondò l’American Place Theatre, di cui diventò direttore artistico. Ma il suo merito non è stato solo la didattica: come coraggioso produttore teatrale, Wynn ha portato in scena opere di Sylvia Plath, Sam Shepard e Joyce Carol Oates, senza dimenticare di aiutare nomi meno famosi ma non meno meritevoli.

La farmacista

Sapeva che era a rischio non si è mai tirata indietro

Reanna Casalini, di anni 62. Era farmacista a Romano di Lombardia (Bergamo) e nel contempo aiutava il marito Augusto Zaninelli, medico generico, nello studio a contatto con i pazienti. Dunque Reanna era sottoposta a una doppia esposizione al rischio: lo sapeva ma non si è tirata indietro, perché non si può lavorare a metà. Reanna, originaria di Castelfranco Emilia (Modena) si occupava in particolare di farmaci veterinari. Le stava a cuore non soltanto la salute degli animali, ma il destino di quelli che il coronavirus sta lasciando soli, cani e gatti che perdono le persone che si occupavano di loro. A Reanna piangeva il cuore quando pensava che sarebbero finiti chiusi in una gabbia.

Il vigile del fuoco

Il sindacalista che curava i rapporti con la stampa

Angelo Bonaventura Ferri, di anni 51. Era un vigile del fuoco a Cosenza, ma anche un sindacalista Uil. Si occupava in particolare dei rapporti con la stampa, un compito delicato perché bisogna far passare i messaggi giusti, si devono aiutare i giornalisti a raccontare una realtà complessa. Il vigile del fuoco è un mestiere di totale servizio, esposto a gravi pericoli: l’ultimo dei quali è proprio il Covid 19. Ne sono morti altri, prima di Bonaventura che è scomparso al policlinico Mater Domini di Catanzaro, dopo essere stato ricoverato in un primo tempo a Cosenza. Il suo quadro non migliorava, fino a precipitare. Lascia la moglie Marialina e un grande rimpianto.

L'ospite della Rsa

Il dolore di Lena ignorato fino alla fine

Lena Saturnina, di anni 91. Uno dei rari nomi e cognomi delle creature spazzate via dal Covid 19 nelle case di riposo. Dove più che mai diventano numeri, quando vivono e quando muoiono. Lena era ospite, che parola beffarda, alla Rsa Chiabrera 34 di Torino. In un mese è passata da un ospedale all’altro. Alla fine del labirinto le Molinette, dove la pensionata è morta. Anche questa povera donna sconta gli errori madornali commessi in Piemonte, dove non hanno neppure letto centinaia di mail inviate dai medici di base: perdute, il sistema non ha retto. O almeno è quanto ci hanno raccontato. «Nella casa di cura ci ripetevano che Lena stava male per colpa dell’età», dicono ora i parenti. L’età si sconta morendo?

Il costruttore

Il finanziatore di Donald Trump

Stanley Chera, di anni 78. "Ho alcuni amici incredibilmente ammalati di coronavirus", ha detto Donald Trump. Stanley era uno di loro. Costruttore e finanziatore del partito repubblicano, ha versato mezzo milione di dollari per sostenere la candidatura del suo amico Donald. Il quale, va detto, non è che si sia mosso con grande prontezza all’inizio dell’epidemia. Non pochi sostengono che il presidente abbia iniziato davvero a rendersi conto della gravità del problema quando alcune persone a lui vicine si sono ammalate: come Stanley, appunto, ricoverato in ospedale il 24 marzo a New York. Non aveva altre malattie e non era poi così anziano: il suo amico Donald ha quattro anni più di lui.

Il matematico

L’uomo che inventò il gioco della vita

John Horton Conway, di anni 82. Uno dei più grandi matematici del Novecento, ma uno di quelli puri come il cristallo: dentro i numeri, l’universo e la vita. Non a caso la cosa più importante che ha fatto è stata inventare "il gioco della vita", un automa cellulare dove l’esistenza di ciascuna cella matematica dipende dalle celle adiacenti. Una sorta di macchina di Turing universale e, a suo modo, un sistema filosofico e antropologico: nessuno si salva da solo, appunto. John era professore emerito a Princeton, era nato a Liverpool e si era formato a Cambridge. Ha anche inventato l’algoritmo che permette di stabilire che giorno della settimana sia di qualunque data passata o futura. Comprese quelle della nostra nascita e, volendo, della nostra morte.

