La Repubblica
Home
L'assistenza
Il vaccino
Le 20 domande

“Niente paura, contro le infezioni
abbiamo una rete superefficiente”

Marcello Tavio, presidente della Società italiana di malattie infettive e tropicali: “Siamo in grado di intervenire bene e tempestivamente”. Nei due centri nazionali, il Sacco di Milano e lo Spallanzani di Roma ma anche i 125 reparti di malattie infettive distribuiti nei nosocomi di tutta Italia
di Michele Bocci

C’è una rete di strutture pronta ad accogliere le persone colpite dal coronavirus, deve la sua esistenza a una vecchia legge, che venne scritta trent’anni fa sull’onda di una malattia terribile e diffusissima. È stata la 135 del 1990 a dotare l’Italia di 125 reparti di malattie infettive, iniettando fondi nel sistema sanitario per rispondere all’emergenza Aids. Non è ancora chiaro con quale forza colpirà il coronavirus ma gli infettivologi assicurano di essere pronti, grazie alla presenza di unità operative in ogni provincia, allo scambio di informazioni tra i vari specialisti e agli ospedali che si attrezzano preparando piani di emergenza per aumentare il numero di letti.

«Abbiamo la rete di malattie infettive più efficiente del mondo», si spinge a dire Marcello Tavio, il presidente della Società italiana che raccoglie gli specialisti di questa disciplina. Il suo è un misto di orgoglio e sicurezza ma soprattutto un tentativo di far capire agli italiani che non devono preoccuparsi. «Le nostre strutture non impediscono a questo tipo di patologie di manifestarsi, ovviamente, ma ci devono rendere più tranquilli quando le dobbiamo affrontare. Siamo in grado di intervenire tempestivamente e bene. Bisogna sottolineare che oltre ai reparti ci sono tutte poi tutte le organizzazioni territoriali, cioè i dipartimenti di prevenzione e gli uffici di igiene, che sono un altro punto di forza del sistema sanitario italiano». Si tratta delle strutture che in questi giorni stanno facendo le indagini epidemiologiche per ricostruire la storia dei casi, organizzano quarantene e isolamenti, rispondono ai dubbi e indicano i comportamenti per la prevenzione.

Una parte dei 2.500 posti letto nei reparti di malattie infettive, tra un quarto e un terzo del totale, si trovano all’interno di stanze di isolamento. Significa che il paziente viene ricoverato da solo in un ambiente con il bagno e dove l’aria è continuamente ricambiata e pulita attraverso filtri speciali. In questo modo gli agenti infettivi non possono finire all’esterno. Normalmente il paziente può parlare con i visitatori attraverso un citofono, il personale che entra deve usare tutte le protezioni per non essere contagiato. Per chi lavora in queste strutture, è giusto ricordare, misure di questo tipo sono all’ordine del giorno e non rappresentano una novità legata al coronavirus. Molti di coloro che vengono ricoverati hanno malattie altamente contagiose e quindi ai professionisti sono richieste tutte le precauzioni anti-trasmissione. Di solito nelle unità operative di malattie infettive ci sono anche altri spazi pronti ad essere adibiti all’isolamento, proprio per i casi di grande afflusso.

Per l’emergenza coronavirus, come per altre in passato, sono stati indicati due ospedali come punto di riferimento nazionale, per esami e assistenza. Si tratta dello Spallanzani di Roma e del Sacco di Milano. «Certo – dice Tavio – ma la forza italiana è di avere molti nodi di varie dimensioni di una rete forte. Alcuni sono assolutamente paragonabili alle due strutture di riferimento. Quello che conta comunque è il collegamento. Abbiamo protocolli comuni, chi lavora si confronta e si consulta sui vari casi, spesso per individuare insieme strategie di cura».

I numeri del coronavirus fino ad ora non richiedono di intervenire sul sistema. «Ma volendo si può fare. Se ci sono strutture particolarmente sotto pressione, possono essere rinforzate con più letti ma non è da escludere, sempre in caso di grande afflusso, il trasferimento di pazienti in un reparto di malattie infettive di un’area diversa da quella interessata».

