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La corsa al vaccino è già partita ma per averlo serve un anno

Per Ebola ci vollero 5 anni. La Sars si esaurì prima che il prodotto fosse pronto. Oggi un primo candidato è stato messo a punto a tempo di record da un’azienda biotech americana. Ma ora viene la parte delicata: i test sull’uomo
di Elena Dusi

Il protipo di vaccino della Sars, nel 2004, è finito su uno scaffale a prendere polvere: l’epidemia fu contenuta prima che si completassero i test di sicurezza ed efficacia. È quanto speriamo che avvenga anche per l’epidemia di Covid-19: che si esaurisca prima che arrivi il vaccino. Ma nel dubbio, si lavora a rotta di collo. Il primo campione sperimentale è stato messo a punto nei giorni scorsi dalla biotech americana Moderna e spedito all’Istituto Nazionale delle Allergie e Malattie Infettive di Bethesda, 42 giorni dopo l’isolamento del virus. Tra aprile e maggio, completate le prime analisi, potrebbe iniziare un test su una ventina di volontari sani. Nella migliore delle ipotesi, una puntura per liberarsi dalla paura del coronavirus dovrebbe essere pronta in 12-18 mesi. Visti i danni che l’epidemia sta creando a vita sociale ed economia, si tratta di tempi lunghi. Anche perché i 12-18 mesi si riferiscono a uno scenario ottimistico: il vaccino più rapido mai messo a punto finora – quello per Ebola – ha richiesto 5 anni. Nel caso dell’Hiv, al traguardo non si è mai arrivati. La malattia oggi può essere controllata con i farmaci, non prevenuta.

Il precedente che dà speranza
Normalmente, lavorando senza fretta né corsie preferenziali nei laboratori, i tempi per produrre un vaccino si aggirano sui 15 anni. Ma nel caso del coronavirus di Wuhan ci sono motivi per essere ottimisti. Abbiamo già infatti il precedente del vaccino contro la Sars: un altro coronavirus, con il genoma identico per il 79% a quello di Wuhan. Quella che fu un’apparente perdita di tempo, nel 2004, oggi ci permette di trovare la strada in parte spianata e di lavorare più in fretta.

Il virus “virtuale”
Da qualche anno, e grazie al lavoro dello scienziato italiano Rino Rappuoli, direttore della ricerca sui vaccini alla multinazionale Gsk, si può mettere a punto un vaccino contro un virus senza avere in mano il virus. Basta disporre del suo genoma. E la sequenza del coronavirus di Wuhan è stata messa in rete dagli scienziati cinesi in fretta: l’11 gennaio. A partire dalla sequenza genetica, si sintetizzano in laboratorio piccoli frammenti del virus. Un singolo frammento può infatti bastare per suscitare la risposta immunitaria nel nostro organismo. Rispetto al metodo tradizionale, in cui si inoculava il microrganismo intero (ovviamente inattivato), la tecnica moderna è anche più sicura. È difficile infatti che una porzione piccola del virus dia effetti collaterali.

L’arte di scegliere bene
La difficoltà consiste nell’individuare il frammento giusto. Non deve essere troppo superficiale, perché i virus al loro esterno mutano rapidamente, e il microrganismo potrebbe imparare a sfuggire al vaccino nel giro di poche generazioni. Ma non deve essere neanche troppo interno, altrimenti il sistema immunitario faticherebbe a riconoscerlo. L’“arte” di chi fabbrica vaccini sta dunque in questa scelta. “Indovinare” al primo colpo è un’ipoteca per arrivare al traguardo in tempi rapidi. Per il coronavirus, di questa prima fase si stanno occupando vari laboratori nel mondo: parte in Cina, parte start-up americane. Alcuni vaccini contengono i frammenti del virus, altri istruzioni genetiche che spingono le nostre cellule a fabbricare questi frammenti (come il prototipo di Moderna). L’associazione no profit norvegese Cepi, nata nel 2017 sulla scia di Ebola proprio per affrontare le epidemie emergenti, sta selezionando i laboratori più preparati, distribuendo fondi per mandare avanti tutte le linee di lavoro promettenti. La tattica è quella di lanciare tanti cavalli in pista, ognuno con la sua particolare strategia di gara, per arrivare prima al traguardo. Tra laboratori cinesi, piccole biotech americane e multinazionali farmaceutiche, sono una quindicina i gruppi al lavoro oggi.

La lunga fase dei test
Preparare un vaccino è un conto, poterlo usare sulla popolazione è tutta un’altra cosa. Basta in teoria una settimana per mettere a punto un cosiddetto “candidato”. Poi però bisogna sottoporlo a esperimenti lunghi e accurati per capire se la risposta immunitaria che suscita nell’organismo è abbastanza intensa. I test partono dagli animali da laboratorio, per appurare che non ci siano effetti collaterali. Poi si passerà alla somministrazione sugli uomini. Per questa seconda fase, si prevede che si parta in primavera, ed è sempre possibile che i “candidati” si rivelino un fallimento, soprattutto se non risvegliano in modo abbastanza deciso le nostre difese. È in questa fase, la meno “tecnologica”, ma più lunga e delicata, che sta scritta la data in cui finalmente potremo dire di avere a disposizione un vaccino.