Il maresciallo e l’operaio, il vescovo evangelico, il comico e il sindaco. I nomi, i volti e i frammenti delle esistenze interrotte dal virus

Il vescovo evangelico

Rifiutava le distanze e predicò sino alla fine

Gerald Glenn, di anni 74. Animato da una fede ardente, non pensava certo che il coronavirus potesse sterminare il popolo del Signore. «Dio è molto più grande di questa terribile malattia!», urlava Gerald dal suo pulpito di vescovo evangelico della Virginia. Quando anche negli Stati Uniti si è parlato di misure di sicurezza, protezioni sanitarie e soprattutto distanziamento sociale, lui si è opposto con fermezza. «Non possono esistere metri tra un fedele e l’altro!». E quando gli fecero notare che nessun rito religioso avrebbe potuto continuare senza un grave rischio per tutti, Gerald proclamò indignato: «Continuerò a predicare il verbo del Signore fino al carcere e all’ospedale». È stato preso in parola ed è morto a Pasqua.

Il maresciallo

Con la sua motovedetta salvò i migranti in mare

Salvatore Scilanga, di anni 51. Era primo maresciallo della Marina Militare ed è morto a Germaneto, Catanzaro. Aveva due figlie. L’ultimo suo incarico era nostromo del porto di Crotone. Fedele al delicatissimo compito nella Guardia Costiera, Salvatore era stato comandante di motovedetta a Cirò Marina, partecipando a numerose operazioni di salvataggio dei migranti. Perché questo era il suo dovere, aiutare il prossimo sul mare che è anche una tomba. Mancherà a ogni naufrago.

Il sindaco

Beppe il geometra non si tirava mai indietro

Giuseppe Panaro, di anni 60. Beppe era il sindaco di Castelletto d’Erro, provincia di Alessandria. Dall’inizio della pandemia non si era fermato un giorno. Beppe il geometra, a capo anche dell’ufficio tecnico di Ponzone, non era tipo da tirarsi indietro: lo confermano la moglie e i colleghi dell’Uncem, l’Unione nazionale dei comuni montani. Gli amministratori locali al servizio della gente: sono tanti, sono invisibili e preziosi, e troppi ne stiamo perdendo. La morte di Beppe è una delle moltissime in Piemonte, ormai una terra di strage e dolore quanto la Lombardia. Con la differenza che i lombardi, nella loro immane tragedia hanno avuto oltre 200 mila tamponi come i veneti, in Emilia Romagna sono stati 100 mila mentre in Piemonte si è fermi a 70 mila. Perché?

L'operaio

I sogni spezzati del giovane Walter

Walter Borghi, di anni 45. Faceva l’operaio a Rubiera, Reggio Emilia, amava da più di vent’anni la sua Antonella e aveva una bambina piccola. Aveva anche un padre e una madre, che ora piangono una delle più giovani vittime dell’Emilia Romagna, terra martoriata. È morto all’Arcispedale Santa Maria Nuova. Walter adorava il suo cane Momo, un cocker, e con Antonella già si immaginavano in pensione: girare in moto e allevare i cagnolini. Walter era un cuore gentile.

L'attore

Il comico che per tanti anni ha fatto ridere gli inglesi

Tim Brooke-Taylor, di anni 79.Aveva due amici del cuore, Graeme e Bill, studiavano tutti a Cambridge ed erano ragazzi. Fare i cretini li divertiva più dei libri, e questo vale quasi per tutti, ma per pochi eletti può diventare addirittura una professione. Così Tim, insieme a Graeme Garden e Bill Oddie creò un trio comico, The Goodies, in prima serata sulla Bbc dal 1970 al 1982 senza saltare mai un giorno, compresi Natale e Ferragosto. La loro specialità erano le comiche acrobatiche: andavano in tre su una specie di bicicletta chiamata, appunto, "trandem", e ne facevano di tutti i colori. E poi le ospitate in tivù, più di un migliaio a parte il loro programma. Tim era, dei tre, il più spericolato, faceva numeri da circo e da giovane aveva il viso di un grosso topo con i capelli lisci. Gli inglesi piangono un fratello.