Tavio non accetta paragoni tra il coronavirus e il virus influenzale. Certo, la malattia stagionale fa ottomila morti l’anno, ma contagia anche oltre 5 milioni di persone, con una mortalità enormemente più bassa del coronavirus. «Ovvio che non abbiamo piena contezza di quante persone sono state contagiate in Cina, visto che probabilmente i numeri ufficiali tengono conto solo di una piccola parte delle persone infettate. Anche se queste fossero dieci volte tanto, comunque, stiamo comunque parlando di una malattia pericolosa». Il consiglio è di non perdere la calma. «Bisogna convivere serenamente con una patologia che è più grave sì dell’influenza ma in Italia è poco diffusa, quindi il rischio che ci possa coinvolgere è basso. La mortalità è più alta ma la possibilità di essere contagiati è inferiore». I reparti di malattie infettive sono pronti ad accogliere chi avesse la sfortuna di incontrarla.

“Basta una goccia di sangue
per capire se c’è l’infezione”

Luigi Atripaldi è capo del centro di Microbiologia e Virologia della Azienda dei Colli di Napoli. Dice: “E’ in arrivo un nuovo test. Per ora ci affidiamo all’esame molecolare ma si utilizzano anche i tamponi, effettuabili anche a casa del paziente”
di Giuseppe Del Bello

«Per il coronavirus il test di elezione che si utilizza è il molecolare. È affidabile, ma va eseguito secondo le indicazioni fornite dall’Istituto superiore di Sanità ai laboratori specializzati». Luigi Atripaldi dirige il centro di Microbiologia e Virologia dell’Azienda dei Colli a Napoli, a cui fa capo il Cotugno, il polo infettivologico più importante del Mezzogiorno. Qui approdano e vengono analizzati i campioni sospetti da tutta la Campania. «Il risultato, che si ottiene in circa in tre ore, è fondamentale per verificare se il paziente è infetto e contagioso e, anche, per bloccare la diffusione del virus».

Come si effettua l’esame?
«Si parte da un prelievo del materiale biologico, possibilmente proveniente dalle basse vie respiratorie (espettorato o lavaggio bronco-alveolare)».

E quando non è possibile?
«C’è un’altra modalità di più facile esecuzione. È quella dei tamponi naso-faringeo o oro-faringeo, effettuabili in un pronto soccorso o addirittura a casa del paziente».

Il test molecolare richiede una procedura complessa?
«No, se fatta da operatori qualificati ed esperti. In sostanza, si entra in una sorta di catena di montaggio dove ogni passaggio tecnologico, tarato e comandato dall’uomo, svolge in successione, un ruolo preciso. Si parte dall’estrazione degli acidi nucleici dal materiale biologico raccolto. Il secondo step prevede l’amplificazione (riproduzione di più copie dell’acido nucleico-target) e la rivelazione».

La rivelazione?
«Si chiama così perché consente di evidenziare il virus, se c’è. Si usano particolari sonde (primers) che si legano alle sequenze-bersaglio dell’acido nucleico target. Se il covid-19 è presente, vedremo un segnale di fluorescenza che si identifica nella positività, se al contrario il segnale manca, vuol dire che il virus non c’è e che il test è negativo».

Da qualche giorno gli esperti parlano di test sierologico: di cosa si tratta e quali vantaggi particolari rispetto a quello molecolare?
«Se ne parla perché è molto importante. Consiste in un prelievo di sangue venoso da cui si ricava il siero per il dosaggio degli anticorpi. Questi ultimi, come per tutte le malattie, sono suddivisi in IgG (anticorpi della memoria) e IgM (anticorpi presenti nell’infezione in corso, cioè quelli che attaccano direttamente l’intruso). Dosando la doppia serie di anticorpi, sapremo se il soggetto è infetto (presenza di IgM) e quindi contagioso, oppure se ha avuto un’infezione pregressa (presenza di IgG) ed è stato a contatto col virus. In questo caso, le sole IgG lo proteggeranno da un successivo contatto col virus, evitandogli di ammalarsi una seconda volta. Ovviamente, del covid-19 non sappiamo ancora tutto, quindi sarebbe inappropriato esprimersi su un’immunità duratura». Di recente sono stati introdotti anche kit “tascabili”. «Si tratta di test pronti. Basta una sola goccia di sangue per avere il risultato in circa 10 minuti. Sembrerebbero attendibili, almeno secondo le certificazioni fornite dalle aziende. E a breve saranno disponibili».