Aviaria, Ebola e Sars
Così galline e pipistrelli covarono il virus

A Hong Kong, 1997, l'eliminazione di un milione e mezzo di polli aiutò a bloccare sul nascere l'H5N1 Ebola, 2014, miete vittime nei villaggi africani, 11.000 vittime su 28.000 infettati. E nel 2013 uno zibetto dell'Himalaya fece tremare il mondo
di Giuliano Aluffi

I virus che, come il Covid-19, passano dagli animali all’uomo non sono eradicabili, perché continuano a vivere, e a mutare, negli animali selvatici, al riparo dagli occhi dell’Oms. E ci colgono del tutto vulnerabili, perché senza anticorpi adatti.

L’aviaria
Successe così nel 1997, quando il virus H5N1, l’influenza aviaria – che da quando era stato individuato 40 anni prima aveva fatto stragi solo tra i polli d’allevamento - fu isolato in un bambino di tre anni di Hong Kong ricoverato per quella che sembrava una normale infezione delle vie respiratorie. Il piccolo morì. Mesi prima, a pochi chilometri dalla casa del bambino, una piaga aveva decimato le galline. E pochi giorni prima della comparsa dei sintomi, nell’asilo della vittima le maestre avevano portato in classe pulcini e anatroccoli perché i bimbi ci giocassero. In quell’anno l’influenza aviaria causò 6 morti. L’eliminazione di 1,5 milioni di polli a Hong Kong aiutò a bloccare sul nascere l’epidemia. Da allora ci sono stati focolai di H5N1 in Vietnam e in Corea del Sud dal 2003 al 2007, con 216 vittime. Poi la diffusione di vaccini ha evitato altre vittime.

Ebola
Un caso ben più letale di virus passato dagli animali all’uomo è quello dell’Ebola, che ha focolai in Zaire (odierna Repubblica Democratica del Congo) già dal 1976, ma balza all’attenzione mondiale solo nel 2014. Il paziente zero, in quell’anno, è un bimbo della Guinea: Emile Ouamouno, due anni, che a fine novembre 2013 gioca nel cavo di un tronco abitato da pipistrelli della frutta. Il 2 dicembre Emile ha febbre alta e vomito, e quattro giorni dopo muore. La settimana successiva tocca a sua madre, e pochi giorni dopo muoiono anche la sorellina di tre anni e la nonna di Emile. I loro funerali saranno occasione di contagio per chi tocca i corpi per il rito funebre. Méliandou, una volta circondato da foreste, nel 2013 è un habitat frammentato di piantagioni di palme da olio e pezzi di foresta, combinazione micidiale perché aumenta i contatti tra l’uomo e il pipistrello della frutta. Per tre mesi dopo la morte di Emile, il virus Ebola continua a mietere vittime tra i villaggi della zona. A febbraio raggiunge la capitale Conakry, 2 milioni di abitanti. Qualche settimana dopo il virus è anche nelle capitali di Liberia e Sierra Leone. Sarà l’allarme lanciato da Medici Senza Frontiere e uno sforzo internazionale con Stati Uniti, Francia e Canada in prima linea, ad avere ragione dell’epidemia. L’OMS dichiara il cessato allarme nel dicembre 2016, dopo 11.325 vittime su oltre 28.000 infettati. Proprio per la persistenza del virus nei pipistrelli, nel 2018-2019 nella Repubblica Democratica del Congo si scatenerà una nuova epidemia di Ebola, con quasi 2600 contagiati e 1743 vittime.

La Sars
I pipistrelli sono riconosciuti dall’Oms come serbatoio naturale di un altro centinaio di virus, compresi dei coronavirus geneticamente molto simili al SARS-CoV che nel 2013 fece tremare il mondo. In quel caso, però, la trasmissione all’uomo avvenne per mezzo degli zibetti dell’Himalaya (Paguma larvata) venduti vivi, per scopi alimentari, nei mercati della provincia cinese del Guangdong. Il paziente zero si presenta nell’ospedale di Guangzhou con strani sintomi respiratori. Nelle poche ore al pronto soccorso infetta 28 tra infermieri e medici, compreso Liu Jianlun, che a febbraio visita Hong Kong. Lì muore dopo aver infettato 17 ospiti del suo hotel, che in 72 ore, in aereo, diffondono la Sars in sette nazioni. Il 12 marzo l’OMS lancia l’allarme mondiale e già il 16 aprile il più grande network internazionale di ricerca di sempre annuncia di aver identificato il patogeno responsabile per la Sars, e di avere un test. Il connubio tra scienza d’avanguardia e misure contenitive antiche di secoli, come severe quarantene e divieto di eventi pubblici, funziona: il 5 luglio l’OMS dichiara il cessato allarme. In tutto le vittime sono 774, su 8098 infettati, un tasso di letalità del 9,5%. «Poteva andare molto peggio» spiega Frank Snowden, storico della medicina all’Università di Yale. «La diffusione iniziò in primavera, ovvero alla fine delle stagioni influenzali, e dopo l’esordio cinese la Sars toccò tre città, Hong Kong, Singapore e Toronto, dotate di sistemi sanitari molto avanzati che hanno facilitato la lotta al virus».