Il corriere e l’attore, la vivaista, il negoziante e il medico che lottava tutti i giorni contro la morte. Storie di esistenze vinte dal Covid 19

Il corriere

In ferie per salvarsi ma non è bastato

Nicola Omiciuolo, di anni 58. Faceva il corriere per Ups. Era una di quelle persone che ci aiutano a credere che il mondo di prima esista ancora. Uno di quelli che: noi compriamo, e loro consegnano. Contatti continui, esposizione, pericoli. Nicola viaggiava per lo più attraverso la zona industriale di Oderzo e viveva a Spresiano, Treviso. Era terrorizzato dal Covid 19, racconta la moglie Ivana: non aveva trascurato mai il gel, i guanti, le mascherine. A un certo punto si era anche messo in ferie per una settimana, come se sentisse il male arrivare. Non è servito, purtroppo. Prima la febbre ma senza tosse, poi l’impennata a 40°, infine il tracollo: radiografie, polmonite, ricovero, rianimazione, fine. La morte gli ha recapitato la sua consegna, puntualissima.

La vivaista

Positiva, trapianto negato muore a Londra a 21 anni

Katie Horne, di anni 21. Era vivaista nel West Sussex e da molto tempo aspettava un trapianto di fegato. Da un mese l’avevano finalmente inserita nella lista dei riceventi: quell’organo nuovo rappresentava la sua unica possibilità di sopravvivenza. Quando si è trattato di prepararsi al trapianto al King’s College Hospital di Londra, hanno scoperto che Katie era positiva al coronavirus e da quella lista l’hanno cancellata, e insieme dal mondo dei viventi.

Il mobiliere

Le istruzioni per seguire il suo ultimo viaggio

Roberto Bonetto, di anni 50. Al suo paese, San Salvatore Monferrato, nell’Alessandrino, era un mobiliere conosciuto. Faceva parte di quel tessuto locale composto dai negozianti amici, presenze che continuano negli anni. Chissà in quanti avranno comperato da lui la prima camera matrimoniale, o il letto per la stanza dei ragazzi. Sul suo manifesto funebre è comparso un hashtag: # iotornoacasa . Ma soprattutto c’erano le indicazioni per seguire dalle finestre quel ritorno alla casa del padre, si spera arredata benissimo. Nel manifesto, gli amici di Roberto hanno specificato i nomi delle strade, una per una, dalla chiesa dei santi Martino e Siro fino al tempio crematorio del cimitero di Valenza Po. Con una scritta, bella grossa: “Non scendete in strada!”

L'attore

La spalla perfetta per le star del cinema

Maurice Barrier, di anni 87. È morto all’ospedale di Montbard. Ci sono le stelle e ci sono le spalle: grandi attori, quasi sempre, anche loro. Come Maurice, che in tanti film ha dato luce riflessa a Delon e Belmondo, Mastroianni e Gabin, Trintignant e Depardieu. Quant’era bravo Maurice lo sapevano i maestri del cinema: Rossellini lo aveva fatto esordire, Fellini lo aveva voluto con sé. Noi ricordiamo i volti e le battute delle star, ma a chi le rivolgerebbero se non esistessero i Maurice? Parlerebbero da sole.

Il medico

Fabio e la sua lotta eterna contro il male

Fabio Rubino, di anni 55. Era il responsabile delle cure palliative in Valchiavenna, aveva lavorato come rianimatore e anestesista al San Carlo e al Niguarda di Milano, e a “Cancro Primo Aiuto”. Specialista in terapie del dolore. Professore universitario, anche. Un esperto del come non morire e del come morire meglio. Le cure palliative sono una morte con più dignità e, se si riesce, minor sofferenza. Possibilmente a casa, con i propri cari vicino, scivolando piano nella fine: è la torpida, tragica dolcezza della morfina quando il tempo viene. Tutto il contrario di ciò che la morte ha avuto in serbo per il suo specialista, per il suo grande nemico: che invece se n’è andato solo. La morte doveva proprio avercela con Fabio. Quanto l’ha combattuta quest’uomo, per gli altri, alla grande.

Lasciano mogli, figli piccoli, nipoti: esistenze distrutte da un nemico che non sappiamo ancora come attaccare. Vite, volti e speranze

Il negoziante

Se ne va Giancarlo, 53 anni E lascia moglie e sette figli

Giancarlo Piccoli, di anni 53. Era padre di sette figli a Gossolengo, Piacenza, dove aveva una lavanderia che già era appartenuta al nonno e al padre. Per ventisei anni marito di Cinzia, un solo viaggio, di nozze, in Umbria, e tanto lavoro per crescere i figli che lo hanno visto per l’ultima volta il 10 marzo: quel giorno Giancarlo compiva 53 anni e Miriam, una delle sue ragazze, 23. Quando lo hanno portato in ospedale, la barella non passava dalla porta: sono stati i figli ad aiutare i barellieri. Ora Cinzia è rimasta sola, ed è riuscita a laurearsi riscattando i vecchi esami all’università, con una tesi su Lutero. Adesso sarà lei, anche senza Giancarlo, ad essere famiglia per Martina, Michela, Miriam, Mattia, Samuele, Ester e Davide. I loro nomi come una preghiera.

Il centenario

Alberto che con il tablet ha salutato tutti i nipoti

Alberto Luigi Bellucci, di anni 101. Si era ammalato di coronavirus, lo avevano ricoverato all’ospedale Infermi di Rimini, era incredibilmente guarito e lo avevano rimandato a casa. Ma ormai era debole, stanco, vecchissimo. Il contagio gli ha dato il colpo di grazia e Alberto ha voluto salutare tutti i nipoti, uno per uno. La figlia Loretta lo ha aiutato a chiamarli col tablet e a dirgli ciao. Poi Alberto ha sentito che la sua ora era venuta. Ha pranzato ancora una volta, si è messo a letto, ha chiuso gli occhi.

Il 66enne

Addio Paolo, in 10 giorni aveva perso due figli

Paolo Larotonda, di anni 66. È morto nove giorni dopo il figlio Pino, che era vigile urbano a Rapolla, Potenza, e di anni ne aveva 38. Pino era stato probabilmente contagiato durante il triste viaggio a Parma che, insieme alla sorella, intraprese per riportare a casa il corpo di un altro fratello, che si chiamava Marco e di anni ne aveva appena 26, morto in Emilia di fibrosi cistica. Pino ha cominciato a sentirsi male quasi subito dopo il ritorno a Rapolla, ed è stato ricoverato all’ospedale San Carlo di Potenza. Ma non ce l’ha fatta. Paolo, che aveva perso i due giovani figli nell’arco di pochi giorni, per cause diverse ma drammaticamente incrociate, non è sopravvissuto al Covid 19. Una delle tante storie di famiglie sterminate dal virus, ma questa è davvero tra le più atroci.

Il pensionato

Fausto, il vero romagnolo che inventò il banana boat

Fausto Benvenuti, di anni 71. Un grande: l’inventore del "bananone". Perché fu proprio Fausto a immaginare di agganciare al motoscafo un gommone a forma di banana, con sopra la gente che si divertiva da matti. Accadde a Cervia, il luogo delle sue estati da re della spiaggia. Poi l’hanno copiata tutti, quella "banana boat". A Fausto piaceva essere lui a guidare: guardava le persone su quella strana giostra marina ed era quasi più contento di loro. Ci ha fatto felici: gli sia lieve l’onda.

ll dentista

Ivano e quella passione per l’aeromodellismo

Ivano Garzena, di anni 48. È il primo dentista morto a Torino, dove aveva un apprezzato studio in corso Francia. Lascia Simona e il piccolo Matteo, di cinque anni: non sono neanche riusciti a dirgli addio, mentre Ivano stava morendo all’ospedale di Cuneo. La sua grande passione era l’aeromodellismo: montava gli aerei e li faceva volare. Siccome era un modellista vecchio stile, costruiva i pezzi uno a uno, non si limitava ad assemblarli. Aveva, come sanno bene i suoi pazienti, una formidabile manualità. I suoi amici modellisti lo ricordano nelle domeniche mattina d’estate, quando Ivano mandava nel vento il suo Piper: quando l’aereo raggiungeva la velocità giusta, Ivano lo faceva volteggiare sopra i gruppi dei bambini che incantati lo guardavano, poi sganciava caramelle.